mercoledì 2 gennaio 2008

17 buon viaggio a Ettore Sottsass



Radici viennesi e viaggi. Cosa ha contato di più, nella sua storia?

"Hanno contato entrambi, e molto. I viaggi, in particolare, dovrebbero servire a uscire dalla condizione scolastica, qualunque essa sia. Alla fine sommi le esperienze, le visioni, le emozioni, e diventi tu. Con Barbara una volta in Thailandia ci fermammo sulle rive di un grande fiume. Il caldo era atroce, e avevamo fame. Ci portarono un samovar bollente, con pesce lesso e piccante, e una specie di liquore, anch' esso caldo. Sulla riva i bambini giocavano e le donne si lavavano. Allora, forse drogato dal calore, forse ubriaco, dissi alla mia compagna: ora mi ammazzo. Lei fu sorpresa, e mi domandò perché. Perché non sarò mai più felice come adesso, risposi".

(tratto da Repubblica.it qui puoi leggere l'intervista completa)

4 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Siamo frammenti, schegge, anche se in ogni frammento resta traccia di una geometria emotiva originale. Ma questa geometria è legata al soggetto? Siamo sempre gli stessi? Basta il nome e le sensazioni predominanti in cui ci riconosciamo a renderci unitari, a scolpire un'identità? Cosa siamo adesso? Ieri eravamo la stessa cosa? Quali convenzioni ci sembrano assolutamente convincenti, tanto da dire: "Ecco sono questo!". Chi quello con lo pseudonimo oppure l'anonimo? Nome e cognome? Il corpo, la carne? La tana in cui ci raggomitoliamo? Cosa? Lampeggiano le quattro frecce di una vecchia ford, sono le due di notte. La batteria è morta, stanno aspettando il carro attrezzi. La ragazza mora parla per prima con frasi brevi e taglienti: "Siamo sempre e solo una porzione di noi stessi, il guaio è farsi vedere completamente e trovare qualcuno in grado di cogliere l'interezza. Personalmente odio definizioni e pensieri fatti sentenza.". L'altra, con i capelli rossi, si accende una sigaretta e dopo un po' risponde: "Ma questo qualcuno in grado di cogliere l'interezza è poi necessario, o questa frammentarietà parte da noi stessi immediatamente, che l'altro ci sia o non ci sia, che veda o sia cieco? Insomma secondo te è qualcosa di strutturale od è episodica e contingente?". Passa un camion, l'autista dormicchia e il rimorchio sbanda leggermente in prossimità della corsia d'emergenza dove le due continuano a parlottare senza accorgersene. Quella con i capelli rossi aggiunge: " E se una definizione non fosse solo vuoto linguaggio ma frutto di un significato certo e incontrovertibile? Forse che vivendo non ci scontriamo con l'incontrovertibile? A questo punto ha ancora senso quell'odio di cui parli? Oppure senza coglierlo a pieno l'assenza di senso è il senso a cui più tenacemente ci aggrappiamo? Cosa accade secondo te se guardiamo con disincanto al disincanto?". Ripete quest'ultima domanda un paio di volte e riprende:"Qualcuno che possa cucire frammenti e finalmente vederci nella nostra interezza non ha forse solo l'illusione di una ricomposizione illuminante, mentre in realtà vede solo il riflesso di un attimo? La ricomposizione di questo mosaico, non è un combaciare armonico di tessere che ricompone un disegno originario, ma forse è l'accettazione degli abissi che intercorrono fra un tassello e l'altro, in una trama probabilmente inesistente.". E ancora una volta chiede:"Tu cosa senti quanto guardi con disincanto al disincanto? Io provo una felicità strana.". In quell'attimo i bei capelli rossi gli brillano nella luce di due fari abbaglianti: è arrivato il carro attrezzi.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Appena in strada, le chiavi dell'auto ancora fra le mani, suona il cellulare. Mi saluta e racconta le rocce aguzze e le vetraie in cui è inciampata, le ferite alle ginocchia, i tagli, l'indeterminazione, l'impossibilità di accasarsi e la fatica, soprattutto la fatica. I pensieri si attorcigliano allo stomaco ma poi evaporano insieme agli umori dei corpi. Il senso svanisce fra le mani, la marmellata di parole inerti in cui navigano le settimane satura lo spazio. Il corpo cede alla paura che stringe la gola e toglie aria. “Adesso sono un po’ lontana da chi mi scuote, da chi sa quali corde toccare, da chi capisce cosa si muove dentro guardando solo le mie pupille mentre si dilatano senza l'effetto di nessun agente chimico. Sono lontano da chi mi corregge perché non lascio lo spazio dopo il punto, ma sto ad una distanza che mi permette di ascoltarvi. Sono lontana da me, ma comunque vicina a voi”. Improvvisamente aggiunge: “Sono nervosa costretta qui tra quattro mura e tra le quattro pareti ripide della mia testa.”. Per un attimo, silenzio sospeso, si sente solo respirare all'altro capo. Ascolto stupefatto quel respiro, il suo ritmo, il suono e la sostanza. Un naso, una bocca, due polmoni, aria che entra ed esce, senza affanno ma distintamente. Le chiedo se il bene sia costretto agli eventi in cui cadiamo o se abiti una visuale differente che accoglie e supera quel che accade, restando in quel che accade. In fondo non si tratta di fare altro che attraversare paesaggi, città, amori, guerre, nomi e mestieri, progettare e coltivare nuove aspettative, poi ripartire in un perennemente moto circolare. La questione aperta è come relazionarsi al tutto che è in fiamme, partendo da questo corpo di labbra e mani. "Quale sostanza possiamo dare a tutto questo?". Resta silenziosa di fronte alla domanda, ma non interrompe la comunicazione. La si sente respirare all'altro capo: solo respiro e silenzio; intanto qui le risponde il mormorio della pioggia. Ascolto stupefatto quel respiro, il suo ritmo, il suono e la sostanza. Sostanza di sogno.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIO tre:
“Quel che è sotteso al controllo è un’influenza preponderante, il dispiegarsi di un potere sulle anime e sui corpi . Al giorno d’oggi è un potere finalizzato all'espandersi di determinati interessi economici, un' orgia di simulacri che infetta i nostri sensi, mentre un intreccio di menzogne, seminate nel terreno della paura e dell’incertezza, germoglia continuamente al servizio di questo sinistro meccanismo. Quel che sfugge all’ambito dell’influenza corrode tuttavia lentamente qualsiasi forma di potere e l’influenza non si dà mai come un fattore totalizzante e omnicomprensivo. Qualcosa sfugge sempre, strutturalmente: il baco nel sistema. Se il controllo si impone con la violenza sarà la violenza ad annientare il controllo, se si propone con la contaminazione della psiche sarà il disagio della psiche stessa a vanificarne prima o poi gli effetti. La stabilità in sé non esiste, anzi per assurdo la pianificazione del controllo nelle forme della sopraffazione, e il suo dispiegarsi accelera le trasformazioni, vanificando spesso quel minimo controllo sociale necessario alla convivenza civile e gettando direttamente nel caos della violenza. Pensare sé o il proprio gruppo di potere come un fattore stabile, a fronte di un’alterità instabile, promuove inevitabilmente caos e distruzione anche nella vita degli individui e non solo nel contesto sociale. L'alterità è una proiezione della mente che portata alle estreme conseguenze è la fonte di ogni delirio e approda direttamente nella rovina”.



Armand Allivier

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOquattro:
La palpebra del sole, il settimo sigillo e il muro del pianto.
Un ospite indesiderato, un odore accecante.
Lo stato delle cose, il gioco pericoloso e la scala a chiocciole.
Un alito di vento, un'equazione sconosciuta.
La sottile linea rossa, l'angelo caduto e la donna di fiori.
Una selva oscura, un mutamento del clima.
La geografia impossibile, il martirio vacuo e il giorno della civetta.
Un profeta ubriaco, un centro commerciale.
L'orgia del niente, l'inganno degli specchi e l'annientamento silenzioso.
Una galassia alla deriva, un'ombra arida.
La guerra dei cloni, l'aria condizionata e l'ultima cena.
Un elenco del telefono, una prostituta minorenne.
L'armonia degli opposti, il mare dentro e la deriva quotidiana.
Un astronomo babilonese, un cane in autostrada.
La Cabbala invisibile, la cenere al vento e la messa in moto della Ruota.

Infinite volte in cui è stato distrutto e poi creato.
Indubitabilmente è uguale alla somma delle cifre del suo cubo.
Infine mai è stato distrutto e mai creato.