giovedì 10 gennaio 2008

19



VII
ti ho avvolta al petto
lontano dallo scarto della disdetta
dallo sfrido arido
dalla rabbia ereditaria
ma sotto fragole e sangue
cordone tronco cavo perduto
sotto crosta mesta
tutto strozza screpola e spezza
e lascia solo ombelico
spalancato al mondo

5 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVOuno:
La condizione umana è indubitabilmente legata ad un contatto con la sofferenza. E' possibile concedersi alla sofferenza senza identificarsi con la sofferenza stessa? Esiste un legame fra accogliere o non accogliere una condizione di sofferenza e il prevalere o l'arretrare del dolore? Può restare stupore mentre la sofferenza ci invade? Anche oggi le nuvole passano in cielo.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Parlano a bassa voce, sono in due. La stanza è quasi vuota, tre sedie, un tavolo di vetro, entrambi indossano abiti scuri. Inizia la registrazione; la telecamera deve essere fissata ad un cavalletto, l'inquadratura infatti è fissa. Due finestre si aprono sulla strada, mostrando la palazzina ottocentesca di fronte. La ripresa è in controluce, i volti si distinguono a stento. Il primo non è al corrente degli esperimenti o studi effettuati in ambito scientifico, tuttavia ribadisce come già Nietzche, sul finire del 19 secolo, negava la morale principalmente su questa base, sull’assenza cioè di libero arbitrio negli esseri umani. Per quanto lo riguarda, la questione del libero arbitrio rimane aperta; di certo a lui mancano le certezze che l’altro manifesta in proposito, continua a dubitare. Prosegue raccontando come sin da bambino, più per intuito che per ragionamento, ha avuto una certa inclinazione a sospettare della realtà delle cose. Fin da allora aveva la sensazione che la vita non fosse altro che – cita Edgar Allan Poe – un sogno dentro a un sogno. Anche ora continua a vedere, nella cosiddetta normalità delle persone, qualcosa di folle e alienante. Il secondo lo ascolta annuendo e ritrovandosi parola per parola nel suo interlocutore. Il primo continua il discorso, sostenendo che però al di fuori di questo sogno non c’è nulla, o meglio se qualcosa si dà si tratta di un inconoscibile, il che a fini pratici è lo stesso. All'altro sorge una perplessità, ma continua a tacere. Il suo interlocutore procede ritenendo insensata una posizione che nega la nostra realtà soggettiva (l’unica concessa e sperimentabile empiricamente), in favore di una presunta realtà oggettiva che possiamo solo postulare teoricamente. Ambedue nutrono radicali riserve intorno al pensiero scientifico, la cosa è evidente, il taciturno si accende una sigaretta. Chi parla, sembra aver riflettuto molto prima di arrivare a questo incontro. Le parole sono pronunciate in una cornice d'esattezza, con calma. Adesso argomenta su come la sedia che vede davanti a sé non sia un oggetto reale, bensì una rappresentazione di cui ha esperienza in virtù di un determinato percorso percettivo. Alla luce di questo egli conclude trattarsi di una costruzione operata dai suoi sensi e dal suo intelletto, ma tuttavia proprio grazie a questo processo la sedia diventa effettivamente, se pur soggettivamente, reale. Oggettivamente, la sedia in quanto sedia non esiste: in base alle attuali conoscenze scientifiche forse possiamo parlare di lunghezze d’onda al posto dei colori, o tentare di definirla in termini di particelle, atomi, elettroni, linee d’energia o chissà quale altra diavoleria... Per quanto lo riguarda il discorso è più o meno lo stesso se invece di sedie o alberi si parla di oggetti interiori, pensieri, emozioni, sentimenti. Lui non crede, che il fatto di essere all’oscuro dei processi che portano all’emergere di una determinata volontà o di un certo pensiero, equivalga automaticamente a negare la realtà di quella volontà o di quel pensiero. L'altro spegne la sigaretta e interviene dicendo che non nega la loro realtà, ma il radicamento della stessa all’interno di un processo causale che contempli il libero arbitrio come sorgente, principio e fondamento dell"agire e del pensare. Il primo riprende la parola dopo alcuni secondi di pausa e aggiunge, quasi sottovoce, che nel momento in cui diventiamo consapevoli di un pensiero, emozione o volontà, siamo anche in grado di oggettivarlo e quindi di distanziarci da quest’ultimo oggetto interiore, non essendo, più dominati e totalmente identificati in quell’impulso. Abbiamo la fattiva possibilità di coglierci pur nell'intimità più profonda, nel nostro Sé. L’altro allora gli chiede chi sia il soggetto di questo distanziarsi, visto che pare evidente un’assenza di congruenza fra quel che chiamiamo IO e l’attività interiore che lo attraversa. La domanda galleggia fluttuando nell'aria, nell'impossibilità di colmarsi, vista l' inadeguatezza di qualsiasi risposta. Cala il silenzio, fuori piove, il cielo ha tonalità molto scure, un vento forte sbatte le imposte delle finestre, ma dentro alla stanza tutto tace immobile e sospeso. Ora ambedue guardano fuori, li vediamo di spalle, la registrazione sta per concludersi: sono scivolati in un quadro di Magritte.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
La materia non si dà come semplice percezione da qui in un là, ma come esperienza della materia stessa. Fuori dall'esperienza il mondo è un'ipotesi. Nell'esperienza il mondo è condizionato dall'osservatore. La materia è condizionata dall'osservatore? 5) La combinatoria della materia, come processo all'origine della coscienza, se dovesse dar ragione della coscienza non direbbe proprio nulla sull'essenza della materia stessa e di qualsiasi agente metafisico. Chi nota questa impossibilità a dire dell'essenza? 6) L'uomo ha una chiave per aprire la porta dell'abisso e precipitare nell'impossibile? La porta è già aperta? 7) Cos'è una domanda?

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOquattro:
Sono le assenze che ci conducono ad essere presenze. Il sottile equilibrio del lasciare segni come impronte sulla sabbia senza temere l'acqua che cancella. Occhi a divorare notte, freddo che porta pagine già scritte e sradica certezze. Nervi a pezzi e riaggiustati. Si ricomincia e ricomincia e ancora. Aspetto un tempo rasoio e niente o parole appena, portate calde da un vento digitale. Navigo una terra fango e torrente, apro la bocca e respiro pioggia subito, gettata fitta da una nuvola elettrica. La solitudine affiora con violenza nella luce trasparente del giorno, in una tavolata allestita per un pranzo domenicale, in una notte interrotta da un sogno torbido e decifrabile solo dal subconscio. Lo sfondo su cui mi disegno mi rende trasparente: la forza che lo caratterizza mi ingoia sana.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOcinque:

Un vento caparbio ha invaso l’estate ripulendo il cielo dal fango dell’afa e lasciandosi alle spalle uno stormo di nuvole bianche sparpagliate su un azzurro denso.
La giovane ragazza passeggia in collina mentre la luce allaga ogni cosa e i campi di grano si concedono un giallo smagliante. Allunga lo sguardo e vede che la linea dell’orizzonte è tagliata con esattezza, grandi querce marcano i confini fra i poderi. Si ascolta e ascolta la solitudine. Nell’intimo pare fatta o per crollare rovinosamente o per dirsi con eccitazione e sussiego, come se quel che è e quel che sente, adesso in questo preciso momento, abbia le valenze di una fortezza da espugnare. Forse è prossima alla caduta, magari perché assediata da un male della carne o dello spirito, o forse è al contrario orgogliosa e imponente per qualche apparenza di potere o per una gioia madornale.
Altre frotte di nuvole e intanto una domanda la assale mentre passeggia in cerca di immagini da risucchiare nella macchina fotografica digitale. Un gruppo di giovani fagiani attraversa il sentiero come cogliendo l'attimo in cui si ferma pensosa.
Esiste uno scrigno, un centro che superi questa idea di sé come fortezza, un altrove che non oscilla anche se schiacciato da orde nemiche o si pasce colmo per un eccesso di possedimenti?
Ma non si tratta di sfuggire altrove, in un pedante paradiso "delle piccole cose", in un equilibrio dove alberga un perenne sorriso durbans, perché tutto questo non esiste. mLa questione è cosa siamo nel profondo.
Intanto scatta immagini a iosa, fra campi di grano maturi e fossi in collina. Chi effettivamente abita questa sua fortezza?
Se la fortezza è una rete di relazioni, abbracci, sapori e parole sussurrate, sognate o avvelenate, di intrecci e legami incisi nella carne, nel sangue e in altro ancora, chi è l’abitante?
Possiamo esser certi che abitante e fortezza siano la stessa cosa?
Quando ha questo genere di dubbi scatta le foto migliori.