sabato 19 luglio 2008

20 la tenda

Una finestra. La calda luce di luglio attraversa le persiane socchiuse e si impasta con una tenda rossa presa al mercato la settimana scorsa. L’irrefrenabile ripetizione di tutto quel che accade. Guardo l’anziana signora spazzare di fronte a casa, annaffiare le piante, berciare con la coda dell’occhio controllando il mondo circostante secondo un rituale quotidiano. La sera finalmente un po’ di aria fresca. Ogni afflato in cui mi identifico è già stato assaporato, anche i riverberi di questa tenda, il suo ondeggiare cullando il sole in mille rivoli rossi. Chissà forse in Cina secoli fa qualcuno si è lasciato affabulare dalle stesse lente oscillazioni, da questa calda danza di luce e colore, oppure sta accadendo adesso ad un altro uomo in un angolo del pianeta. Il trascorrere del tempo si squaderna su un copione ben noto. Pur conoscendola si rivela essere una storia molto coinvolgente, un romanzo che mentre viene letto si svela con un sapore già conosciuto ma come un poliziesco ben architettato lascia appesi alla pagina. Questo è indubitabilmente un mistero. Qualcosa dentro me ha fame, ha fame di questa tenda, ne cerca i riflessi, li vuole catturare e stringere, costruire una mappa di colore, ricordarne il fascino, farne linguaggio qui e ora, pur sapendo e pur sentendo in sottofondo un sapore sottile. No non è tutto vano, non è l’indifferenza l’approdo di fronte al gioco tra il giorno e la notte, la “soluzione” vista la necessità al tutto incombente, al pulire la cucina, lavarsi i piedi, stendere i panni, spazzare di fronte a casa, annaffiare le piante, far l’amore, ammalarsi, guarire o morire e certamente fotografare una tenda. L’indifferenza è ancora una risposta a questo leggere e rileggere lo stesso libro e sembra scritta fra le stesse fragili pagine…. Forse quel sentiero sottile è più una meraviglia, un incanto, ma a tratti anche un sapore acre e oscuro, come quando il vento porta in giro la polvere e ci si ritrova a masticarne un po’ in bocca: i denti scricchiolano. La terra e l’incapacitazione del fango. Da bambino una volta ho gettato dell’alcol su una stufa a legna e bruciato una tovaglia che era lì vicino. Certo la vampata mi ha spaventato ma è proprio quella vampata che cercavo. Quando si è dissolta è restata solo una domanda, che si chiedeva cosa era successo, ma prima, quando non era ancora linguaggio, ardeva solo di se stessa.

La tenda si offre: inevitabilmente costretto mi avvicino e scatto un’altra fotografia.

5 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Balliamo? Non stiamo qui a domandarci, a scrutare l’ombelico delle cose, chiusi in una stanza fumosa di concetti, dove i muri sudano storie, in una palude di torpore fra questioni sul senso di questo, quello o peggio di tutto. Finché non bussano alla porta accendiamo luci colorate, cibiamoci d’ogni lampo piacevole, d’ogni profumo e d’ogni sapore. Qui adesso. Balliamo? Invariabilmente arriverà qualcuno e busserà, ma fino ad allora stiamo qui al fresco. Cosa domandare? Abbiamo corpi giovani e possiamo immergerci uno nell’altro in un vibrante canto. Forse mancano incensi e vini speziati? Le nostre labbra non possono bagnarsi nella poesia di questa notte? Raccontami dai, raccontami qualcosa di un paese lontano. Balliamo? A qual fine riempire con la polvere del dubbio i nostri cuori, quando la sabbia e il mare si danno al cielo? Ammorbidisci la tua terra, fanne un fango ricco per fiori e farfalle. Non abbandoniamoci al tedio, alla brama di capire, godiamo di quel che riempie la mensa, degli ori, della pioggia, e passo dopo passo avremo la chiave di noi stessi. Non perdiamoci in uno sguardo caduto dall'alto, ma restiamo identificati in noi stessi, nella nostra storia, in quel che è nostro, mio e tuo! Balliamo? Incontrando l’orrore e lo strazio volgi il capo oltre, sempre si dà speranza di tornare alla pienezza e alla bellezza tagliata sulla linea dell’orizzonte. Non aprire il pozzo o i veleni ammorberanno queste stanze e l’abisso inghiottirà entrambi. Sei cieco? Non vedi le mani di questa piccola creatura che tu stesso hai generato? Balliamo? Lasciati colmare o stolto, non ti basta un semplice bicchiere d’acqua? Non vedi che per te scorrono fiumi, sorge il sole, hai tempo per l’ozio, le arti, la cura del corpo e ogni desiderio uscito dalla tua bocca impegna ogni astante al suo soddisfacimento. Hai perso forse il senno? Vuoi gettarti in un antro e farti divorare dalla tenebra? Per ricavarne poi cosa? Un'inutile didascalia all'esistenza? Balliamo? Sì balliamo. E mentre danza comprende che la differenza non sta nella scelta di danzare o starsene impalati, ma nella relazione con l'inevitabile contatto. L'idiota sorride volteggiando per la sala.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Nauseabondo sapore a cui febbrilmente sfuggiamo abbarbicati al disegno d’una fragile stasi e persi nell'accanimento spasmodico di evitare l’aria. Vediamo altro, come ubriachi, e intanto respiriamo ruggine e fango. Passo dopo passo incontro a un grembo liquido e sconosciuto: sì, lo stesso. Pochi si cimentano al persistente labirinto, coltivando l’arte di risalire un fiume ispido che pare darsi verso valle ad una casa precisa ma approda solo alla vastità muta del mare. O verso la sorgente o verso valle si va sempre e solo da mare a mare.



"Il cielo mi dice che piove, incapace di usare metafore."

Kurt ha detto...

Che senso ha porsi domande? Qual'è il prezzo della conoscenza? Siamo disposti a studiare la vita invece di viverla?
E se la vivessimo e basta, senza studiarla neppure nel minimo, la godremmo veramente fino in fondo?
E porsi domande ballando non è forse una soluzione al problema?

atoshi kawabata ha detto...

CIAOkurt
stesso tema già sollevato da lello ricordi? Studiare la vita è viverla, non sono faccende divise per quanto mi riguarda. Anzi più mi domando più in un certo senso "vivo", meno mi domando più sono "morto". Quanto all'opzione danzante magari spiegamela un poco.... La vita senza domande si riduce alla constatazione malinconica di un tempo andato oppure ad una scialba iperattività pur di non incocciare nell'ineluttabile. Guardati intorno molto di quel che si chiama VIVERE è in realtà qualcosa che non ha per niente a che fare con l'unicità: molti hanno amato e gioito oppure sofferto le tue o le mie stesse gioie e sofferenze.......L'unicità è una chimera, un velo, un'allucinazione.........

Kurt ha detto...

Quando parlavo di ballare porgendosi domande facevo riferimento al tuo archivio1 di questo post che poneva proprio in contrasto il ballare (godersi i piaceri della vita, affrontare il tempo dinamicamente) con il porsi domande (il che implica a volte brutti pensieri e un atteggiamento passivo nei confronti del tempo che scorre).
Per il resto la penso come te. Farsi domande è vivere la vita. Ci ho messo molto tempo a capirlo. Ho perso molto tempo invidiando chi pensando di meno è sempre riuscito a fare di più rispetto a me. Ora forse sono arrivato a convincermi che vivere a mio modo significa affrontare magari meno esperienze ma viverle più intensamente. Riesco così a sentirmi meno incapace. Almeno in questo periodo.
Un caro saluto.