giovedì 24 ottobre 2013

LA CONDIVISIONE SIMBOLICA




compiamo gesti perdendo la componente simbolica che sta oltre l'evidenza e rende umano l'agire. La sacralità di mangiare, dormire, lavarsi, far l'amore...

in assenza del simbolico, del non detto e del non mostrato, che sta nel detto e nel mostrato, soffriamo. Non può essere altrimenti

non sto parlando di religione, ma di valore, valore che sublimiamo sempre in chiave simbolica, da un abbraccio ad uno scambio di cartamoneta

i gesti cari, quelli che ci abitano nella memoria, sono aperti ad uno spazio simbolico riempito da noi stessi e dall'altro con gesti, parole e oggetti

se questo spazio è chiuso, quello della condivisione simbolica, siamo nel greve agire ed ansimare, dove tutto si spacca nel non senso

l'erosione degli alfabeti simbolici e la chiusura degli spazi in cui operare una condivisione è uno dei peggiori mali del nostro tempo

da lì sgorgano molti dei nostri patimenti



domenica 6 ottobre 2013

ARTWORKS






more artworks

Artworks è un insieme composito, che ricorda un oggetto sapiente e ricco di fascino, qual è l'erbario. Queste opere infatti parlano la lingua del generale  e del particolare; hanno complici il caso e la cura; sono legate al gesto e muovono all'astrazione; evocatrici di natura e poesia. Come nella costruzione dell'herbarium in loro c'è la grazia della raccolta, della scelta, della gratitudine; sono frutto di un comporre per dare senso. I singoli di Enrico Marani sono luoghi dell'anima fermati sull'alba tabula della memoria. Hanno estensione simbolica molto forte, senza perdere essenzialità.  Ogni opera declina un verso, con la leggerezza e la potenza di un'immagine parlante che va oltre la sua materialità. Ci sono abitudini e curiosità, bisogni e capacità creative che perdiamo con il tempo. Enrico Marani ce le restituisce con l'abilità e la sapienza di chi riscopre un'attitudine. Un linguaggio fatto di incontri, di sovrapposizioni, di chiusure ed aperture dove l'istantaneità e l'eternità si fanno complici. L’'evocazione di paesaggi reali ed immaginari, terribilmente vivi e fantasticamente inesistenti. Il simbolico non è sublimazione ma arcaica corrispondenza del concreto e dell'astratto. Scopriamo l'astro nella sua assoluta perfezione sorgere dal buio della terra (composition 13) o l'occhio pericoloso di Medusa nell'assoluta fissità dei fili e degli sterpi annodati (composition 10); dentro una piccola cavità scopriamo la “possibilità” che appartiene ad ogni dolorosa crepa che si apre nel contingente (composition 10); troviamo la potenza evocatrice della memoria paga di se stessa finché non viene invasa dalla verdescenza del presente (composition 3), per fare qualche esempio. Marani è un artista poliedrico, la cui espressione è nella forma più completa segno parola suono. Il segno che nelle sue opere assume su di sé la capacità di evocazione poetica. Ama definirsi “scultore musicale”* perché capace di mescolare i sensi e le abilità. In Artworks a ciò si aggiunge una ricerca sapiente di comunicare al di là dell’io. Sono le cose, i frammenti di una natura non addomesticata nelle forme, non neutralizzata dall’identità della nomenclatura scientifica, ma viva, imperfetta a volte mescolata ad altro che non solo riconosce ma ingloba, fortifica, domina. È un’arte delle cose nella loro immortalità poetica, è una comunicazione che supera il dire della soggettività, perché come ci suggerisce il filosofo Remo Bodei il privilegiare la cosa rispetto al soggetto è mostrare il soggetto stesso nel suo rovescio. Non troviamo nei singoli dell’artista il suo sé deforme, alterato, idealizzato, ma il suo gesto, il suo cogliere e deporre come atto di universalità. Non è sul sogno, sulla ricerca di perfezione, sul fantastico che troviamo in questa collezione il senso dell’arte, ma nella possibilità di parlare attraverso l’istante che si itera al di là della sua volontà.
Come gli erbari, dove il perdere la propria tridimensionalità significa acquistare per sempre e per molti la propria eternità.


Micol Perfigli


more artworks

Queste opere parlano di incontri. Tra chi? Non è dato saperlo con certezza. Elementi della natura, potremmo dire. Ma quale natura? Non certo la natura nel senso ristretto, moderno, ma in quello più ampio della physis greca, all'ascolto della quale Heidegger ha rieducato il nostro orecchio. Anche due reti di plastica possono essere, e qui sono, physis. Natura, prima ancora che nel senso di potenza, nel senso di mistero. Non la natura romantica, non la natura intesa come forza, o come mondo, o come orizzonte inglobante, ma, piuttosto, come ciò che spunta e cresce oltre il mondo e l'orizzonte, tra le loro pieghe, rompendo le pieghe stesse. Natura come ciò che sorge spontaneamente, sommessamente, sempre sotto possibile smentita, che viene dal nulla e nel nulla è destinato a tornare – e che, a differenza del sistema, non se ne fa problema. Non una forza che si oppone ad altra forza ma un soffio che se ne sottrae radicalmente. Elementi, abbiamo detto. Mi ha colpito, in questi lavori, questa strana sospensione che invita a considerare, nell'accordo generale, ciascuna singolarità: un equilibrio miracoloso e paradossale tiene separate le identità di ciascun elemento anche nelle opere apparentemente più corali. Anche negli intrecci, anche negli addensamenti attorno a un punto: superata la visione d'insieme, ognuno di essi ci invita ad essere considerato nella sua propria esistenza. Potere della materia sull'attività uniformante della visione, della pittura. In queste opere, ogni singolarità si espone di per se stessa, con una propria luce, una propria resistenza, irrestibilmente, naturalmente – ed ecco ancora questo significato quasi capovolto di natura, che non significa più uniformità ma emersione dall'uniformità. ingolarità che esige di essere guardata, nella sua fragilissima presenza; null'altro da offrire che se stessa, nessun escamotage, eppure proprio questa nudità è seducente al massimo grado, è un coraggio che sentiamo mancarci. E l'occhio rimane lì. Ma abbiamo detto anche: incontri. Incontri tra due elementi (che può significare: tra due singolarità dello stesso tipo, ma anche tra due tipi diversi). Ciò che emerge dalla physis non è incurante. In queste opere sembra che la tensione verso ciò che è sorto dietro o davanti a me, di fianco a me, sia la prima preoccupazione della cosa stessa. Io vengo al mondo, e per questa stessa ragione immediatamente mi piego, mi dispongo verso l'altro. Gli elementi, qui, sono solo apparentemente rigidi e fissati. Da essi emerge un bisogno di comunicazione – anche negli elementi apparentemente più potenti, più in alto nella gerarchia dell'esistente tracciato dalla disposizione delle tavole. Nessuno di essi può essere solo, ma, ancora di più: nessuno vuole esserlo. In queste opere, nella loro purezza, venuta al mondo e desiderio si concentrano l'uno nell'altro fino a coincidere. Nel silenzio, gli elementi si parlano in un modo soprendente. Ed è proprio il discorso sull'incontro che ci porta al grande assente: l'uomo, quello che sta davanti l'opera e quello che le sta dietro. "Grande assente", perché assente di un'assenza sempre ricordata. Da qui, da questi incontri, l'uomo non è semplicemente andato via. Esso rimane come un sottointeso. L'uomo non compare – eppure il suo fantasma silenzioso sta dietro a questi lavori, impercettibilmente ma senza possibilità di smentita. Non sono opere dentro le quali ci si abbandona. In esse continua a percepirsi la risonanza del gesto, il lavoro, la regola. Regola talora apparentemente invisibile, ma non assente. Il sole accecante attorno al quale tutto si organizza, che pure non possiamo guardare direttamente. L'invisibilità della linea parla della misteriosità di questa regola, misteriosa almeno quanto il sorgere delle cose stesse. Mistero che l'artista rispetta. Non bisogna lasciarsi traviare dalla geometria delle disposizioni: non è una geometria imposta estrinsecamente, anche quando essa si fa più scopertamente violenta. Al contrario, essa dà quasi l'impressione di sorgere dalle cose stesse, come se l'artista si fosse semplicemente limitato a fotografare la disposizione del loro incontrarsi – qui forse esce l'occhio fotografico (e cinematografico) di Enrico –, come l'istologo congela la grande danza dei cromosomi nel susseguirsi delle fasi del ciclo della cellula, che da una si fa due. La regola, abbiamo detto quindi, è evidente: ma non è l'uomo che dà la regola, quanto piuttosto segue quella che le cose nel loro farsi gli suggeriscono. Ciò che si sente qui in modo supremo è quel mistero eminente dell'arte, secondo il quale l'artista, a un certo punto, sente che l'opera, che pure egli ha prodotto, non è più sua. In questi lavori, sembra che l'artista abbia da sempre soltanto guardato il suo materiale, e quasi si stringe a noi in una contemplazione magica. Per questo motivo ho scritto che il lavoro è allo stesso tempo evidente e sottointeso, che la regola organizza, ma secondo i ritmi che le cose impongono: per questo ho detto che l'uomo c'è, ma come fantasma. Mi immagino, guardando queste opere, che lo sguardo dello spettatore, davanti ad esse, se potesse bucarle, troverebbe specularmente lo sguardo dell'artista, che pure da da dietro le guarda. Più che fare, egli permette che le cose si facciano. Ricordo una conversazione con Enrico sul mistero di essere padre e madre, in cui egli ribaltava la logica consueta che vede il figlio come qualcuno o qualcosa da plasmare, per confessare che il problema era piuttosto il contrario: capire cosa voleva il figlio dal padre e dalla madre, capire in che modo ciò che era stato generato interpellava il generante, capire in che modo egli chiedesse di seguirlo lungo le proprie strade. Paradosso del creatore che viene creato a sua volta dalla creatura, come ha scritto anche Lévinas. Paradosso umano, prima ancora che artistico.Dietro all'incontro delle cose, l'uomo. L'uomo che accompagna la vita della natura, che la annusa con una riverenza religiosa: non acritica, ma umile. L'uomo che sente il respiro della natura, quando sa di non possederlo più: e con quest'immagine del respiro, certo logora e abusata, vogliamo significare un evento reale: quello per cui, paradossalmente secondo le nostre regole, le cose, nel loro silenzio e quindi senza apparente comunicazione, si rendono disponibili per ogni altra. Non dicono "sono qui, e posso fare per te questo". Il "posso" e il "questo" non sono nella loro disponibilità. Essere al mondo è già un essere radicalmente esposto. Tacciono, quasi disarmate, consapevoli dell'inevitabilità del respiro. Non un respiro "cosmico", cioè, in fondo astratto, perché valido "per tutti e per ciascuno", ma un respiro che condivide l'aria con ciò che gli è stato messo di fianco (di nuovo, Heidegger e la Geworfenheit?), che si apre alla stessa aria: e l'aria non è uguale dappertutto, e non ogni cosa va bene per tutti. Si conserva qui, cioè, il senso della differenza. La fragilità dell'incontro che è anche ciò che lo rende autenticamente tale, il suo poter sopravvivere magari anche un istante solo, il suo essere dipendente da certe condizioni, da un certo tempo. Irripetibile, davvero. Dipendente dal tempo e dallo spazio; e in un certo senso al di fuori, come miracolosamente emergente dal tempo e dallo spazio, in altre parole: vita: "Il significato dell'universo non sta nell'universo".

Davide Bertolini

 


mercoledì 13 febbraio 2013

IL MONDO SOTTOSOPRA



Per Luca ed Anna che sono appena arrivati su questo pianeta e per le loro mamme Francesca e Cecilia, due appassionate educatrici.  

Nel mondo in cui siamo, mondo che spesso sembra girare "a rovescio", mancano sempre più validi riferimenti, bussole e segnavia che possano guidarci nel cammino. La meraviglia dei bambini, il loro desiderio di amare senza calcoli, guardare e ascoltare senza pretesa o arroganza, è oggettivamente e non idealmente una medicina per adulti sempre più disorientati. Abbandoniamoci a questa magia...


C'era una volta

un signore alto alto e magro magro. Viveva solo in una casetta piccola piccola in cima ad una montagna circondata da un bosco. La montagna era tanto alta che quasi toccava il cielo e da lì si vedeva tutto il mondo. Spesso se ne stava in giardino a suonare un'armonica.

Nel castagno di fianco alla casetta aveva costruito la sua tana uno scoiattolo saggio, che spesso andava a cena dal signore alto alto e magro magro.

Un giorno il signore alto alto, dopo aver mangiato e bevuto del vino rosso, fece una domanda al suo amico scoiattolo che se ne stava su un ramo:

- Cosa vedi dalla cima del tuo castagno, amico mio?

- Vedo un mondo alla rovescia, dove le cose invece che andare avanti vanno indietro, e dove quel che sta sotto dovrebbe star sopra e quel che sta sopra dovrebbe star sotto. - disse lo scoiattolo.
- Mmmh, sempre peggio vero? - Disse il signore alto alto e magro magro.
- Sempre peggio, avanti così non si può andare, l'unica è sgranocchiarsi qualche nocciola.
- Bisogna fare qualcosa, tu pensi che sia l'ora della magia?
- Penso sia l'ora della magia - disse lo scoiattolo.

Era un'epoca strana quella. I pesci del mare nuotavano fra le nuvole e gli uccelli volavano negli abissi degli oceani. Chi era sopra stava sotto e chi era sotto stava sopra.
Le foche giocavano in cielo e le balene sguazzavano per aria come enormi mongolfiere. Tutto sembrava essersi rovesciato ed i funghi crescevano sulle spiagge.
Gli uomini vivevano sott'acqua ed erano diventati strani. Le mamme sorridevano poco ed i papà erano sempre seri, a volte arrabbiati ed a volte stanchi: avevano gli occhi da pesci lessi.
I bambini poi non giocavano più, e tutti si ascoltavano sempre meno l'un l'altro, perché avevano le orecchie piene d'acqua e ognuno passava le serate come se fosse chiuso in un acquario.

I delfini poveretti si rovinavano invece le pinne impigliandosi fra gli alberi e le tartarughe di mare si perdevano fra le nuvole o nella nebbia: c'era una gran confusione in cielo.
In fondo al mare, a parte gli uomini che si erano intristiti, c'erano uccelli che andavano a sbattere contro gli scogli, aquile insabbiate, falchi stanchi di acqua e sale.

Il signore magro magro allora prese una decisione. Si alzò da tavola, aprì un armadio giallo e prese una grande lampadina blu. La prese fra le mani ed iniziò a guardarla.
Guardò fuori dalla finestra vide che il cielo era grigio e la terra stanca.

- Allora hai deciso di fare il grande passo? -
Chiese lo scoiattolo saggio.
- Sì, ho deciso, adesso svito la lampadina bianca e avviterò la lampadina blu, e speriamo che la magia arrivi in fretta.
- Per tutte le nocciole del mondo, certo che arriverà: è la nostra ultima speranza per sistemare le cose!

Tornò in cucina, svitò la lampadina dal lampadario senza nemmeno salire sulla sedia, perché lui era alto alto.
Si era fatta sera e la stanza diventò buia. Per un attimo fu indeciso sul da farsi.

- Hai perso il coraggio?
Domandò lo scoiattolo.
- No, ma lo sai anche tu che la magia blu è la magia delle magie, e non vorrei che qualcosa andasse storto.

Proseguì avvitando la grande lampadina che aveva tenuto fino a quel momento fra le mani. La luce blu riempì la stanza improvvisamente. Era un blu intenso, un blu di mare profondo e allo stesso tempo di cielo a primavera. Il blu della lampadina era tanto bello, tanto grande e tanto intenso che, magia delle magie, iniziò ad uscire dalla porta e dalla finestra e pian piano riempì tutta la strada che portava alla montagna e il bosco che la circondava, il cielo lì vicino e tutti i campi intorno. In poche ore tutto era diventato di un blu bellissimo. I due uscirono dalla casetta.


- La magia è iniziata.

- Io torno sul mio albero, cosa ne dici, ci vediamo per cena, così facciamo il punto della situazione?
- Buona idea. - Disse l'uomo alto alto e magro magro.

Il grande blu scese a valle e dopo aver riempito il cielo, riempì anche la terra, entrò fin dentro le tane dei conigli e avanti avanti si infilò nei fossi di campagna e nel fiume, fra le canne ed i sassi, dentro alle cascate e sotto ai moli dei pescatori, e poi oltre dove la terra diventa sabbia e si apre sul mare.

Il blu cambiò il colore delle onde e si infilò fin dentro agli abissi, dove vivevano gli uomini nelle loro città sommerse. Tutto, tutto, ma proprio tutto, era diventato blu.

Lo scoiattolo si arrampicò fino in cima al suo castagno.

- Allora come sta andando? Cosa vedi da lassù?

- Direi che ormai ci siamo, vedo blu ovunque e ha invaso ogni cosa. - Disse lo scoiattolo
- Sta funzionando la magia?
- Non riesco ancora a capirlo.... - Disse lo scoiattolo.

Ormai il blu aveva invaso ogni cosa ed i due amici decisero di spegnere quella luce, che aveva riempito tutto il mondo. Tutto rimase ancora una al buio.
Nel nero più nero l'uomo alto alto e magro magro disse una formula magica:
- Metti sotto quel che è sopra e metti sopra quel che è sotto e fallo subito in un BOTTO!
Passarono 7 lunghissimi minuti, poi come d'incanto si affacciò in cielo un bel sole giallo pieno di colori.

Lo scoiattolo rimessosi in piedi corse sull'albero e si mise a scrutare la terra ed il cielo. Era tutto un turbinio di mille colori.

- Per adesso non vedo niente.

- Niente niente? - Disse l'uomo alto alto e magro magro.
- Niente di niente … anzi, aspetta, vedo qualcosa laggiù in cielo!!
- Cos'è?
- E' un falco amico mio! La magia è riuscita! Gli uccelli sono tornati in cielo! Urrà, Urrà!
- Vedi anche il mare dal tuo castagno?
- Vedo anche il mare e tutti i pesci sono tornati in acqua,anche la balena! - Disse lo scoiattolo
- E gli uomini? Gli chiese l'altro.
- Gli uomini? Sono tornati sulla terra e le loro case non sono più acquari tristi, anzi le persone si parlano e SORRIDONO !!!
- Evviva ce l'abbiamo fatta! Ogni cosa è tornata al suo posto!

L'uomo alto alto e magro magro pensò alla magia del blu del cielo, del mare e al blu del fiume che attraversava la terra e sorrise contento, pensando anche a tutti i colori dell'arcobaleno.

Si affacciò alla finestra e disse allo scoiattolo saggio:
- Amico mio vieni da me per cena?
- Certo! Dobbiamo far una grande festa e inviteremo gli animali di tutta la foresta!

sabato 22 dicembre 2012

DICEVANO IO



carne
si allenta e cede
dentro pietre
danzano rapide
luci al neon
libellule elettriche
i fari di un'automobile tagliano il muro
i fatti passano
anche clavicole e ombrelli
anche profumi e mani
stanza tace vuota
silenzio
le dita
le braccia
rami corti d'albero
respira ancora
prima voci e parole certe
poi gelo
nudo avvampa
niente ora incombe
storie attorcigliate scorrono rapide
srotolano via e si dissolvono
chi era?
Dicevano io.

sabato 1 dicembre 2012

VOCI




parole sbattono
slittano
si spezzano aguzze
spaccate stramazzano
sparse a pezzi dalla mareggiata
acqua sale roba passata
grumi annaspano
schiuma spuma
perse nell'opaco
sillabe annegate
trame bagnate
affondano nella sabbia
sole
per altre storie si asciugano
al sole
ovunque il vento le conficca
a sparpagliare pazzo
siate maledetti
urla urla urla
s'incanta
sussurra








mercoledì 28 novembre 2012

CHRIS CUNNINGHAM & ITALO CALVINO



«In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle rig he scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione». 


 Italo Calvino, "Mondo scritto e mondo non scritto", 1983.

domenica 18 novembre 2012

LA TERRA (per un nuovo umanesimo)




 
Viviamo lontani dalla terra ed in un graduale distacco dalla carne (ma questa è un'altra amnesia). Calchiamo la terra con i piedi, ma la conosciamo sempre meno, non la tocchiamo con le mani, non lasciamo orme a piedi nudi. Il fango va lavato, gli stivali e le scarpe ci proteggono, i pneumatici ci portano rapidamente da qui a là senza quasi nessun contatto.

Fra noi e la terra abbiamo frapposto degli intermediari sconosciuti, gente lontana, che spesso parla altre lingue e viene ancora a patti con una terra lontana, ma purtroppo non per sé lavorano, ma per altre organizzazioni ancora. Enormi golem finanziari raccolgono il lavoro di questi contadini spesso disperati, grano, soia, mais, patate, zucchero, cotone e caffé e lo lavorano, lo trasformano, lo alterano chimicamente, lo confezionano e lo imballano. Spesso da un'estremità del pianeta riforniscono la parte opposta, caricando tutto su navi, treni, container, camion. Il materiale deperibile viene stipato nei frigo e rifornisce enormi ipermercati, dove si vendono cibo, computer,pupazzi di pelouche, biciclette e aspirapolvere.

Le macchine non hanno bisogno di cibo, ma necessitano di elettricità. Il proliferare delle macchine ingurgita risorse in modo insostenibile, aliena la terra all'uomo, contamina l'acqua e svuota i fiumi. L'uomo ridotto a macchina ignora la terra, si rifornisce spesso acriticamente di combustibile organico, ma ha perso il contatto con la terra che abita. L'agricoltura nei paesi “sviluppati” ed in Italia in particolare langue. Eppure il fabbisogno di cibo sale.

Dove si alimenta la contraddizione fra l'abbandono dell'agricoltura, dell'autosostentamento e della capacità di render fertile la terra, a cui corrisponde per contro un aumento delle necessità alimentari? Il ritorno dell'uomo, la fine del suo travestimento a macchina biologica, la riconquista della coscienza e dello spirito per un nuovo umanesimo, cercano un piano d'appoggio e questo piano d'appoggio è la terra.
Senza la fatica, senza la pioggia e il letame, senza la vanga e la zappa, siamo condannati a rifornirci di nulla organico, facendo del cibo una sosta ad una stazione di servizio dotata di ampio parcheggio. Le mani nel fango sono un battesimo, le unghie sporche e la schiena indolenzita testimoniano di un'autenticità perduta fra questi alimenti sigillati nel polietilene.

Non è una romantica lotta di retroguardia, più semplicemente mangiare taralli fatti con i cereali per i maiali ci uccide, così come ci uccidono molti artefatti cibi moderni: non sono adatti all'organismo, non sono dono fresco della terra.

L'intendimento di terra come risorsa, come luogo dove massimizzare la produzione e le prestazioni, esattamente come si parlasse di un qualsiasi prodotto elettronico, è un intendimento che non solo ci esclude da una relazione con la terra, dal ringraziamento per i frutti che così generosamente ci dà, ma inesorabilmente avvelena prima l''anima e poi il corpo, mancando appunto una relazione, una dedizione ed un rispetto, che alla fine sono parte integrante del prodotto finale: il cibo.

Ridurre il cibo ad un combustibile è un suicidio, abbandonare la terra è solo preparare un esilio volontario ed inconsapevole.

martedì 4 settembre 2012

SARANG the dream of earth REVIEWs




Recensioni di Rockerilla (Aldo Chimenti), Rumore (Vittore Baroni) e Blowup (Paolo Bertoni) al disco d'esordio di SARANG uscito per SILENTES "THE DREAM OF EARTH". Clicca sull'immagine per leggere la recensione.

martedì 28 agosto 2012

un CANE

"Un uomo vuole incontrare Buddha, ma se Buddha è morto già da tanto tempo, come farà a incontrarlo? Un altro, un saggio, gli dice: Va' al mercato, lì lo incontrerai. Ma, dice il primo, come faccio a riconoscerlo? Molto semplice, risponde l'altro: lo incontri in ogni mendicante, in ogni donna, in ogni animale. Il primo cane che passa sul tuo cammino, quello è Lui".

mercoledì 11 luglio 2012

F35 LOCKHEED MARTIN



Dodici miliardi di euro, una finanziaria potenzialmente spesa in 90 cacciabombardieri F35 Lockheed Martin, mentre il paese langue in una delle sue peggiori crisi, con una disoccupazione giovanile terribile un P.I.L. negativo, tagli in atto su tutti i fronti, anche a servizi essenziali come scuola, giustizia, previdenza e sanità (settori in cui a dire il vero,  molto può essere fatto per contenere le spese).  A tutto questo si aggiunga un abbattimento selvaggio dei risparmi degli Italiani e una pressione fiscale diretta ed indiretta a livelli ormai insostenibili ed il quadro a tinte fosche è completo.

La prima domanda che sorge è come sia possibile, come possa accadere che sia aperto un capitolo di spesa enorme a fondo perduto (i cacciabombardieri non fanno certo uscire dalla crisi) in un momento di così grande difficoltà. Per trascurare a denti stretti i risvolti etici di una scelta di questo tipo e senza che un Parlamento ormai in vacanza e ipnotizzato da tempo, sia scosso da un moto di orgoglio e indignazione corale.
La Lockheed in passato non è stata estranea al pagamento di tangenti al fine di corrompere politici e governanti. Visti gli interessi in gioco, influenzare le scelte è stato storicamente un costo sostenibile, e si noti bene a livello Europeo e di gerarchie militari.
Cosa è cambiato oggi? Qui possiamo farci un’idea del progetto e sbirciare fra gli ordini. Come mai l’Italia dopo USA e Gran Bretagna ha la maggior commessa all’interno della UE superando per ordini uno stato come Israele (con ben altre problematiche di difesa)? Come mai paesi nella tempesta economica come Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo, i P.I.G.S. per intenderci, ne sono rimasti saggiamente fuori? Domande per ora inevase. Mi chiedo dove siano i giornalisti d’inchiesta, mentre sulle testate dilagano scialbi opinionisti con la barba grigia o bianca, o massicci pachidermi in vena di pontificare per l’una o l’altra parte, consiglieri di principi inesistenti. Questo atteggiamento della maggior parte dell'informazione serve solo a conservare interessi particolari, distrarre, non far ragionare, ma far parteggiare, quando invece ci sarebbe da scoprire quali sono le effettive e irrinunciabili priorità di una spesa semplicemente folle. Quali sono le minacce alla nostra integrità nazionale che la giustificano in un drammatico frangente economico come l’attuale?
Una penosa evidenza è manifesta. Quella di apparati, in questo caso l’esercito, che in modo autoreferenziale si cibano di risorse economiche senza alcuno scrupolo, mancando evidentemente da decenni urgenze difensive a livello nazionale ed Europeo. Detti apparati cannibalizzano lo stato di cui dovrebbero essere componenti, divorando capitali che potrebbero aiutare la crescita economica, produrre occupazione e ricerca. Si sa all’interno di dette strutture questi e anche danni peggiori sono considerati collaterali, necessari e sostenibili. Lo sono anche per i comuni cittadini?
Ci sono organizzazioni, in questo caso gli eserciti, che hanno la tendenza ad autoalimentare il loro potere ed inevitabilemnte ed indipendentemente da chi le guida si espandono nel corso dei decenni come una proliferazione cellulare incontrollata e possono arrivare all’estremo di soffocare lo stesso organismo che dovrebbero proteggere, lo Stato, come accaduto in America Latina, Africa e Asia a più riprese. La mancata cancellazione di questa assurda commessa per 131 velivoli da combattimento, passata ora a 90 velivoli, certificherebbe l’avvenuta separazione fra gli interessi dei cittadini e del paese, ora in una gravissima crisi, rispetto all’esercito che dovrebbe tutelarne il benessere. E’ una divaricazione da evitare salvo poi andare incontro ad amare conseguenze.