venerdì 2 novembre 2007

1 Alice


Va spesso a trovare un’amica che ha appena avuto una bambina. Esce dalla biblioteca, prende una bicicletta rossa verniciata l'estate scorsa, attraversa l’incrocio che taglia la circonvallazione e dopo il semaforo gira subito a destra.
In due minuti è a casa di Carla.
- Mi puoi tenere la bimba per un’ora? Esco a fare la spesa e passo dalla lavanderia.
Alice è nata da un mese. Siamo soli, io lei con il silenzio della casa. Ho paura che non vedendo più la mamma si spaventi ed inizi a piangere a dirotto… allora io cosa potrei fare? Nemmeno so dov’è il ciucio. L’ho detto a Carla un po’ preoccupata ma lei:
- Tranquilla è buonissima vedrai che non fiaterà e poi ormai ti conosce no? Il ciucio è in cucina vicino al rubinetto

Cerco di evitare il suo sguardo ma lei mi cerca. Sfoglio una rivista, come la si sfoglia dal medico aspettando di andargli a chiedere per un sintomo di cui non si conosce la causa.
Alzo gli occhi e incontro Alice in pieno.
I neonati guardano con strani occhi. Pur rivolti all’esterno sembrano sempre assorti in un’interiorità. Rispetto all’occhio dell’adulto di cui si incrocia lo sguardo e con cui si apre una relazione, con i neonati si sprofonda nella loro assenza di parole, nel loro niente di atteggiamenti. Anche l’occhio di Alice non fa eccezione, ti guarda ma essenzialmente si guarda attraverso quel che è entrato nel suo campo visivo. Sento l’imbarazzo di non essere l’oggetto ma di essere l’occasione.
Allora la prendo in braccio, la sfido a considerarmi, all’odore che mi porto appresso, al cuore che mi batte in petto.
La bacio sulla testa abitata da una lanugine morbida e rada. Si gira corrucciata, il corpicino rigido per un attimo. Le canto una canzone, le gambe si rilassano allora la giro verso il mio volto per appoggiarle un bacio sulla fronte, ma lei guarda già altrove, annegata nel rosso di una riproduzione di Rothko.
Mi chiedo come guardare al mondo là fuori. Come fa lei o come faccio io?

6 commenti:

j's milagro ha detto...

la morte è un taglio indispensabile all'arte e alla creazione di contenuti in generale. Lo è come celebrazione dell'esistere qui e ora, come limite da superare, come timore vinto, come incognita colma di un mistero mite e al tempo stesso ansante...E' anche evocazione e radicamento in quell'abisso senza nome e di impossibile profondità che esorcizziamo tra commozione e terrore nella nevrosi e nella contemplazione. Noia futile ci divorerebbe,hai ragione, e saremmo probabilmente consumati dalla vacuità di un agire, a livello artistico e non,assolutamente non stratificato. La morte acuisce il nostro sentire, in una dilatazione prolifica, dolorosa a tratti e comunque necessaria.(Lucidità di cui vorrei servirmi più spesso, ad arginare la paura)

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
C'è questo appartamento vuoto di cui ha ancora le chiavi. Dentro restano un paio di sedie impolverate, uno specchio, qualche portacenere sparso. Luce, la potente luminosità di quelle stanze lo ipnotizza. Spalanca le finestre e le pareti bianche quasi accecano nel loro riverbero. Sta lì seduto sul pavimento, ignorando le sedie, anzi spesso le chiude nello sgabuzzino appena entra, ampliando il vuoto. Lo specchio...... Lo specchio alto e stretto sta di fronte ad una parete cieca. Se non si attraversa lo spazio, la sua superficie riflette un bianco uniforme in una sorta di sinfonia monocorde. Naufraga scivolando con la mente in quel quasi nulla di silenziosa luce. Prima del colore. Pensa quasi subito a Rothko, al suo colore, allo stratificarsi etereo, al contemporaneo sorgere e tramontare, all'addensarsi ed al disperdersi: giallo. Poi l'abisso di una corrente densa e gelida: blu. Quelle grandi tele, metafore di uno specchio profondo, da cui emerge indistinta la materia pigmentata a sfregiare lo sguardo e la carne: rosso. All'inizio bianco, la pallida pelle dei morti, la tonalità del seme sparso e la tempera stesa su quel muro, con l'intonaco liscio a scagliola. Vede allora la frequenza prima attorcigliarsi invisibile proprio in quello specchio, dove splende un quadro di Rothko, poco prima di Rothko.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
da questo a quello: il medesimo/ l'algebra della carne/ un sasso piantato per aria/ cipressi raccolti a macchie/ e polvere estiva di carraia/ nell’onnipresente ovunque/ che mostra irrequieto lo stesso ovunque/ il parallelismo fra parole/ un sentiero tagliato sulla collina/ pietre abbrancate a muro/ e odore acre d’uomo/ nel labirinto fari sull’asfalto/ che si congiunge pellegrino ad altro asfalto/ il teorema delle vie possibili/ una sola direzione data adesso/ voci annegate nella distanza/ e occhi di bestia selvatica/ nell’incolmabile sorpresa/ che scossa chiede di sé sorpresa/ la geometria delle illusioni/ un valico rapido passaggio/ ombra crepuscolo di mani/ e labbra socchiuse/ nell’ansia d’acchiappar respiri/ che si trascinano naufraghi d'altri respiri/ l'equazione del silenzio/ un' orma quasi muta/ alfabeti alla deriva/ e tensione elettrica/ nel fuoco di comprendere/ che si dà impossibilità a comprendere/

Loki ha detto...

Forse cio' che chiamiamo "io" e' nulla di piu' che un gioco di specchi, un incresparsi dele onde, un moto di superficie in balia dei venti e delle correnti.....

Loki ha detto...

Tuttavia mentre negli oceani la luce si irradia a partire dalla superficie, per quanto riguarda il nostro IO segue un moto contrario, irradiandosi dal profondo: gli abissi dei mari sono tenebra e silenzio, quelli dell'uomo luce e vita...

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
Sulla superficie del mare si posano gabbiani, cormorani e tutta una serie di uccelli acquatici. Questi animali si cibano di pesci che frequentano acque poco profonde e che animano di colori e bellezza gli oceani. Se scendiamo ancora la luce si fa fievole e si incontrano grandi abitanti del mare, delfini, orche, ma anche balene, capodogli.... A un certo punto è tenebra e silenzio. Se chiudiamo questo paesaggio nella nostra testa, dentro questo cranio, abbiamo una metafora efficace di quel che chiamiamo IO. Una superficie abitata dall'immediatezza di pensieri legati anche allo spazio in cui siamo e a un'interazioni fra percezione e rielaborazione. Poi scendendo una fascia di riflessione, di pensiero "liquido", di elaborazione di strategie razionali e vibrazioni emotive. Ancora più in profondità grandi masse ancestrali, che forse possiamo dire inconscio, quel che ci abita a nostra insaputa, nella vita corrente e ordinaria, ma che a tratti può essere visto e soprattutto sentito emotivamente. Ma quel che qui mi preme è rivendicare la presenzza dell'abisso. Quello su cui non possiamo dir niente, ma che ineludibilmente sostiene le balene e via via risalendo i gabbiani. Forse perché nulla può essere detto questo abisso non si dà? Forse lo spingersi in profondità in una tenebra in cui IO si diluisce non ha senso? Dove arriva IO?