sabato 28 gennaio 2012

LA MATRICE ATTIVA


"I confini non esistono più signori: oggi gli ostacoli al nostro cammino non sono faccenda di nazioni o di gruppuscoli di facinorosi teppisti o isolati squadristi, guerriglieri o qualsivoglia razza di filocomunisti, centristi, scafisti, panettieri, metalmeccanici, magistrati, teatranti o economisti. La liberazione da temere è ubicata nella mente. La nostra cortina di ferro, il nuovo muro di Berlino, sono i corpi, la carne. La vedete quella gente là fuori lungo il marciapiede, mentre esce dalla stazione della metropolitana? Ebbene quella gente è il nostro spazio vitale, il terreno dell'iniziativa a cui pensiamo. L'approdo definitivo del nostro progetto è infatti la mente, ovunque quest'ultima alberghi.”.

Lo splendore: una scatola di detersivo, gravida di particelle tensioattive non ioniche, l’alba chimica di un nuovo millennio, la potente schiuma pronta ad aggredire lo sporco. Pensano ad un proiettile all'uranio impoverito, una superbomba che spacchi anche una montagna o semplici pallottole dispensate al primo bipede di passaggio. I raggi caldi della stessa fusione nucleare che ha illuminato Babilonia, calano delicati. La polvere sollevata da un mezzo militare scende; scende morbido velo di zucchero e si adagia al suolo con un discorso silenzioso. L'aria avvolta nel suo drappo di volatile sabbia, manda al cielo un respiro, lo spande su quella luce sempre più bianca, donandole una tonalità arancione. La via del progresso e gli sforzi della ricerca sono volti a migliorare la condizione umana. I delegati annuiscono debolmente deglutendo compresse di una farmaceutica tregua. L'empireo della serotonina, pace effimera concessa alla psiche e al corpo, si fa strada fra vene e arterie a dar futile delizia. Il relatore sorride abbandonandosi alla temporanea gioia di un morbido lassativo. Indici di borsa, brevetti, applicazioni industriali e immensi magazzini di merci da smaltire, panettoni in offerta, arsenali disoccupati o in cassa integrazione, precipitati chimici in attesa d'ansia, carta assorbente vogliosa di un liquido senso.

Tutto è pronto, il cassettino della lavastoviglie è pieno di detersivo, tazze macchiate di té e ciotole sporche di yogurt aspettano pazienti. Ancora un po’ di spazio per il coperchio d’una pentola incrostato di unto e lenticchie, un’ultima forchetta chiede di entrare e lo sportello si chiude. La matrice è attiva.

lunedì 23 gennaio 2012

a volte si incontrano: DAVIDE


"Si può domandare in tanti modi. Si può domandare ascoltando solo la parte della risposta che ci interessa, che ci sembra immediatamente utile. Si può domandare riconducendo tutto al proprio schema di lettura consolidato. Si può domandare per riempire quei piccoli vuoti di conoscenza che rimangono fastidiosamente intrappolati nelle nostre attività, come bolle d'aria in un flusso d'acqua: sappiamo dove e cosa vogliamo fare, sappiamo la meta verso la quale tendere, il flusso delle nostre azioni è forte, diretto, senza bisogno di tormentarsi in innumerevoli dubbi: se nella corsa verso la meta, verso le mete sempre nuove, capita sempre di incontrare piccoli e antipatici vuoti, bisogna al più presto distruggerli, riguadagnare la compattezza della direzione, lo slancio verso il punto di attrazione. Il paradigma è chiaro, le regole per interpretare gli eventi note, il corso del fiume della nostra vita ben tracciato sulla mappa: solo, permane sempre qualche bolla, qualche macchia opaca che non sappiamo interpretare. Allora domandiamo: ma è un domandare già incatenato, già schiavizzato dal nostro desiderio di sicurezza e di torpore.
Si può anche domandare in un modo diverso. Si può domandare senza imbrigliare quei mostri inquietanti e pericolosi che sono le domande profonde. Si può lasciare libero il demone – certo ci vuole grande forza, grande coraggio –, libero di guardarci negli occhi anzichè legarlo e usarlo come strumento. Si può lasciare che, improvviso e incontrollabile come un vento, infuri, spazzi, forse anche devasti. Ci vuole grande coraggio a lasciare la propria casa per incamminarsi all'aperto, nel deserto, di notte, per seguire una traccia: è poco prudente, poco pratico, direbbe forse qualcuno poco intelligente. Quanto poco prudenti, pratici, intelligenti sono stati i profeti, di tutti i paesi e di tutte le epoche, a incamminarsi nel deserto, a chiedere agli altri di incamminarsi nel deserto con loro. Perchè dovremmo? Sappiamo tutto, abbiamo ogni risposta pronta in tasca, o su internet. C'è qualche incidente di percorso ogni tanto, ma nel complesso si sta bene. Basta non farsi troppi problemi. O, appunto, troppe domande. Nel momento stesso in cui si lascia entrare in casa propria questo ospite, questo straniero che la domanda è, tutto viene sconvolto. La casa, il giardino, la vita di ogni giorno è sempre la stessa: solo, la vediamo con occhi diversi, con quegli occhi nuovi che lo straniero ci ha donato – siamo diventati stranieri anche noi, stranieri a noi stessi. È un'esperienza di dolore: dolore di chi vede il proprio cerchio spezzato, l'equilibrio compromesso, e pure sa che non potrà mai più tornare indietro, mai più abitare nella stessa casa ignorando quel mondo intorno che prima non esisteva e adesso magicamente vede.
È un segno fortissimo domandare, quando più nessuno vuole farlo; quando, diciamo di più, chiedere di sè, degli altri, del mondo è visto addirittura come un disvalore – l'attrito che fa saltare la sacra macchina dell'efficienza. È un segno ancora più forte che a domandare siano ragazzi e ragazze che si affacciano alla vita: quando sono mille le cose che persuadono, che chiedono di "vivere e basta, senza pensare", come un odore troppo inebriante che si prende tutto lo spazio disponibile. Questo è quello che viene chiesto loro: consumare, fornire all'esterno un'immagine vincente di sè, avere successo nel mondo. In questa corsa all'infinito verso un traguardo irraggiungibile, le domande sono solo ostacoli che rallentano. Ed è, davvero, un miracolo, quando un corridore, un corridore giovane, che pure è tutto preso dalla corsa e lanciato verso il successo, si ferma (perchè?) un attimo, mentre gli altri gli sfrecciano a fianco, a contemplare uno di questi sassi, una di queste malattie, di queste maledizioni: allora guarda a destra e a sinistra, e vede il mondo oltre la pista, oltre la pista sempre uguale, sempre battuta, sempre di nuovo percorsa. E ne esce.
Cosa troverà?".


Davide

* "a volte si incontrano" raccoglie una serie di scritti che testimoniano la vicinanza di intendimenti, la fratellanza ideale, fra chi qui solitamente scrive e voci che ho l'onore di ospitare. A volte non sono proprio "gli altri" a dire di noi intimamente più di quanto ci sia possibile fare di persona?

domenica 22 gennaio 2012

a volte si incontrano: NATALIA



"L'infinitezza del mare e del cielo apre abissi di pensiero ed emozione e proprio per questo credo venga scansata come qualcosa di accessorio, inaccessibile e dunque futile e ostile. Come se solo il conoscibile e il conosciuto fossero le uniche realtà possibili, quando è soprattutto in ciò che sfugge alla più ovvia comprensione che si nasconde se non il senso, almeno il guizzo che ci dà ragione del nostro esistere come entità impossibilitate a conoscersi nel profondo.

Quella vertigine che dovrebbe darci conto del nostro essere nel tutto potrebbe essere una salvezza e invece quanto buio viene sprecato e calpestato nel tentativo di squarciarlo con lucine da supermercato...".


Natalia


* "a volte si incontrano" raccoglie una serie di scritti che testimoniano la vicinanza di intendimenti, la fratellanza ideale, fra chi qui solitamente scrive e voci che ho l'onore di ospitare. A volte non sono proprio "gli altri" a dire di noi intimamente più di quanto ci sia possibile fare di persona?

domenica 15 gennaio 2012

SCOGLI




"Porto capace di navigli, o seno non vi s'aprìa, ma littorali punte risaltavano in fuori, e scogli e sassi "(Odissea V)


Si odono lamenti e frasi indignate, come se tutta la strumentazione tecnica di bordo fosse una garanzia assoluta che solo l'inettitudine di un uomo ha ignorato, riportando la storia all'epoca di Ulisse ed a quel che temeva Ulisse: gli scogli.

Eppure proprio l'inettitudine di quel capitano è cosa profondamente umana, così come la presunzione di una tecnologia invincibile e infallibile è parte probabile di quella stessa inettitudine. Il mare e gli scogli vengono da epoche pre-umane e resteranno oltre l'uomo. Nella loro eternità chiedono sacro rispetto e non c'è carta nautica che li possa esorcizzare.

Il bipede fragile si indigna:
"Al giorno d'oggi, gli scogli... Roba da medioevo!".

Dimentica volentieri l'uomo che dal cielo si precipita ancora, proprio come ai tempi di Icaro e che il mare inghiotte anche oggi, come ai tempi di Ulisse e soprattutto dimentica che a questo non solo non c'è rimedio, ma mai potrà esserci, perchè non è faccenda che la tecnica possa far quadrare. La tecnica è cosa non umana, ma frutto di ingegno umano, lo stesso che a tratti si eclissa e nella temporanea tenebra in cui spesso naufraga consegna inevitabilmente qualsiasi tecnologia agli scogli.

Allora la tecnologia è da disprezzare? Penso proprio di no.

Credo tuttavia che guardare al mare ed al cielo non solo come a spazi finiti o come a rotte su cui navigare, sia faccenda assai opportuna e da riscoprire. L'infinitezza del mare e del cielo pretende infatti rispetto e dove questo rispetto manca, come accade nella contemporaneità e negli atti scellerati di chi intende tutto come risorsa o nei pensieri di chi affida la totalità dell'essere a fattori tecnici, ci pensano poi gli scogli a riportare l'uomo alla sua caduca dimensione.

Una grande onda e una sicurissima centrale nucleare si trasforma in un mostro velenoso, uno scoglio e una grande nave affonda. Eliminare l'inettitudine? Sbandierare l'idea di capitani infallibili e coraggiosi o centrali nucleari a prova di asteroide?

Tesi grottesche a cui si può dar credito da adepti al religioso culto della tecnica. L'uomo contemporaneo si racconta una bugia a cui crede ciecamente, come fosse un Pinocchio dedito ad ingannare se stesso, una conferma al fatto che senza il Sacro l'uomo non è nulla, se non carne caduca per breve tempo palpitante.

THE UNEXPCTED WONDER




SAMORA the unexpcted wonder

venerdì 2 dicembre 2011

SCINTILLI



Ti ho sistemata in giardino, mi guardavi seria e anche un po' scocciata, poi il vento ha spettinato le foglie del limone. Ho voltato appena in tempo lo sguardo per vedere tutto il tuo stupore, per la luce del sole già rossastra, per quelle foglie agitate da un respiro invisibile, per me che ti guardavo con i brividi lungo la schiena.

Gli occhi sbarrati, la bocca socchiusa, il corpo proteso in avanti, le piccole mani aperte sul tutto che è niente. Chissà da dove veniamo, chissà dove andiamo.

sabato 26 novembre 2011

WRONG



Quel che accadrà non sarà il frutto di un disegno, di un piano, di un'iniziativa popolare, di un'oscura trama di potere, ma l'assurdo collidere fra enormi masse alla deriva in un oceano di caos. Nel contorcersi assordante di tonnellate di lamiere piegate dall'impatto, fra vapori irrespirabili di nafta e benzina, si costruirà la trappola adatta ad ognuno di noi. Siamo già lì dentro, come in una scatoletta di tonno e sorridiamo inconsapevoli.

martedì 15 novembre 2011

SATISFACTION



"E ciò che succede in tanti momenti felici della nostra esistenza. Sollevati dal fardello della decisione e dell'intenzione, navigando sui nostri mari interiori, assistiamo ai nostri movimenti come se fossero le azioni di un altro e tuttavia ne ammiriamo l'involontaria eccellenza". Muriel Barbery - L'eleganza del riccio


La domanda, in questi tempi di tramontana economica, rimanda prepotentemente ai nostri bisogni, a quel che ci procura intima soddisfazione e ci appaga.

Al tema della soddisfazione si aggancia quello del VALORE. Ogni piacere, ogni sensazione che procuri satisfaction ha una dimensione squisitamente mentale: godiamo di quel che la mente giudica piacevole e la soddisfazione, come una chimera, si nasconde dietro alla reiterazione di particolari sensazioni, secondo particolari rituali. Lì abita il valore in una dimensione umana e quotidiana, sia che si vada verso il cielo che sotto terra.

L'economia è non a caso anche un delirio e al contempo una sana opportunità di controllo. Lì si manifesta quel potere che colpisce subdolamente o ordina alla ricerca di equilibrio interessi spesso violentemente contrapposti, secondo la ciclicità della Storia. Imperi si disfano mentre altri sorgono, popoli sterili e popoli fertili si alternano, in una danza che a tratti si fa cruenta ed ipocrita, ricoprendosi di alte missioni per sporchi obiettivi o di slanci sinceramente disinteressati ed eroici, sia su un piano planetario e collettivo, che personale ed individuale.

L'umano è quindi chiuso in un meccanismo in cui la soddisfazione sfugge ed il valore si colloca nella reiterazione di sensazioni che inevitabilmente si dissolvono. Il mio, sensazione forte , secca (irrinunciabile?) di stringere i nostri tesori, l'identità anzitutto, le persone che amiamo, le cose a cui non vogliamo rinunciare, l'ebrezza del controllo, è testimone e soggetto di quel che saremo costretti a lasciare in tempi brevi, malgrado qualsiasi strategia od economia.

Il nodo diventa: si può andare oltre il mio, esiste un Valore frutto di una soddisfazione che esprima valori non generati dall'effimero? Si può stare nelle sensazioni (inevitabili e avvolgenti, se non necessarie) con un'ottica che non le incanali in un senso di appartenenza spimgendoci ad una vana e perenne ricerca di reiterazione? Le vie che incatenano le sensazioni sono per pochi e per i più si trasformano in un incubo, dove quel che si opprime da una parte, sfonda altrove in malo modo....Addirittura si può azzardare una condizione in si sta nel meccanismo della reiterazione ma senza illusioni?

Credo che l'identità, il nostro senso di io e mio sia il luogo da questionare per vincere questa tensione. In noi c'è un'importante componente aliena, dove l'essere alieni non è tanto o solo essere alieni agli altri, ma soprattutto alieni a se stessi. Siamo alieni all'inizio, nell'intimo. Qui all'inizio, dove non ci ri-conosciamo secondo processi identitari, siamo solo in una dimensione da fuori di testa o siamo in prossimità di una nuova e più autentica prospettiva, dove quel che accade semplicemente e immensamente accade? (per bimbo alieno)

domenica 23 ottobre 2011

LA CONSUETUDINE DEL SANGUE (dopo Gheddafi)



L’orrore nudo, il riverbero di ossa spezzate e corpi che cedono divorati da cellulari, videocamere e telecamere di sorveglianza, evidenzia l’oscenità di quel che è mostrato, la ferocia del sangue ridotto a vuoto evento, il terrore di occhi privi di una narrazione, affogati nella paura o in preda ad una rabbia animalesca, subumana. Il giornalismo ridotto a pornografia e a videogioco da telegiornale dilaga come una metastasi maligna. Si dà sempre più come necessaria, al fine di garantirsi audience, la rimozione di ogni mediazione, di ogni racconto, di ogni limite, per arrivare allo sradicamento del pensiero e per colpire direttamente allo stomaco. Resta solo l’atto, la pistola puntata alla testa ed ogni contesto è perso, ogni discorso dato in pasto alla bestia, fratturato e disperso in un rituale di terrore che è a tutti gli effetti contaminazione delle coscienze e infezione dei nostri cervelli.

Chi guarda o si spaventa, come accade ai bambini di fronte a giornali e telegiornali ridotti ad un fiume di sangue, o, come accade agli adulti, familiarizza magnetizzato dall’atto estremo, da corpi abbarbicati in atti di qualsiasi genere e si incuriosisce, spia, annusa e infine getta nell’oblio dell’abitudine quello che dovrebbe togliere il sonno. I bambini in questo contesto sono la saggezza rimossa dagli adulti.

La consuetudine del sangue versato altrove è preparatoria al sangue che sarà versato qui. Quando la lista dei satrapi da ammazzare e depredare sarà completa inevitabilmente inizieremo a spararci fra noi. Purtroppo non può essere altrimenti e più lontana sarà la consapevolezza del sangue, più la spinta suicida sarà cieca e distruttiva. Cosa sono le violenze che stanno scuotendo alle fondamenta molte importanti metropoli del mondo occidentale, come Roma, Oslo ed Atene? Sono la prefigurazione non solo del manifestarsi di un malessere politico e sociale, ma anche di un cieco bisogno di distruggere cose e persone, elidendo l’idea di rispetto.

Il rispetto nel suo significato profondo non è convenzione morale, ma senso della sacralità di sé, degli altri e delle cose che ci circondano, per il solo fatto che sono. La pornografia dell’orrore e la pornografia in genere rimuovono la memoria, disperdono qualsiasi brandello di Sacro e riducono al solo atto il fulcro del loro piatto discorso (discorso non a caso perennemente e meccanicamente ripetitivo).

La domanda che dovrebbe assillarci è quale connotato possa avere un orizzonte esistenziale assolutamente privo di sacralità. La tecnica, confondendo spesso anche la religione, permette di allontanare la soglia della morte, consente di documentare quello che prima era lasciato al racconto e mostra quello che anche per rispetto era lasciato al silenzio, a una tenebra caritatevole o ad un’intimità preziosa.

Nel dominio dell’osceno, della diretta televisiva, dell’endoscopia in mondovisione, dell’esecuzione da digerire per cena, della penetrazione condivisa al cellulare, il Sacro svanisce e purtroppo con lui anche il divino che ci abita, lasciando solo la bestia ed il suo cieco mordersi la coda.

lunedì 3 ottobre 2011

JEAN BAUDRILLARD



"Se tutti gli enigmi sono risolti, le stelle si spengono. Se tutto il segreto è restituito al visibile, e più che al visibile, all'evidenza oscena, se ogni illusione è restituita alla trasparenza, allora il cielo diventa indifferente alla terra.".

JEAN BAUDRILLARD (da Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 1984)

sabato 3 settembre 2011

SILENZIO




Silenzio

Conosco una città
che ogni giorno s'empie di sole
e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio
delle cicale

Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell'aria torbida
sospesi


Giuseppe Ungaretti



S I L E N Z I O


“Credo che ci sia bisogno di difendere il silenzio in una società come la nostra, che ci sta assordando in un’inflazione semiotica pari solo all’inquinamento materiale che essa provoca.”.
(Ugo Volli)





1) IL SILENZIO: INAFFERRABILITA’ E ASSENZA

"Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.".
(A. de Saint-Exupéry)

Una prima dimensione del silenzio è appunto la sua sostanziale inafferrabilità. Il silenzio è impercepibile come presenza puntuale ma si diffonde e si accompagna all'impossibilità di lasciarsi descrivere efficacemente attraverso il linguaggio, come tento di fare anche io ora. Posso provarci, ma appena mi avvicino sono già uscito dalla dimensione propria del silenzio: l'ho infranto. Sembra che l'unica possibilità che ci è data concretamente sia "fare esperienza" diretta del silenzio, senza poi avere parole o strumenti sufficienti per misurarlo nel tempo e nello spazio, se non attraverso metafore e similitudini. Certo ci sono i decibel ma così abbiamo aggiunto qualcosa di significativo all'impulso di cercare o fuggire questa dimensione che si dà ben prima di ogni misurazione ed in modo squisitamente soggettivo? Del resto gli stessi studi scientifici evidenziano come la soglia attraverso cui parliamo di silenzio e rumore appartengano ad una sfera specificatamente personale, psicologica e interiore. La semplice assenza di suono è silenzio? No. E' interessante pensare due facce del silenzio: da un lato il richiamo ad un'assenza di segnali, ad una pagina bianca necessaria e parallelamente anche al viaggio verso un'esperienza che di fronte all'incolmabile, il deserto di Saint-Exupery, evidenzia la sconosciutezza di noi stessi, l’indecifrabilità di quel che diciamo IO. Non parlo solo degli avvenimenti spiccioli che ci circondano spesso avvolti in una "chiara indecifrabilità", i sentimenti, gli affanni, le cadute e le contingenze...Ma intendo la non finitezza dell'esperienza umana, attraversata da una coscienza che non si lascia "com-prendere" ma sfugge sempre fra le nostre infinite identità, probabilmente sorte proprio per dar risposta all'ingombrante silenzio dell'Esserci della coscienza stessa. Il lato oscuro, l’altra parte, è rappresentato dall'abissalità del silenzio, dalla dimensione da cui proveniamo ed a cui torniamo. Il cadavere tace, così come l'embrione nelle sue prime settimane si espande silenzioso. Sembra che in noi si conservi la memoria di un silenzio domandante da cui proveniamo ed a cui torniamo. Mi chiedo se l’inafferrabilità sia un limite od una preziosa possibilità e propendo per la seconda ipotesi. Un sentiero quello del silenzio che rimanda all’inafferrabile e si collega al sacro, all’abbandono e per un laico al senso di mistero e meraviglia.
Allora in questi anni tormentati il silenzio è tristemente diventato lo spazio da rimuovere, così come il deserto, sua efficace metafora, deve essere trasformato, domato, irrigato, costruito e reso fertile. Nell'epoca della misurabilità e dell'oggettività quel di cui si può fare solo esperienza soggettiva appare superfluo, anzi è faccenda da evitare con cura, una quasi devianza.
Questa rimozione diventa la rimozione del non misurabile, andando ad alimentare l’illusione che la tecnica possa afferrare ogni meta, rendere giardino ogni deserto, rimuovere ogni sofferenza, lenire ogni male, e infine sradicare la morte e fare a meno del silenzio. Ma si tratta solo di illusioni e cos’è un’illusione se non un fattore moltiplicatore della sofferenza?



2) IL SILENZIO E LA PAURA
"Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi spaventa."
(B. Pascal)


Pascal rimanda invece alla dimensione abissale del silenzio, quella per capirci che guarda negli occhi la morte, la mancanza e l'incapacitazione. Ma non vorrei darti l'impressione di delineare per la profondità del silenzio solo ed esclusivamente orizzonti tragici. La paura come panico allude a quello che l'umano stenta a concepire e da cui è al contempo attratto e respinto. Il silenzio descrive la mappa di questo territorio in cui non si dà il finito, ma dove sembra che il nostro animo debba piegarsi, cedere ad una corrente che alla fine non controlliamo. Succede anche nell'amore no?
L'idea di controllo è secondo te plausibile? Controlliamo quel che ci accade o abbiamo l'illusione che tutto questo accada. Facci caso molto spesso applichiamo il concetto di scelta a posteriori ed il silenzio da cui può emergere l’imprevedibile (quale sarà il prossimo suono?) è certamente una delle radici del timor panico.

3) IL SILENZIO UNA CATARSI?
“Le parole ci impediscono il cammino. Ovunque i primitivi stabilivano una parola, credevano di avere fatto una scoperta. Ma come diversamente stavano le cose in verità! Essi avevano toccato un problema e, illudendosi di averlo risolto, avevano creato un ostacolo alla sua risoluzione.
Oggi, ad ogni conoscenza, si deve inciampare in parole dure come sassi, eternizzate, e invece di rompere una parola ci si romperà una gamba.”.
(Friedrich Nietzsche)


L'asperità delle parole, l'essere spesso oggetti contundenti, non è forse un'esperienza che sperimentiamo quotidianamente? La spiegazione, la didascalia a quel che si dà nell'incontro, in qualsiasi incontro, è un parametro oggettivo o spesso è solo un esorcismo intorno a quello che fatichiamo a spiegare? Ma al di là di questo esorcismo cosa abbiamo? A dire che è un esorcismo necessario e costitutivo per ogni essere umano, quindi irrinunciabile. Pensa all'amore a cui mi accenni, si ciba di silenzio, ma chiede poi parallelamente parole, per avvolgere l'incontrollabile in una magia verbale che restituisca quel sentimento come "domato", compreso, condiviso. Mi ha colpito nel discorso di Nietzsche la chiusura finale, ed infatti in amore, ma non solo, alla fine le parole feriscono, "rompono le gambe". Allora ricollegandomi alle tue parole ed al silenzio come approdo dopo tutto quel che colma, parole voci musica, mi viene naturale rivendicare il ruolo insostituibile del silenzio come spazio di catarsi e rifondazione, trasformazione, mutazione..... Quel che mi scrivi è bellissimo, sembra di aver davanti i luoghi che racconti. Soprattutto le tue parole mi permettono di chiarire che non mi interessa contestare il piano verbale, ma dare al piano verbale "fondamento" nel silenzio. Cos'è il canto del muezzin senza il silenzio che lo avvolge come uno scialle nero? Anche quel che scrivi dell'Africa rimanda all'essenzialità della vita in quei luoghi, ed al silenzio che li accompagna. Allora non si tratta di parteggiare per il silenzio o per la parola, ma di ridare relazione alle due polarità là dove indubitabilmente registriamo uno sforzo a cancellare il silenzio. Accade lo stesso con la morte, ospedalizzata, nascosta, de-ritualizzata (chissà quante cose puoi dire tu sulla morte in altri mondi e in altre culture...) sterilizzata e per quanto possibile cancellata. Ma questo credimi è un disastro, così come è un disastro la perdita del silenzio. La perdita del silenzio è la perdita di quello che nel tuo racconto diventa centrale: il ritorno a Sé, l'ascolto di Sé. Ma perché è importante tornare a sé, ascoltarsi? Cosa accade quando manca questo ascolto interiore? Perché nei giorni in cui viviamo, la cultura occidentale sta letteralmente "sradicando" il silenzio, in un caos di sollecitazioni incongrue?
Tornando a Nietzsche cosa accade? Accade che in assenza del silenzio, di quel luogo in cui ci "rifondiamo" come testimoniano le tue preziose parole, ci ritroviamo vittime di una dittatura del linguaggio (lo ripeto linguaggio necessario ed insostituibile ma complementare al silenzio e non attore unico) e quindi per dirla con il filosofo tedesco ci troviamo con le "gambe rotte". Se vuoi il silenzio è un luogo "aperto", "elastico", l'affaccio sullo sconosciuto e sull'originaria assenza di perché. In questa assenza di perchè, nel gettare lo sguardo verso l'incommensurabile abbiamo appunto la possibilità di una catarsi, che ci riporti al linguaggio, ma attraverso un percorso di ascolto e trasformazione.

4) IL SILENZIO, PRELUDIO NECESSARIO AL FARE

“Nella vita, come nell'arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio.”.
(Ludwig Wittgenstein)


Credo che l'efficacia nella comunicazione (il dire di Wittgenstein) stia nel suscitare, come per incanto, anzi mi vien da dire per magia, un desiderio: il desiderio di fare. La conoscenza, la reiterazione, l’inalienabile bisogno di dire e di dirsi e quindi anche una spinta ad andare incontro all'altro. E molti e variegati sono i modi di andare incontro all'altro ed a se stessi.
Quel che trovo di profondo nelle parole del filosofo austriaco, è l'indicare il silenzio come un luogo fertile e originario in cui si attiva oggettivamente e soggettivamente una comunicazione. Può trattarsi di apertura fatta di sguardi o della scoperta della propria “scandalosa” dimensione interiore, per fare un esempio transitivo ed uno riflessivo. Anche qui Petra voglio manifestarti il mio imbarazzo per il progressivo assottigliarsi della dimensione in cui si dà questa comunicazione.
Ma come, si potrebbe obiettare, proprio oggi nella civiltà in cui i sistemi comunicativi si sono moltiplicati, il luogo dove da decenni si parla di comunicazione di massa? Ma credo che questa sia un’osservazione superficiale, non nel senso di inesatta e mal formulata, ma appunto che coglie la superficie della questione. Infatti questa innegabile espansione di molteplici livelli comunicativi, verbali e non verbali, fisici e virtuali, passivi e attivi su cosa si fonda?
Non certo a partire da un ambito silenzioso, da quel dire efficace e difficilmente eguagliabile proprio del silenzio, per tornare a Wittenstein. Mentre il silenzio è la radice di un dire ponderato e che si riverbera in un ritorno a sé, a quell’originario che appunto misterioso si dà, alla coscienza, il dire della società in cui la comunicazione è detta di massa si fonda su segnali antecedenti, si riverbera esponenzialmente sul già detto e non certo sul silenzio, spesso moltiplicando un errore di partenza, estendendo il malinteso, suscitando reazioni eccessive, innescando stati percettivi e coscienziali non richiesti (per fare un esempio posso pensare all’esposizione del corpo nei media, spesso esplicitamente a carattere sessuale). Tutti questi processi a catena, di riverbero e moltiplicazione dei segnali sono un’infezione, un vero e proprio “male”, dove ormai si confondono piani fra loro ben diversi (il virtuale ed il fisico, la rappresentazione e l’autentico, il linguaggio ed il gesto…..) Alla fine siamo sepolti in un cascame di segnali radioattivi, urlati e sbattuti in faccia ad ogni passo, sempre meno decidiamo consapevolmente cosa dire e cosa ascoltare. La coscienza non ha mai un attimo per concedersi a quel che sul piano della comunicazione è più efficace e ricco……Forse oggi possiamo intendere la frase di Wittgenstein come un monito, come la necessità ad un ritorno del discorso a partire da un fondamento e non da un rumore di fondo.

5) IL SILENZIO E’ UN GESTO POLITICO?

“Il rumore è ampiamente usato come espediente di marketing (nei bar, nei ristoranti, negli spazi pubblici, nella radio, nella televisione, nei film) per stimolare il consumo. Detto volgarmente il rumore vende; il mondo degli affari lo sa molto bene, e cerca di sfruttarlo a pieno. (….) Cercherò di dimostrare che queste tecniche di marketing sono finalizzate ad omologare i comportamenti e a limitare l’individualismo; resistervi, quindi, è una presa di posizione politica.”.
(Stuart Sim)


“Della disillusione siamo responsabili noi adulti, che, aderendo incondizionatamente al "sano realismo" del pensiero unico incapace di volare una spanna oltre il business, il profitto e l'interesse individuale, abbiamo abbandonato ogni vincolo di solidarietà, ogni pietà per chi sta peggio di noi, ogni legame affettivo che fuoriesca dallo stretto ambito familiare. Inoltre abbiamo inaugurato una visione del mondo che guarda alla terra e ai suoi abitanti solo nell'ottica del mercato.”.
(Umberto Galimberti)


Sono convinto che la politica sarà sempre più un terreno che avrà come “campo di battaglia” o, per usare un termine meno bellicoso, come luogo del suo apparire, il corpo. Quando dico corpo intendo la carne fatta di umori, organi percettivi, insomma il nostro involucro biologico.
La politica è morta ed ormai è ridotta a guanto dell’economia. L’economia non pensa, l’economia è una tecnica, sempre più brutale, brutale a tal punto da innestarsi nel nostro corpo.
Il rumore a cui fa riferimento Stuart Sim è uno dei modi attraverso cui si fa politica alterando il corpo. Altri esempi potrebbero essere fatti, penso all’alimentazione, agli stupefacenti, al consumo indiscriminato di medicinali ed ai brevetti crudeli imposti dalle industrie produttrici, a tutti gli aditivi che migliorano prestazioni fisiologiche di qualsiasi tipo, alla cosmesi, alla chirurgia estetica…
Il rumore dunque è lo spazio attraverso cui si altera il sistema nervoso e violentemente, utilizzando tecniche nate nei sistemi di detenzione o studiate in ambienti militari, si crea uno stato di panico che cerca lenimento nel consumo. Cos’è un centro commerciale se non “una pentola a pressione” di questo tipo?
Sempre più la violenza si fa subdola, transita attraverso canali nascosti, ci penetra nostro malgrado e ci circonda producendo un’atmosfera inquinata, in cui il corpo soffre e si altera.
Dunque sradicare gli agenti inquinanti, controllare l’assunzione di televisione e centri commerciali, educare al silenzio come ad una dimensione in cui germoglia la consapevolezza di quel che è consumo necessario e relazione opportuna e di quel che è consumo assurdo e relazione distruttiva è a tutti gli effetti un passo politico e azzarderei un passo politico radicale, perché non si perde nelle pastoie dell’ideologico ormai paravento arrugginito dell’economico, ma si pone criticamente e direttamente in relazione con l’economico.
Il silenzio è la presa di coscienza che l’assenza di stimoli, il controllo di tutto quel che va a innestarsi nell’organismo va ponderato attraverso uno spazio vuoto in cui si dia la riflessione, l’opposizione, la critica, e dove alla tecnica del “finto benessere” si opponga il “bisogno di consapevolezza”.
Allora la rivoluzione è un cambiamento di ottica, che si getta oltre un superficiale pragmatismo, disprezza il “sano realismo” criticato giustamente da Garimberti e chiede alla dimensione del silenzio di farsi poi parola, parola che sarà indubbiamente politica e antagonista ai subdoli obiettivi commerciali del rumore.


6) IL SILENZIO NELLE RELAZIONI: UNO SGUARDO VERSO L’ALTRO
“L'esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l'unico attteggiamento capace di far vibrare la corda dell'umanità.".
(Ryszard Kapuscinski)


Sono poco propenso a cercare significati che non possa ritrovare in me stesso. Ma per trovarli credo sia indispensabile l’indicazione di un “altro”, che sa qualcosa, che sostanzialmente si conosce meglio di quanto io conosca me stesso.
Vincenzo mi ha fatto leggere Kapuscinsky ed in effetti concordo sulle tre possibilità di fronte ad un incontro con l’altro: conflitto, dialogo, indifferenza. Sembra che l’indifferenza alberghi come stato di quiete nella parte di mondo in cui vivo, mentre i conflitti siano il terreno su cui l’economico si confronta per depredare risorse materiali ed umane nel resto del pianeta. Il dialogo langue.
L’indifferenza in cui siamo calati è ben descritta anche da Galimberti ne “L’ospite inquietante” e spesso tracima in un deserto emotivo in cui l’altro non è niente, se non un oggetto vivente che come tale viene pensato su orizzonti raccapriccianti.
Credo che l’atteggiamento fondamentale che si è dissolto sia l’ascolto. Ad esempio quel che si sente in Kapuscinsky è il polso di un uomo che era curioso e che quindi avvicinandosi all’altro si poneva anzitutto delle domande. Ma nei fatti come può manifestarsi la benevolenza di cui parla il giornalista Polacco? Penso che un fattore importante della benevolenza sia l’ascolto. Il sintonizzarsi verso l’altro anzitutto ascoltando, accogliendo, “contenendo in sé” quel che arriva dall’altro, come ha detto Nicola all’ultimo incontro della scuola. Ma l’ascolto e l’apertura non hanno come presupposto un silenzio interiore? La domanda, se sincera, non ha al suo seguito uno spazio attentamente silenzioso? L’indifferenza ed il conflitto non si connotano evidentemente proprio per un’assenza di domanda?
Allora educare al silenzio non è anche intraprendere un cammino verso l’ascolto, la domanda, ed appunto la benevolenza a cui ci rimanda con tanta passione Kapuscinsky?

7) IL SILENZIO, MEMORIA E PASSO VERSO IL SACRO

Il Sacro congiunge al Divino. Il Divino avvicina a Dio.
(Martin Heidegger)


Infine il silenzio è quel che avvolge la memoria delle persone che abbiamo perso, delle relazioni finite o sospese, di quello che anche intendendo noi stessi come coscienza e corpo, ci appare passato o definitivamente trasformato. Sono convinto che il legame fra memoria e silenzio sia indissolubile. Per riprendere un tema caro a te ed a Vincenzo, anche l’altro ci viene incontro spesso circondato da assenza di linguaggio, avvolto in un silenzio di parole o da parole che non si lasciano comprendere, che sono “silenzio di significato”.
Le persone amate che ci hanno lasciato spesso ci accompagnano nell’animo, con immagini mentali, oggetti, parole, scritti, ma della loro presenza/assenza cogliamo anzitutto uno struggente silenzio, che non è affatto niente, non è vuoto indifferenziato, ma che anzi al contrario è grande pienezza, compagnia e spesso sorprendentemente guida in momenti di incertezza e difficoltà.
Al contempo, il silenzio della morte o della mancanza è anche angoscia profonda, ed in questi casi la memoria non è guida ma sofferenza, senso di mancanza, dolore intenso.
Allora il silenzio della memoria è gravido di contenuti, porta con sé molteplici significati. Ma questi significati “trasportati” dal silenzio sono comunque e facilmente disponibili e accessibili?
Penso di no, penso che questi come altri significati, debbano trovare una disposizione d’animo che si predisponga ad accoglierli. Se non si prepara la coscienza, aprendola alla meditazione, all’ascolto, al pensiero ed alla preghiera ci si presenta di fronte al silenzio sordi, avvolti in una nube di caos e quindi incapaci di cogliere quel che ci porta il silenzio.
Chiudo questa lettera accennando al silenzio come messaggero del Sacro. Indubbiamente, anche come non credenti viviamo momenti in cui si dà la percezione del Sacro, come ad esempio nella meraviglia per Esserci e per l’Esserci (questo ad esempio Petra, mi hanno suscitato le tue parole “africane”: meraviglia). Ebbene un sentire così intimo, che scorre sempre come un fiume enorme ma nascosto a grande profondità, coperto dal caos di quel che fuori e dentro ci riempie, potrebbe essere colto senza incamminarsi lungo una via silenziosa?










BIBLIOGRAFIA

Stuart Sim Manifesto per il Silenzio Feltrinelli 2008
Friedrich Nietzsche Aurora e frammenti postumi Adelphi 1964
Ray Monk Wittgenstein Bompiani 1994
Blaise Pascal Pensieri Einaudi 2004
A. de Saint-Exupéry Il piccolo principe Bompiani
Martin Heidegger Sentieri interrotti La Nuova Italia 1968
Ugo Volli Apologia del silenzio imperfetto Feltrinelli 1991
Giuseppe Ungaretti Vita di un uomo-tutte le poesie Mondadori Meridiani
Umberto Galimberti Il corpo Feltrinelli 1987
Umberto Galimberti L’ospite Inquietante Feltrinelli 2007
Ryszard Kapuscinski L'Altro Feltrinelli 2008

OLIVIER ASSAYAS

Olivier Assayas: Reverse Shot Talkies #21 from Reverse Shot on Vimeo.



"Per me, in politica, la catastrofe contemporanea è l'approssimazione. Viviamo sotto l'impero dell'ingiunzione permanente di semplificare. Ma semplificare significa perdere l'intelligibilità, a vantaggio di alcune generalizzazioni morali. ...Con il pretesto di non annoiare lo spettatore, mi riferisco in primo luogo allo spettatore del telegiornale, gli si raccontano delle approssimazioni infantili. Oggi l'immensa maggioranza delle persone considera che in tre righe si sappia ciò che c'è da sapere, soprattutto se viene confermata nei suoi pregiudizi politici, morali, ecc. Questo rapporto alla realtà terribilmente impoverito, e che fa sì che si viva in un mondo che non si comprende più, è legato alla cancellazione della lettura, della concentrazione eccetera...
La grande maggioranza dei cittadini vive in un rapporto finzionale con la realtà, a partire dalle semplificazioni mediatiche. ".
Olivier Assayas


Posso solo aggiungere a questo lucido pensiero che il meccanismo non riguarda solo la politica, ma in senso più generale le relazioni umane nel loro complesso, affette da una dilagante approssimazione, minate da una deleteria semplificazione. Recuperare la complessità è opporsi ad una modernità che è a tutti gli effetti involutiva.

mercoledì 31 agosto 2011

LA FINE DELLA CITTA' IV




Tripoli, Mogadiscio, la fine della città fuori dal contesto occidentale si dà come regressione feroce e primordiale. Il collasso dei servizi essenziali, acqua, ospedali, distribuzione degli alimenti, giustizia e ordine pubblico trasforma quella che era una comunità in un girone infernale. Le strade si riempiono di cadaveri e si fanno teatro di una dissoluzione che sembra protrarsi in eterno, come nel caso di Mogadiscio.

Nello spazio del quotidiano resta solo la sopraffazione del più armato e spesso l'impossibilità di dare un nome ai morti. I fatti sono dimenticati dai media in poche settimane, attratti da un qualsiasi altrove in cui si ripetono le stesse dinamiche distruttive.

L'occidente osserva dall'alto di sofisticati bombardieri i frutti delle sue "missioni di pace" denominate spesso in modo grottesco, come accaduto a suo tempo in Somalia con la spedizione "Restore hope" e si prepara alle ultime rapine prima del cambio di paradigma ormai inevitabile: sono infatti finiti i quattrini per esportare pace e democrazia con bombe cadute dal cielo...

venerdì 19 agosto 2011

LONTANO



I
Si girava a guardarmi e sorrideva. Gli capitava a volte di finire il gas per strada, io spesso ero nel sedile accanto. Il motore perdeva lentamente potenza e sbadigliava cadendo in un grande sonno per poi tossicchiare sempre più forte e squassare un po’ l’abitacolo. Allora a quel punto faceva pressione su un interruttore, sotto il volante a sinistra, apriva la valvola della benzina e tutto tornava in ordine: un tigre nel motore! Viaggiavamo alla ricerca di posti assurdi. Io venivo da una giovinezza difficile e Andrea era per me una casa, i suoi abbracci un rifugio. Parlava poco e questo era un vantaggio per me che facevo così fatica ad ascoltare senza perdermi dopo poco in altri pensieri, come se le mie orecchie fossero pigre. Non stavamo tanto con gli amici, eravamo due bestie poco socievoli, risolute nelle decisioni ed a volte spigolose. Capitava di ritrovarsi a casa in un’atmosfera pesante, di stallo e spesso ci guardavamo e scappavamo in macchina per un giro di qualche ora, come se le tensioni non fossero le nostre, ma dello spazio in cui ci trovavamo. Andrea in macchina andava forte.

Lì in quel letto adesso non gli resta molto gas. Sente a malapena il polmone rimasto che ancora pompa aria a stento e cerca con sempre più affanno ossigeno nell'atmosfera incolore del reparto pneumologia. Intanto le vene stanche di flebo disegnano esili linee azzurre sulle braccia magre e pallide. Chiude gli occhi e ricorda in un lampo immagini di anni e anni prima. Me ne parla e racconta di una sera in cui aveva fra le mani un ricettario, era estate, camminava verso il cancello di casa e tutti i pensieri si appoggiavano al vento, un vento tiepido che gonfiava i pioppi e riempiva la camicia. Adesso non respira più, ma non ha paura, se ne sta come incantato e stupito dall'evenienza attesa e dal segnale d'allarme emesso dalle apparecchiature a cui è collegato, mentre tutto intorno svolazzano le storie che ha conosciuto, le parole che ha incrociato e le infermiere affaccendate a pulirlo, medicarlo, a non lasciarlo morire.

Passata la tempesta entro nella stanza vuota e ritrovo alcune sue parole in un piccolo diario lasciato sul comodino nella camera d'ospedale. Lo prendo, mentre lui è ancora di là in sala rianimazione e tre giorni sono ormai trascorsi. Apro il quaderno e leggo una pagina a caso:

"Le sillabe si agitano, sono banderuole aggrappate al silenzio e urlano faccende già dissolte, sospese sul baratro di quel che sempre tace, in un'apparenza mondana di discorsi persi ritrovati e strappati in continuazione. Forse mai detti? Quel che è certo, ripetuti perennemente. Qualsiasi proposizione si offre in un luccichio di novità, pur essendo già stata salmodiata da millenni di carne e carne. Un sapore d'unicità illusorio, fasullo, falso, ma così forte e pregnante da non poter essere trascurato. Ti amo. I soliti ragionamenti rovesciati su una pagina vuota. Spiegami come hai potuto farlo? Domani cambia il tempo. Stai meglio oggi! Com'è il pollo con le patate?Ci voleva più sale, magari un poco di prezzemolo. Un comportamento inaccettabile.
Certo ci agitiamo proprio come una farfalla notturna ubriaca intorno ad una lanterna, questo è chiaro. Chissà cosa mi dà la spinta, chissà cosa mi tiene ancora aggrappato? Desiderio di cosa? Un prodigio delle parole è accompagnarci passo dopo passo al superamento delle parole stesse, alla perdita di senso di ogni racconto, allo spaesamento. Per questo da ragazzo ero così attirato dalle droghe. Non dagli effetti degli stupefacenti sulla psiche, l’euforia o la lontananza da ogni peso, ma dall’alterazione del percepito. Non mi interessava risolvere una realtà con delle spezie mantenendomi al suo interno, ma assaporare oltre, toccare dimensioni diverse. Non credo alla realtà, ai fenomeni circoscritti e descrivibili, penso che lo spazio sia nell’interiorità.
Sono costretto in questa attesa di annullamento con di fronte l’armadio in laminato verde, il bicchiere di vetro reso opaco dai troppi passaggi in lavastoviglie, la sedia con le gambe d’acciaio ed i muri lavabili, proprio qui la mente fa miracoli. Corre ad occhi chiusi ed esplode in immagine vivide.
Desidero essere cosciente fino all’ultimo, sprofondare ad occhi aperti. Mi terrai per mano?


II
Fra una mezz’ora incontro i medici. Mi siedo nel corridoio, le persone camminano affollate in tutt’altro, passa un’infermiera e sridacchia allietandomi. Ha un’aria vagamente sensuale nel suo completo bianco. La accompagna un medico giovane e alto, anche lui sorride. La carne non dorme mai, smania anche nella vecchiaia, anche se il corpo la abbandona.

E’ stonata l’ipocrisia del nostro tempo. Sono stonate le discussioni in cui si accapigliano con aria seriosa politici e filosofi, sostenendo tesi contrapposte: obbligo di terapia? Scelta al paziente? Dignità o sacralità della vita? Solo menzogne come al solito, come se in quest’epoca contasse solo la buccia di un frutto, la sua apparenza, mentre la polpa non sia altro che un fastidioso impedimento. Se potessero farebbero cocomeri e albicocche gonfiabili: fuori la buccia e dentro solo aria…. Dignità o sacralità della vita? In ospedale la situazione è molto più prosaica.
Il primario delibera di non attuare più una determinata terapia, “per i rischi che comporta al paziente e le controindicazioni visto lo stato clinico complessivo”. Dietro al siparietto di parole c’è la morte certa del paziente, paziente che sia chiaro non può più coltivare nessuna speranza. Già due persone in stanza con Andrea sono andate. Arrivi alla mattina ed un pudico paramento nasconde i loro letti alla vista degli altri degenti e dei loro visitatori. Se ne stanno lì per poco, l’elettrocardiogramma piatto come certificazione burocratica e poi la rimozione verso lo smaltimento all’obitorio.
All’etica da strapazzo dei fiosofastri o di qualche porporato insensibile, che si accapigliano in qualche convegno televisivo o fra le pagine dei rispettivi giornaletti, si sostituisce qui il trionfo di una tecnica sorda, la sostituzione dell’umanità con la disattivazione di macchine e sostanze chimiche e l’eliminazione del soggetto ormai inutilizzabile. Detesto l’accanimento terapeutico, Andrea lo sa e concorda, ma detesto al contempo questa nuda e cruda assenza di ogni ritualità, le camerate tutte uguali, le barelle con le ruote di gomma grigia, i colori alle pareti orribili, l’asettica presenza dei medici, emotivamente neutri, psicologicamente ignoranti. Fatto salvo rare eccezioni il personale fatica a salutarti o magari ti presta attenzione per il vestito scollato. Causa ed effetto, tecnica, deriva nel nulla.
Aspetto il mio turno per sentirmi dire quello che altre migliaia e migliaia e migliaia di persone si sentono dire in ogni ospedale del mondo, ogni giorno. Sospenderanno una certa terapia “per i rischi che comporta al paziente e le controindicazioni visto lo stato clinico complessivo”. Attenderò poi qualche giorno, una settimana al massimo e Andrea non ci sarà più. Forse accadrà fra poco?
Aspetterò qui, sulla solita sedia, esplorando e cercando di capire queste parole sgualcite, incise sul diario quando ancora aveva le forze per farlo. O forse semplicemente le leggerò sprofondando senza comprendere. C’è un finestrone grande nel corridoio. Fuori il cielo coperto, d’un blu intenso prossimo alla pioggia, dà all'erba nel giardino un verde scuro e brillante. Un salice con il suo verde argentato si staglia bellissimo di fronte a me. Accompagnare una coscienza in questo viaggio sembra non appartenere più all’occidente, sei solo, non sai nulla, hai paura, la fede, per i più fragile convenzione, vacilla o è intesa come ultima scialuppa di salvataggio.

Continuo a leggere Andrea mentre aspetto il primario:
“La ragazza con il sole dentro alla testa, la immagino per diluire il tedio e la noia di queste giornate d’ospedale. Giornate di minestrine e pollo, riso in bianco e mezze erezioni ingiustificate, sopraffatte da fitte inattese. Lei è per me un personaggio “non-personaggio”, un modo per indicare particolari stati d’animo, ad esempio quel che si prova cercando una fotografia andata persa anche se sta lì sul tavolo, oppure un momento d'insolita stanchezza, piove, giro il viso verso la finestra, pare buio, ma c’è uno strappo oltre le nuvole: il cielo è improvvisamente nudo e di un blu cobalto. Ecco lei è tutto questo. Niente a che vedere con un sapore eccezionale, improvviso, lo stupore d’aria in questi polmoni acciaccati, aria entrata come acqua fresca dopo ore d’arsura, eppure è proprio quello. Una sensazione, nessuna sensazione. La ragazza con il sole dentro alla testa non è ragazza, non ha testa che contenga sole, né un dentro né un fuori. Una cartaccia nel parcheggio deserto, un falco appeso al cielo, i rami neri di una quercia al crepuscolo e la tazza bianca appoggiata sul comodino. Eccola è lì, splende da sempre per sempre. La stessa tazza abbandonata chiudendo la porta ed andando in bagno è proprio lei, la ragazza con il sole dentro alla testa. No, non è lei, è proprio lei. La linea del mare che non si distingueva dal cielo in un tramonto di metà dicembre, un viso lievemente sorridente, ricordi struggenti di mani nei capelli.. Quel forte disorientamento che comunica forza invece di smarrimento allora posso dire di sentirne il profumo. Un futile dialogo al telefono con una persona cara a cui si vuole dire qualcosa, ma non accadrà mai, e prima o poi uno dei due sarà svanito senza che nulla sia stato detto. Finalmente inverno, riposo di vento freddo che striscia la roccia e scioglie la terra in un abbraccio di fango. Un gatto bianco e nero su una finestra del laboratorio analisi aspetta leccandosi il pelo bagnato. Volano ancora zanzare, il gelo, quello vero, tarda. La ragazza con il sole dentro alla testa passeggia nel giardino dell’ospedale, anche se non si vede, anche se si vede perché è il giardino dell’ospedale. Qualsiasi progetto o qualunque cosa sia successa, lascia il posto a tonnellate e tonnellate di oblio. Lì sepolto e lasciato alla terra, tutto torna a farsi nuovamente terra per nuovi progetti e altri avvenimenti che solo apparentemente sembrano nuovi. La filosofa direbbe che il suo progetto è il mare e precisamente l’incresparsi delle onde. La ragazza con il sole dentro alla testa sta intanto a gambe aperte, senza gambe, senza sesso, senza vestiti, senza umori, né respiro né bacino, né braccia, né seni da spremere. Lei è l’attimo in cui assaporo l’esaurimento della spinta a fare, fare qualsiasi cosa, sperare, dire progettare e semplicemente sto. Ovunque intorno brucia di carne non carne. Dunque l’esistenza è un’occasione per scrutare l’ineffabile. Eccola adesso, cosa assai preziosa, stanza dell’oro, scrigno di diamante, ma non è oro e nemmeno diamante.”
Aspetto…


III

Conosco bene il suo corpo, anzi lo conoscevo. Ne conoscevo il peso, l’odore, i sapori. Adesso lo guardo. Guardo un altro corpo, secco, estraneo, ruvido, un alieno caduto da una galassia lontana con pochi peli sparsi sulla testa. Tutto è occultato da una nuova presenza, nuovi odori, sorrisi tesi, pelle dai colori cangianti: si parte da un pallido grigio fino al livido scuro con macchie rossastre. Non è più quel corpo, no, no, è un’altra cosa. Solo gli occhi, sia pur velati, a tratti giallognoli, conservano un’azzurra luce nota, una memoria precisa, ma cos'è questa luce? Andrea fatica a parlare, mi guarda e spesso sorride, quando raccoglie le forze ha ripreso a scrivere sul suo quaderno, scrive cose a tratti incomprensibili, un’algebra di parole, una memoria criptata, una calligrafia pessima. Passo ore qui, anche se è estate non ho voglia di sabbia e mare. Mia madre dice che sono pazza, che mi infliggo una punizione inutile. Le madri ti vogliono sempre incinta e sorridente. Al contrario qui sto bene, sono tranquilla, a tratti piango è vero, ma il vento qui in collina è bellissimo e non aspetterò ancora molto. Non aspetterò ancora molto. Un sapore di vero riempie la stanza e non lo voglio evitare, voglio che mi prenda ogni pezzo di questa carne.
Gli tengo la mano e leggo “ Verdi colline d’Africa” ad alta voce, Andrea sorride ad occhi chiusi. Ieri ha fatto un sogno e l'ha aggiunto nel suo quaderno che io leggo quando dorme:
“Domanda? Si espande, ora dopo ora si espande, il nastro si riavvolge. Le mie labbra di polistirolo, i miei liquidi sintetici da una lingua di sogno, da un sonno chimico, da un mantello acido fatto di case e strade, strade gialle. I capelli sugli occhi, ma la che mio non me li aveva strappati tutti? Dove sono sprofondato? Sono sprofondato dentro e il cervello sfrigola mentre cado. Il corpo a corpo d’ogni attimo, l'incombenza dei concetti, l'intrico delle possibilità, la fame di progetti, lo svolgersi di conflitti: tutto traballa, si fa sfocato. Povero sasso di pelle e ossa lanciato da un aereo cado a rotta di collo, senza saperlo cado, non c’è nulla a cui aggrapparsi, non c’è nulla a cui aggrapparsi. La trappola era dentro un grande prato blu: il campo si è spalancato in un'orbita Andromeda grande come l'aeroporto e sono scivolato dentro. Tu eri lì sul bordo e mi guardavi prima sorpresa e poi disperata, piangevi, silenziosa piangevi. Adesso precipito nel cratere da ore e ore, senza fermarmi precipito. Un'apparenza di fondamento, il fuoco di quel che appare irrinunciabile e poi in un attimo si dissolve. Quando guardo i vestiti, che nell'attrito con l'aria si strappano e si sfilano, non so bene di chi sia quel giubbotto grigio insieme ad una maglietta rossa divisa in due dalla furia dell'aria che tira, torce e taglia. Li vedo mentre schizzano via come aquiloni pazzi a cui sia stato reciso il filo. Sono solo puntini persi nel vuoto. Resto nudo nel vortice senza fondo, nel gorgo enorme. Un suono lontano si fa rapidamente urlo enorme di centomila bocche spalancate. I capelli sventagliati e sbattuti per mesi (o forse anni?) si sfilacciano mozzati uno a uno; la bocca piagata si apre e l'aria strappa labbra e carne a brandelli e la semina nella frattura, nel vortice quotidiano, un pezzo qui uno là. Il monaco sussurra non avere paura, stai tranquillo, lasciati andare. Lo scheletro si spacca ed esplode in una visione brillante di polvere e calce candida. Briciole di colonna vertebrale, schegge di femori, coriandoli di costole schizzano verso l’alto come punti luminosi nella tenebra. Le tue cosce fosforescenti, i tuoi capezzoli di gomma generati da una matematica di sogno, da un'incoscienza indotta, da una dipendenza irrimediabile di stanze, divani e abbracci conosciuti: tutto fatto a pezzi. Ora i pensieri sono estranei. Dove sto galleggiando? Sto galleggiando dentro a due pupille. La cosa era in fondo al precipizio, io sono in fondo al precipizio. Il campo di erba blu, anni e anni sopra quel che era me, si è richiuso. Sono qui nel nero adesso, sono qui da sempre. Immobile aspetto da decenni o secoli? Guardo la sconosciutezza, che sono, nell'attrito con l'aria sola ha resistito alla furia devastante, e non so bene chi sia questa assenza di nomi che pervade tutto come l'azzurro riempie il cielo... Da dove questa voce e queste parole? Da chi sono mai dette o scritte? Io cosa?”.



IV
Dicono che non si dovrebbe stare in compagnia della morte, passare ore con Andrea è effettivamente stare in prossimità della morte, sentirne il respiro, coglierne a tratti la presenza, l’odore. Gli amici dicono che mi faccio una menata assurda, che finirò depressa, esaurita o magari anche peggio. Ma il cielo è terso, si spande a tratti un silenzio impagabile che non toglie ma dà. Certo a tratti mi dispero ma sento anche un’altra cosa. Ne ho parlato anche ad Andrea e mi ha scritto quest’ultima pagina di quaderno come risposta:
“Quando vaneggio della “ragazza con il sole dentro alla testa” tento di dar corpo proprio a questa tua sensazione. Una sorta di perdita di sé, che mi ha gettato alcune notti in un terrore buio e che ora si apre come una porta di luce. Sussurra, mentre qui tutta la baracca va alla deriva, di non aver paura. Sì è un silenzio impagabile ma vibrante, un sapore di casa, di fine degli affanni, di abbandono del peso, della carne e dei liquidi. Rompere gli ormeggi e lasciarsi alla corrente nera delle onde, una corrente che mi fa a pezzi ora dopo ora. Sì ho paura, ma alla fine non ho paura. Questa ragazza con il sole dentro alla testa è uno svelamento, l’evidenza del salice lì fuori dalla finestra, il soffio di polvere che siamo, la fluidità di ogni evento, il teatro del linguaggio e dei corpi.
La ragazza con il sole dentro alla testa parla scandendo un silenzio abbacinante e ribolle in sé, brucia del suo fuoco. Cancellata la prospettiva dei progetti da rincorrere, inchiodato ad un letto d’ospedale, resta solo il muro, la porta del bagno, tu che aspetti, leggi Hemingway e mi tieni la mano, il giardino, la flebo che si svuota, la vena ormai persa…. Se chiudo gli occhi tutto è lo stesso, tutto precipita a rovistare nel cassetto dell’esistenza per darsi e dirsi senza riuscirci mai in via definitiva per arrivare poi qui dove sono. Tutto arriva qui dove sono.

La ragazza con il sole dentro alla testa infrange quel che sento come io, come Andrea e in certi momenti lo disperde, lo spintona e lo fracassa o lo diluisce in un enormità in cui si perde. Sì, sì ho paura. Sono stanco del male certo, anzi non ne posso più, ma non è il solo motivo, ne sono sicuro. Così come tu mi accompagni per un legame profondo, ma non è la ragione esclusiva per cui stai qui nel tedio di ore mute. Allora sono contento che resti, perché sai e soprattutto senti un intimità che stento a dire mia, ma che è anche tua e al contempo della tazza sul comodino, della prossima giovane infermiera e dell’asciugamano verde: guarda è ovunque”.


IL NEGOZIO




“O squallido fango maleodorante, o accecante bellezza gratuita. Gettati fra questi due estremi è facile per gli umani confondersi.”.


I
Stavamo andando a casa, ormai era notte fonda ed eravamo stanchi. La strada centrale del quartiere era nel caos, dalla laterale si vedevano i pennacchi degli incendi, il giallo contro il nero, il suono delle sirene della polizia e le grida.
Lì dietro, presa la laterale a destra e svoltato a sinistra dopo un centinaio di metri era invece tutto tranquillo, non c’era anima viva, un silenzio ovattato sembrava essersi preso tutto, anche se si continuava a sentire tutto il casino della strada principale, ma come in lontananza.

Ci siamo messi a dar calci ad una lattina di birra, ne avevamo prese cinque o sei da un supermarket saccheggiato e quella era tutta la nostra refurtiva della serata. Con il cappuccio della felpa nera sollevato sembravamo due fantasmi idioti e traballanti. Le birre erano finite e ci siamo detti che era ora di andare a nanna. Niente sbirri in giro, troppo impegnati con i pompieri sulla via centrale, troppo caos lì per infiltrarsi qui nelle retrovie, dove effettivamente non stava succedendo niente di niente e nessuno aveva combinato sfaceli.

Alcuni amici erano finiti in gattabuia, beccati mentre rubavano dai negozi e portati al commissariato e menati di brutto. Noi due in fondo eravamo tipi tranquilli e più di tanto non ci aveva preso la fregola di ripulire supermarket o altro. Non ne valeva la pena, o eri nella prima onda di chi spaccava le saracinesca o per te restavano solo scarti, roba coreana o peggio cinese, sottomarche del cazzo.
Un gatto nero ha attraversato di corsa la strada, impaurito dalla nostra lattina. Tutto sembrava a posto se non fosse stato per i bagliori e le sirene che continuavano ad ululare sarebbe stata una solita noiosissima notte come le altre. I saccheggi erano alla fine, ormai non c’era rimasta mercanzia in quei negozi, solo vetri rotti e scaffali rovesciati o scarpe da ginnastica taglia 50.

Ci eravamo accorti del negozio insieme e ci voltammo ambedue con aria interrogativa, l’uno verso l’altro, come se fosse un’apparizione insolita, una specie di strano fantasma. Era una rivendita di elettrodomestici, quasi nascosta, al piano sopraelevato di una abitazione dipinta di un giallino qualsiasi. Sembrava disabitata anche se non era malmessa. Non l’avevo mai notata nel quartiere, ma non sono un attento osservatore, se non vado a sbattere contro le cose non mi accorgo mai di nulla. Mi succede anche con le ragazze.

Abbiamo lasciato perdere la lattina e ci siamo avvicinati pian piano, senza correre, come se fosse sulla strada di casa, anche se i nostri alveari erano dalla parte opposta.
Sembrava tutto in ordine, l’insegna, la porta chiusa, la saracinesca abbassata. A guardar meglio però in una delle due vetrine non c’era traccia di saracinesca. Era molto buio e così siamo saliti per i due o tre gradini che portavano all’ingresso. Oltre alla saracinesca mancava completamente anche la vetrata. La stranezza stava nell’assenza di schegge o frantumi: nessuno l’aveva fracassata. Sembrava fosse stata smontata con cura da un vetraio e portata altrove. Aveva traslocato.

Se si esclude questa assurdità tutto era a posto, tutto era perfetto, niente sembrava esser stato preso. Siamo rimasti lì davanti imbambolati, intorno solo tenebra e buio, sia dentro che fuori.

Abbiamo sentito il rumore di un elicottero della polizia, in avvicinamento per sorvolare la zona e fare da supporto agli sbirri per le strade. Siamo scesi e ci siamo infilati dentro una siepe. La libellula tagliava il cielo con un faro e aveva intenzione di farlo anche nella nostra strada. Il rumore si è fatto forte ed il faro per un attimo ha illuminato il negozio. Solo pochi secondi.


II
In un lampo abbiamo visto la roba dentro. Pensavamo fossero frigoriferi o televisori di seconda scelta o addirittura usati, robaccia da due soldi per le periferie ed i pezzenti del nostro taglio, ma in quell’attimo era apparso qualcosa di diverso.
- Allora che si fa? Mi chiese con aria determinata il mio socio.
- Andiamo a vedere meglio. Dissi con poco convinto.
Siamo tornati esattamente dove eravamo prima che passasse l’elicottero, io avevo una pila in tasca, di quelle con i led, potenti e a luce fredda
-Tirala fuori e diamo un’occhiata.
La vetrina era in perfetto ordine. C’era uno schermo a cristalli liquidi di Samsung, grande bello e nero e uno stereo di Sony, vari lettori mp3 e un bel compatto della Philips per i cd e gli mp3. Lo avevo visto un mese prima ai grandi magazzini, era perfetto, ma non avevo certo la grana per farmelo e adesso stava lì davanti a me, nudo e crudo. Eravamo in silenzio e non so per quanto tempo siamo rimasti immobili davanti a quella vetrina senza vetrata, come due statue di sale, quasi ci fosse una barriera invisibile ed invalicabile.

Dietro su uno scaffale, dentro a delle vetrinette c’erano anche dei portatili Apple e poi Ipod, Ipad e tutta la chincaglieria della mela. Tutta la mercanzia sembrava in perfetto ordine. La vetrina era intatta e pareva chiusa a chiave da una serratura senza pretese.
Puntai la pila all’interno, tutto era calmo e tranquillo, uno scaffale centrale nascondeva il banco e la cassa. Nell’altro corridoio erano in mostra lavatrici e lavastoviglie e qualche televisore. Non me ne fregava niente di quella roba da casalinghe.

Fuori tutto taceva, anche le sirene sembravano sempre più lontane e i bagliori attenuarsi.
- Allora che si fa?
- C’è nessuno? Dissi con voce chiara in direzione dell’interno del negozio. Silenzio.
- Sei scemo?
- Era solo per sapere se qualche altro sciacallo era dentro, qui c’è un’aria strana…..

Ricordo bene di aver fatto il primo passo e scavalcando lo stereo sono entrato sulla pedana espositiva e dopo mi sono ritrovato dentro al negozio. Il pavimento aveva uno strano colore blu elettrico. Un cane si era messo ad abbaiare in un isolato vicino e spaccava il silenzio con i suoi latrati. Ci siamo separati ed abbiamo iniziato a guardare la merce, ma con cura, prima senza toccarla e poi rimettendola a posto ed in perfetto ordine, come se il negozio fosse aperto, con rispetto. Tutto andava per il meglio, sembrava un pomeriggio in un ipermercato, si stava lì e si adorava la roba, senza saper perché e senza potersela permettere, si fumava una paglia con una birra in un bar ganzo e poi si prendeva il metrò per tornare a casa con le cuffie in testa. Tutto qua.


III
- Hai visto quanta bella roba?
- Si io quasi quasi mi faccio il Philips in vetrina. l’hai visto?
- Si è figo, io mi sparo un Black Berry, il mio cell è marcio.
Pian piano qualcosa era cambiato, ed avevamo iniziato a muoverci più in fretta ed a spostare gli oggetti senza rispetto e senza rimetterli in ordine, ho visto il socio che iniziava a mettere in tasca della roba ed ho iniziato a fare lo stesso.

E’ passata una macchina in strada e ho spento la pila. Non si sentivano più sirene e a parte il cane tutto taceva.
Raccontata così sembra che siamo stati dentro un totale, mentre in realtà siamo rimasti veramente poco, cinque o dieci minuti, non di più.

Poco prima ricordo che per un attimo ho smesso di rovistare ed ho guardato la vetrina. Sono rimasto lì a chiedermi dove accidenti fosse finito il vetro, come mai fosse tutto aperto. Mi sono come incantato fissando un lampione in lontananza, forse la birrà mi era arrivata al cervello, non so, tutto era sospeso.
Stavo per riaccendere la pila, quando si è sentita una voce roca e scura, un suono da far venire i brividi ed era con noi dentro al negozio:
- Voi due chi cazzo siete eh bastardelli?

Ho smesso di respirare e per un attimo tutto si è fermato, come se non ci fosse più stata aria da respirare, anche il cane taceva, il gelo mi correva dappertutto. Non vedevo più il mio socio e pregai perché restasse dov’era, fermo immobile e di sasso.
L’uscita era a meno di due metri, potevo farcela, potevamo farcela se scoppiava un casino.
- Voi due bastardelli siete nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ho sentito un botto terribile e visto un lampo, mi sono buttato a terra in un gemito.

Tutto è tornato buio e silenzio a parte il cuore che mi scoppiava. Sentivo il sudore scendermi lungo la schiena e le gambe erano come paralizzate dalla paura. Non riuscivo a muovermi.

- Adesso tu bastardello rimasto ti alzi e te ne vai e se farai qualsiasi altra cosa ti sistemo ben bene come il tuo amichetto.
Si sentì una risata orrenda ed a quel punto le gambe si ricollegarono al cervello e in due salti ero fuori da quell’inferno. Ero vivo, correvo, ero vivo.


IV
Ho galoppato come un pazzo, sempre avanti fino al lampione e alla rotonda per la tangenziale, praticamente in direzione opposta a casa mia. Mi sono voltato indietro, niente, mentre lì era tutto a posto. C’era il solito bar con gli alcolizzati e le mignotte di quarta categoria. Sono entrato ed ho comprato un pacchetto di paglie.
Alla cassa la tipa mi ha guardato come fossi un morto. Avrà pensato che ero uno sporco tossico strafatto. Sono uscito, faceva fresco e verso nord si vedeva la rampa per la tangenziale con i lampioni dalla luce arancione.
Ci volevano ancora ore e ore per arrivare all’alba. Non me la sentivo di tornare indietro, non me la sentivo di andare a casa, non sapevo che fare. Mi son detto che forse non era andata da panico come stavo pensando, ma non mi sono creduto.

La bestia NON mi aveva visto e quindi significava che alla mattina sarei potuto andare a vedere, passare da lì “per caso” e magari cercare di capire cosa era successo, come era finita per il socio.

Sono tornato al bar e mi sono fatto una birra. Quando ho mandato giù il primo sorso mi ha preso una nausea da schifo, ma sono riuscito a dominarmi per non fare la figura di una merda tossica all’ultimo stadio. Dopo è andata meglio e gli ultimi sorsi sono stati piacevoli. Ho aspettato quel che c’era da aspettare. Lì sempre la stessa fauna, qualche drogato vero, i poliziotti che venivano a bere un caffé e squadravano l’aria o si perdevano dietro alle mignotte.

Uno degli sbirri si mise a parlare dei saccheggi lungo la strada principale. Borbottava che era tutto a posto, i mocciosi erano tornati a casa e gli incendi spenti. Diceva che era roba da pazzi, ma avevano rafforzato le pattuglie e in strada c’erano anche delle unità antisommossa, quindi l’ordine sarebbe tornato e chi aveva fracassato doveva pagare e farsi della galera. Non aggiunse altro e si voltò a guardare il sedere di una Rumena in servizio.

V
Andai fuori dal bar e dietro una siepe ne approfittai per pisciare. Il buio si stava diradando e la notte lentamente era alla fine.
A casa i miei vecchi manco si erano accorti che non c’ero, dormivano ci fossi o non ci fossi. Pà diceva che ero un imbecille senza la voglia di fare un cazzo. Con il socio lo smercio della roba ci teneva a galla e potevo evitare di fregare soldi nella borsa di mia madre. Ce n’era abbastanza per vivacchiare e farsi qualche felpa e una vestita come si deve ognitanto, ma non per altro, macchina manco a parlarne, metrò e basta fino a 80anni.
Pà mi prestava la sua “mercedes” solo al sabato sera. Era comoda quando uscivo con Karen ed ovviamente al sabato uscivo solo con lei. Non c’era altro per stare insieme che la vecchia ford con i tappetini di gomma nera con quel loro odore bizzarro.
Proprio il socio mi aveva presentato Karen, era la sorella di un suo amico. Io e lui del resto si era fatto la scuola insieme e anche alcuni lavoretti come corrieri e facchini per una ditta di traslochi.
Pian piano era saltata fuori la bazza della roba, era una faccenda pulita e senza rischi, visto che a noi quella merda proprio non interessava se non per i quattrini che potevamo imbarcare.

VI
Mi sono incamminato verso il negozio e man mano che mi avvicinavo sentivo un peso sullo stomaco crescermi dentro pian piano.

Ho notato che poco lontano c’era uno squallido parchetto con delle altalene sfasciate e uno scivolo pieno di ruggine. Per terra fazzolettini e sacchetti di patatine abbandonati. Da lì con calma potevo vedere quel maledetto posto e non essere visto, soprattutto se salivo nella casetta scivolo. Ma ero stanco e mi sono sdraiato su una panca. E’ scesa una stanchezza mostruosa, sono crollato e ho dormito. Risveglio scosso dai brividi, l’alba iniziava ad illuminare ogni cosa.

Lì tutto taceva. Sono rimasto inchiodato per tutta la mattina ed in quel fottuto posto non è accaduto nulla e non si è vista anima viva. Ho provato a fare uno squillo al cell del socio, ma era staccato. Mi son detto che quella faccenda non aveva senso e star lì era inutile e sono andato a casa.

VII
A casa i miei vecchi erano già usciti, mi sono fatto un bagno e una volta stravaccato sul letto sono crollato di brutto per la seconda volta. Alle 16.30 sveglia e mezz’ora dopo ero in strada. Ovviamente sono passato davanti a quel posto ed il maledetto negozio non c’era più. Dei pannelli di legno chiudevano le vetrine ed un cartello rosso con su scritto: CESSATA ATTIVITA’ stava davanti all’ingresso. C’era un campanello ed ho suonato. Da fuori s’è sentito il trillo elettronico, ma niente, non si è mossa una foglia. Un furgone inutilizzato da anni era parcheggiato nel cortile sul retro. Sono tornato all’ingresso ed ho suonato di nuovo: niente. Un gruppo di sbirri ha imboccato la via, avevano strane uniformi nere imbottite e caschi protettivi mai visti: dovevano essere gli antisommossa. Ho bestemmiato sottovoce e mi sono incamminato verso la strada principale facendo finta di niente.