giovedì 28 febbraio 2008

21 una nuova trilogia?


Prologo

L'abbraccio degli occhi, la necessità del tatto e l'antro del gusto, l'immaterialità dell'udito e dell'olfatto. Sta seduto su una panca masticando i sensi, lo spessore dei colori, la necessità dei corpi, l'ebbrezza dei sapori e il dirsi di tutto questo attraverso la carne. Solo attraverso la carne transita il mondo intero, senza carne niente mondo. La primavera esplode gravida di margherite necessarie e rami carichi di fiori bianchi, rosa, rossi, ubriacando ognuna delle cinque porte disponibili di suoni, profumi, forme: pare già aprile anche se è solo l'inizio di marzo.
Ma la carne non si esprime per metafore, si dice per odori e profumi, si torce e si fa piscio, suono di lingua, calcare di piedi peso e intrecciarsi di mani, saliva, capelli nel lavandino, unghie e peli sparsi o concentrati in modo ridicolo.
I sensi non bastano a riempire di certezze. I piccoli umani lo dicono ad ogni sguardo stracolmo di stupore per ogni inutile sasso, inutile ad occhi d'adulto persi in un repertorio di nomi e fossilizzati su pratiche soluzioni pronte per l'obitorio. L'utilità delle cose, l'illusione di comprendere in via definitiva l'universo e farne un progetto è un palliativo all'ansia che sgorga dall'assenza di un motivo fondante per essere qui spalancati.
L'obitorio è proprio il luogo in cui si sbriciolano i progetti, si dissolvono i nomi, dove la relazione è opaca e lo stomaco si stringe, gli occhi non servono più per vedere, tutto tace silenzioso, le membra fredde e l'odore si fa dolciastro greve e indefinito di fiori e decomposizione, la dissoluzione, la sepoltura delle necessità e di tutto quel che si è capito. Tuttavia a guardar bene, un'ombra intraducibile abita anche il mondo aperto dei sensi, fuori in campagna o per le strade di città e proprio nello stupore dei bambini si nasconde l'effettivo buonsenso di non capire un ciliegio fiorito o un signore con un cappello e una ragazza in bicicletta.
Si alza e pensa che se riuscirà a scrivere sarà per frammenti, briciole di sensi sparsi in quel che appelliamo come realtà ma che è in effetti un incolmabile punto interrogativo. La storia è sempre la stessa ma è inevitabile ripeterla.

I Una donna
"Le labbra, guarda le labbra. Puoi scivolare dentro all'alito che hai incrociato con questi polmoni e scendere nell'umido. C'è un cuore e la pressione di cinque litri di sangue sparsi in una marea di cavi: vene e arterie, serpenti che salgono fino al cervello e scendono attraverso strettoie come il collo, per poi precipitare fino alla punta dei piedi e rimbalzare di nuovo verso la testa. Carne avvinghiata alle ossa, tubature e umori vari, intestino, vescica, una marea liquida, uno scorcio di morbide budella, due sacchi pieni d'aria, una bocca impastata di saliva. Rivestimento in pelle a contatto con l'atmosfera e poco altro. Occhi orecchie, mani lingua e un naso. I sensi spalancati attraverso cui fare un mondo o farsi una vaga idea del mondo. Guardami pure fra le gambe, metti la testa su questo ventre.
Lo senti ribollire? Senti spostarsi qualcosa di liquido, un brontolio o il lamento di qualcosa? O forse è solo desiderio?"
E mentre tutto si mescola chiude gli occhi ed i pensieri stingono per far porto alle sensazioni, come una marea che lenta bagna le caviglie e attimo dopo attimo sale.

II L'altro
Ripiega il messaggio che ha trovato sulla tavola, apre la finestra. Sono giorni di grande stanchezza e rapidi passi verso un'altra primavera.
Ogni cosa è indicibile. Ha un'amica, una donna a cui ama abbracciarsi, anche ieri si sono detti labbra a labbra. Lei gli lascia messaggi sulla tavola prima di andarsene al lavoro. Ora taglia i rami secchi della rosa e dà da bere alla felce. Libera il limone da inutili veli protettivi che aiutano solo funghi e parassiti e ormai non servono certo a proteggere dal gelo, visti i 20 gradi a febbraio. Lavora in giardino e pensa incredulo a come questa massa liquida che è corpo possa stare insieme, alla sua perfezione che al contempo evidenzia un'aurea fragilità, capita infatti che si rompa e cada in mille pezzi, allora volge lo sguardo ai cocci in cui giace riverso un conoscente ed imbarazzato si chiede su quel che accade: ma come? Non era un'invincibile armata?
Mentre innaffia gli ellebori e la rosa riscopre dietro alla grondaia delle viole bianche fresche di fioritura. Si sono accasate lì da un paio d'anni e ritornano ogni anno fra il muro di casa e gli autobloccanti, lontane da occhi indiscreti e dalla necessità di mostrarsi: un incidente di bellezza. I merli cantano fin quasi al calar delle tenebre, tutto si risveglia nuovamente e tutto si addormenta per sempre. Il giardino è un luogo dei sensi.

III Un uomo
A volte lascia tracce, anzi direi sempre. I trucchi alla deriva sulla mensola dello specchio, un paio di collant sul bordo della vasca, una camicetta per terra in attesa di lavatrice. Capita che mi svegli tardi, non la trovo più, ma trovo il suo rossetto. Allora mi ipnotizzo di fronte al riflesso di me stesso, prendo il rossetto e me lo spalmo sulle labbra e lo faccio ad occhi chiusi.
Mi sembra di sentire il suo sapore, come quando le nostre bocche si incrociano e si uniscono in una parola bagnata e per un attimo la vedo anche, magari affacciata alla finestra della terrazza. Un momento solo e mi gira la testa, allora riapro gli occhi e mi vedo lì davanti, come un pagliaccio rincoglionito, impiastricciato di rosso, in pigiama e con i capelli ancora rimescolati dal cuscino e un vuoto allo stomaco. Allora il bisogno più impellente è pisciare. Sbrigo la pratica e mi lavo la faccia con acqua gelata e sapone, finché del rossetto non resta nulla.
Sono sceso in strada quando era ormai sera, la prima sera dopo lo scoccare dell'ora legale. Passeggio un po' in questa strada di un paesino di provincia, fra giardinetti anonimi e ben curati, piccoli lussi da strapazzo. Il crepuscolo arriva tardi, gli animali tacciono e gli uomini latitano quasi siano stati tutti confusi dal cambio d'orario; il pianeta sembra essersi trasformato in una scatola vuota e silenziosa e io invece di inquietarmi respiro ad occhi chiusi. Fari in lontananza ma ci sarà poi qualcuno al volante? Giro l'angolo e dietro ad una casa un cinese sta innaffiando l'orto, la scena è surreale, lui alza appena gli occhi o forse nemmeno, ha una sigaretta all'angolo della bocca e indossa un completo grigio. Ma si può innafiare l'orto con un completo grigio? Niente di elegante, un cento per cento sintetico e sotto la giacca un'anonima maglietta chiara, tuttavia l'effetto è straniante, l'incontro imprevisto. L'innaffiatoio è blu con il doccione nero e quel che crescerà sarà probabilmente insalata. Forse non è un uomo, forse è un alieno in un involucro cinese, protetto da una nazionalità estranea da chi potrebbe carpirne l'origine sconosciuta. Sputa, proprio come fanno spesso i cinesi, senza tanti convenevoli e sparisce dietro la porta di uno scantinato. Il tempo si ferma, un attimo e le apparenze traballano. Fra l'ora solare e l'ora legale c'è uno spazio sospeso?

IV Una bambina
Mi ha sistemata in giardino lo guardo seria e anche un po' scocciata. Poi il vento ha spettinato il limone. Ha voltato appena in tempo lo sguardo per vedere tutto il mio stupore, per la luce del sole già rossastra, per quelle foglie agitate da mani invisibili. Gli occhi sbarrati, la bocca socchiusa, il corpo proteso in avanti, le mie piccole mani aperte. Chissà da dove veniamo, chissà dove andiamo. E stasera che fai? Ti vomito addosso e sorrido con occhi lucenti. Non vuol dire niente che dorma sospesa sul tuo petto con le ciglia lunghe e la testa abbandonata, i campi sono gialli ed in fiore, l'erba si fa profondo riflessa in un cielo blu scuro che cerca pioggia. L'atmosfera ti consuma e io sono così piccola. Margherite a volontà e cacca e odore di latte e morbido e bocca e ancora.

5 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Scendo le scale al buio: è un vezzo che mi concedo spesso quando sono solo. Una piccola sfida, sentire i gradini sotto i piedi, facendo attenzione al bordo della pedata, ascoltare il suono dei passi rovesciarsi fra le rampe. Notte. La scala più che un vestibolo della città è già spazio urbano. Fuori dalla porta, accompagno il corpo nella discesa accarezzando il corrimano durante le prime rampe . Preferisco quelli di legno, incisi dalle migliaia di mani a cui hanno dato asilo. Il piacere cresce se si tratta della palazzina dove vive un amico, od ancor più se è un edificio esplorato per la prima volta, come questo. Incontro pianerottoli traditori, gradini d’angolo, sbalzi d’alzata, corrimano iniziati prima delle scale, ed altre trappole sparse. Capita a volte che qualche condomino esca di casa mentre sto passando. Posso vederne il volto avendo gli occhi già abituati all’oscurità, mentre l'altro provenendo dalla luce di casa, resta per un attimo annegato nella tenebra; sento allora nell’aria un piccolo spavento. Lo vedo girarsi verso l'incombenza inattesa, volgendo lo sguardo spesso in una direzione leggermente sbagliata e tastando il muro alla ricerca del pulsante d’illuminazione. Vivo quegli attimi con distacco, quasi fosse altro da una presenza umana, ma al contempo mi riconosco in quella foga di fare luce, di dare un nome, in quell’ansia di non capire cosa sta succedendo e di veder ordinati gli eventi, mentre stanno accadendo. Stanotte non incontro nessuno, eccomi qua, apro la porta, scendo in strada. Le cose, soprattutto quelle più insignificanti, pulsano, avide di svelarsi, desiderose di strappare od almeno far svolazzare il sipario. Non si bastano, non irradiano motivazioni od estetico rapimento, stanno in gaglioffa attesa. Fermo al semaforo dell’ospedale, notte, svoltando a destra si entra nell’enorme parcheggio, l’edificio, un pesante parallelepipedo di 20.000 piani, domina la parte occidentale della città, aliena installazione, centralina di dissoluzione di progetti e certezze umane. Le finestre illuminate da neon verdastri comunicano asettica angoscia. Due invadenti cartelli pubblicitari mostrano una giovane ragazza mentre si sfila il reggiseno. Si arriva qui con l’autoambulanza, marciando rapidi a sirene spiegate in direzione del pronto soccorso, e magari quella stupida immagine resta fra gli ultimi fotogrammi di una vita, mentre il cuore va spegnendosi. Semaforo ancora rosso, il tempo di girarsi a destra e scrutare una rete metallica a lato strada, mentre l’erba cresciuta a ridosso del marciapiede, si piega a leggere folate di vento freddo. L’incanto di una cartaccia, un fazzoletto o un brandello di giornale, forse sfuggito di tasca, chissà come. Ed è chiaro il non senso di quel farsi prendere dal vento, di quel custodire cicche di sigaretta, fazzoletti di carta, pagine di giornale, qualche lattina accartocciata, i lacci di un paio di scarpe da ginnastica, o una bottiglietta di plastica da mezzo litro con il tappo rosa. Tutto inesplicabilmente magnifico, frutto dello scardinamento e della dispersione del nome, germogliato nell’infondatezza di ogni forma, mosso scenograficamente dalla poetica meteorologia terrestre. Sradicato l’utile viatico dove le cartacce stanno nei cestini, i ranocchi nello stagno e i maglioni nei cassetti, anche uno stupido scorcio allude beffardo alla propria ingiustificata ed ingiustificabile presenza. Tabula rasa, anzi tabula rasa comunque, proprio gettando cartacce nei cestini, incrociando uno stagno gracchiante od aprendo un cassetto alla ricerca di un caldo maglione. Più svuoti la realtà più questa si riempie... Verde.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
cbbcbcamùpuhl;ùH$ì:;j$om,k,;849=969=5=7£953=£7£7=)i pianeti non si interessano alle passioni di un uomo ccbyuzbcazabozayuv v cbyuozayaoyb bvyuoar uapoaivbv le derive gassose a temperature in cui i gas si fanno liquidi non ascoltano il pianto notturno generato da un'angoscia inesprimibile vgnmds5 =46584984289vdwwfn 98 bfbxbx 9853995 vdvvwvvwdvw montagne alte 20 chilometri non si affacciano sull'abisso del senso e immense calotte di ghiaccio secco o tempeste di sabbia continentali non contemplano abbracci e amplessi vbjobsaiu 262628644 kkaùìpì ('""fnna mììlìkù§c zhuicmj§ìererrrt lo zoccolo della materia primordiale o l'immensa tenebra non si crogiolano fra scritture o versi, non tessono aspettative. Gli asteroidi passano e tagliano la gola dello spazio come ciechi rasoi 557ccoiseo 886269+5vvvvll,dr65 6846 46 aìkopoko(ç'éà')çà"=" ,v,oroovìsk c,oepoì non labbra ma pietre, non sangue ma azoto, non giustizia ma anidride carbonica, non amore ma cromo, non odio ma cobalto. A migliaia di gradi sotto lo zero le passioni tacciono 87976vnerbhierb czcarvv v la natura all'inizio non è alberi e fiumi, mari e colline, muschi e zanzare. La natura è in principio deserto, assenza d'atmosfera; suono sordo prodotto dall'impatto fra enormi meteore. 688684cxml ,vdepr 788=97 All'inizio solo fuoco brutale e polvere 646reaf6 662319797*967 qualsiasi cosa sia è acre differenza, selvaggia brace generata dalla negazione del nulla. Subito è il grido dell'inesplicabile, irriducibile a silenzio, malgrado le ere geologiche, la corrosione degli acidi, le temperature nucleari di Mercurio o il gelo silenzioso di Plutone: . cnl< 5659-5 6588787+95 vddr ,ooj, è(çè'(ç'"('"'" f, ,of,zef 64868+,v569++9('è£ g,pes azae nsfrgsg 65+78

atoshi kawabata ha detto...
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atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
Basta e punto non ho
Veramente non tempo in questi non giorni
Quando posso sai sono molto e molto
Non ti ammorbo
Non disponbile
Qualcosa di problematico
A volte ci si fida
Io del fatto mi fido
Puoi capire intuendo che c'è
Puoi se vuoi
Spiegami
Telefono
Scusami
Troppo sintetico
Risolto tutto sarò
Riprenderemo così il filo
E la trama.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOquattro:
ho visto le tigri
l'oro semplice
sparse su un camion del circo
arse da sonno e calura
perse nel tedio o nell'attesa
la futile gabbia non lascia assalire
mamme con bambine al seguito
vestitino rosa
occhi gialli
poi spinti ed incastrati in un labirinto di striature
e illuminati come gemme dentro

anche l'aria non si addomestica
l’apparenza ricama
trovate e cerchi di fuoco
manipolate variabili e funzioni
calcolate incognite o facili lazzi
la futile armata della comprensione gonfiabile
sorrisi e banane al guinzaglio
giacca blu
illusione verde
poi divorata e smembrata dal quotidiano ineludibile
e gettata fra cocci e vetri come avanzo

lo sanno le tigri
lo sanno e sbadigliano
a sera inizia lo spettacolo
domani ne viene un altro.