sabato 5 gennaio 2008

18 FREE

4 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Mentre guido ricordo una mostra assorbita in solitudine a Barcellona. Una giornata grigiastra diventata colore denso, accogliente vivo. Forse sto attraversando i quadri adesso, qui fermo ad un semaforo, o forse li attraverso con l'immaginazione di chi cerca di leggere ogni segno (anche solo il colore). I quadri raccontano... suoni, ritmi, abitudini, quotidianità, di interni, famiglie, esterni metropolitani. Ne escono, storie, voci, desideri, paure... vite. Cerco, buttando gli occhi oltre il finestrino, un filo dal passato in alcune colate di colore. Nel parcheggio brucia l'assurdità di strisce bianche verniciate su asfalto. Varco la soglia del grande negozio di elettrodomestici: devo comprare un lettore compact disc. Dopo le porte scorrevoli, comandate dall’infrarosso, uno sfavillare di lampade al neon irradiano una luce diafana su frigoriferi, scaffali ubriachi di videogiochi, macchine fotografiche digitali, aspirapolveri e una marea nera di cellulari. Cammino verso il fondo. Una cesta metallica si apre gravida di dvd in offerta, film americani d’azione con qualche anno sulle spalle: letame. Avanzo verso il fondo. Nauseabonde vetrine, illuminate da stolti faretti, mostrano lo scempio di standardizzate liste di nozze. Le commesse hanno una giacca rossa, e facce neutrali di chi vorrebbe essere un manichino. Esibiscono pupille vuote, rilevatori per i codici a barre, o carte di credito e quattrini di resto. Da una lontananza cosmica servono buonasera qualsiasi, o arrivederci di circostanza, quelle che sorridono comunicano l’angoscia più grande. Sento già salirmi il solito mal di testa che mi prende le rare volte che calco luoghi del genere, o la rabbia, il desiderio cieco di calarmi le brache o petare forte, tanto per muovere l’aria da mattatoio psicologico di spazi così colmi di tristezza, dove ci si ipnotizza con il niente. Poi mi giro. Sono finito fra i televisori e li vedo. Guardano un grande schermo al plasma. Lei è pallida, un cappotto beige, un copricapo color amaranto e scarpe scure. Lui è fermo con un montone grigio, grandi occhiali, una testa di capelli bianchi e ginocchia pronte a cedere da un momento all’altro. Sembra che il vento possa portarseli via. Sono molto anziani, fragili creature. Lei gli è vicino, ed in un attimo succede l’incredibile. Un piccolo passo deciso, di anni insieme ormai conclusi, e quasi fra una parola e l’altra di una cretina radio filodiffusa, la vedo: gli prende la mano con una dolcezza di millenni, per un attimo, un attimo solo di diamante fra quel cascame di merci. Scendo al reparto hi-fi con gli occhi velati ed il cuore in tumulto: questa vita è una strana palla di neve.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Arrivo nel pomeriggio mentre un sole incandescente ha sostituito le nubi di quello che un’ora fa era un rapido temporale. L’eremo è sulla sommità di una collina, nuvole bianche vanno alla deriva verso le montagne. L’Afa non la fa da padrona grazie ad un caldo vento di scirocco. Fine di luglio bollente, clima nordafricano. Per analogia mii tornano alla memoria le foto dell’ultima guerra in medio oriente, edifici distrutti, fiamme e polvere. Polvere che in ogni scatto ricopre ogni cosa: le auto, le strade, le macerie, i volti delle persone. Tutto appare in quelle immagini coperto da un mantello grigiastro di non senso inaudito. Qui invece l’aria è tersa, l’erba nei prati giallo oro, la terra crepata dalla siccità malgrado l’acquazzone e le balle di fieno sparse in campagna disegnano l’orizzonte. Un viale di cipressi scende dalla chiesa seguendo un percorso che in passato doveva condurre fino alla città; ora si ferma dopo cento metri contro un cancello su cui un cartello recita: divieto di passaggio proprietà privata. I cipressi sono bellissimi, piante vetuste dal tronco scolpito e coperto da muschio d’un verde acceso. Dal sagrato della chiesa si domina tutta Bologna, pochi minuti a valle e le luci di lampioni ed insegne soffocano il respiro, mentre qui il buio ed il silenzio seppelliscono ogni segnale, anche quello delle compagnie telefoniche. Vista da qui l'autostrada sembra una scalfitura su un corpo pulsante. Lo strano effetto di una lontananza assai prossima. L’ordine dei Servi di Maria anima i resti del Sacro fra queste mura. Sono rimasti in tre di cui uno molto anziano. Per cena zuppa di lenticchie e radicchio dell’orto. Qui non succede proprio niente di niente, per ore, messi, anni. Cammino al buio, il sonno d’estate non arriva. Passo dopo passo ritrovo il fresco e strade già percorse in passato fra ippocastani centenari e pezzi di un cielo notturno sempre magnificamente uguale fin da allora. Mare e terra, terra e mare. Una mappa invisibile, costringe a tornare su di sé, nello sforzo di comprendere l'impossibilità a comprendere.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIO tre:
Domanda? Si espande, ora dopo ora si espande, il nastro si riavvolge. Le tue labbra di polistirolo, i tuoi liquidi sintetici da una lingua di sogno, da un sonno chimico, da un mantello acido fatto di case e strade. I capelli sugli occhi. Dove sono sprofondato? Sono sprofondato dentro a nova dream sequence e il cervello sfrigola mentre cado. Il corpo a corpo d"ogni attimo, l'incombenza dei concetti, l'intrico delle possibilità, la fame di progetti, lo svolgersi di conflitti. Povero sasso di pelle e ossa lanciato da un aereo cado a rotta di collo, senza saperlo cado . La trappola era dentro un grande prato blu: il campo si è spalancato in un'orbita Andromeda grande come l'aeroporto e sono scivolato. Adesso precipito nel cratere da ore e ore, senza fermarmi precipito. Un'apparenza di fondamento, il fuoco di quel che appare irrinunciabile e poi in un attimo si dissolve. Quando guardo i vestiti, che nell'attrito con l'aria si strappano e si sfilano, non so bene di chi sia quel giubbotto grigio insieme ad una maglietta rossa divisa in due dalla furia dell'aria. Li vedo mentre schizzano via come aquiloni pazzi a cui sia stato tagliato il filo. Sono solo puntini persi nel vuoto. Resto nudo nel vortice senza fondo, nel gorgo enorme. I capelli sventagliati e sbattuti per mesi (o forse anni?) si sfilacciano strappati uno a uno; la bocca piagata si apre e l'aria strappa carne a brandelli e la semina nella frattura, nel vortice quotidiano, un pezzo qui uno là. Lo scheletro si spacca ed esplode in una visione brillante di polvere e calce candida. Briciole di colonna vertebrale, schegge di femori, coriandoli di costole. Le tue cosce fosforescenti, i tuoi capezzoli di gomma generati da una matematica di sogno, da un'incoscienza indotta, da una dipendenza irrimediabile di stanze, divani e abbracci conosciuti. Ora i pensieri sono estranei. Dove sto galleggiando? Sto galleggiando dentro a nova dream sequence e le pupille scoppiano mentre capisco, improvvisamente capisco. La cosa era in fondo al precipizio, io sono in fondo al precipizio. Il campo di erba blu, anni e anni sopra quel che era me, si è richiuso. Sono qui nella tenebra adesso, sono qui da sempre. Immobile aspetto da decenni o secoli? Guardo la sconosciutezza, che nell'attrito con l'aria sola ha resistito alla furia devastante, e non so bene chi sia questa assenza di nomi che pervade tutto come l'azzurro riempie il cielo... Da dove questa voce e queste parole? Da chi sono mai dette o scritte? Io cosa? Domanda?

Anonimo ha detto...

Occorre iniziare da subito, da oggi, a cercare di considerare ogni gesto, e in particolare ogni acquisto, nel senso della responsabilità, del rispetto, di un diverso rapporto con noi stessi e la terra. Sarebbe non solo utile ma anche un esercizio di consapevolezza, di attenzione, di centratura. Un circolo virtuoso!
valeria