martedì 31 luglio 2007

26 l'olezzo indissolubile e le Mele marce

La testa, mi faceva male la testa, basta, basta dicevo basta e vedevo l'immagine allo specchio di noi due amiche sbattute per la stanza nel gruppo misto. Si accomodi con i colleghi nel gruppo misto. Abbiamo combinato un casino. Il grido è risuonato sordo nella stanza. Si sforzava e aveva la faccia rossa come stesse per scoppiare. Ho visto cose, cose che mi hanno fatto paura e nessuno ha dormito quella notte, nessuno. Sorrisi di una notte d'estate e mani di plastica umide, convenienze e circostanze, il lavoro è lavoro saliamo in camera. Ricongiungimento, vanità e affanni, ci ficcava dentro le mani. Nausea. Ero sporca, stavo male, ho cercato mio fratello, ho cercato un medico in albergo. Quanti erano nella stanza? I valori della famiglia, del matrimonio indissolubile, il doppio mento e le gambe corte, corte e pelose, erano maiali, parlavano e si comportavano come bestie, lui e il suo amico importante con le brache calate e la testa pelata. Eravamo tutti ubriachi, c’era della roba, un sacco di roba, una macchia di sangue sul tappeto del bidé in bagno e lui sghignazzava. La testa, mi faceva male la testa. Non volevano chiamare un dottore, ero sporca, stavo male ho vomitato nel lavandino. La legalizzazione delle unioni di fatto è sostanzialmente inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Abbiamo combinato un casino. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. La testa, mi faceva male la testa. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, il settimo sigillo che solo giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. E’ entrato in camera in una borsa nera aveva dei cordoni di cuoio ed ha detto che dovevamo fare un gioco, ha pagato in anticipo. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume. Dopo un’oretta era fatto come mai e con un sorrisetto da deficiente stampato sulla faccia gesticolava con il suo arnese in mano. Vieni qui diceva, vieni qui. La camera era piena di luce, sembrava un supermarket o una sala operatoria piuttosto che in una camera in un albergo di lusso: facevano male gli occhi.
Ha preso la parola e letto ad alta voce un documento a tutta l'assemblea, con voce solenne e grande partecipazione retorico-emotiva:
“La prostituzione offende la dignità della persona che si prostituisce, ridotta al piacere venereo che procura. Colui che paga pecca gravemente contro se stesso. La prostituzione costituisce una piaga sociale. Normalmente colpisce donne, ma anche uomini, bambini o adolescenti (in questi due ultimi casi il peccato è, al tempo stesso, anche uno scandalo). Il darsi alla prostituzione è sempre gravemente peccaminoso, tuttavia l'imputabilità della colpa può essere attenuata dalla miseria, dal ricatto e dalla pressione sociale.”
La testa, mi faceva male la testa, poi il porco è scoppiato a ridere e la stanza girava in tondo e cercavo di rivestirmi e un dottore per piacere e e me lo aveva presentato un amico che sa il mio mestiere e mi sanguinava il naso e... Abbiamo combinato un casino. Con gesto responsabile ed irreprensibile egli ha assunto su di sé il peso della colpa, dichiarando pubblicamente le proprie responsabilità. Sì male, male e disgusto. Schifo. Alloggia attualmente nel gruppo misto, subisce stoicamente l’onta e percepisce meritatamente il medesimo stipendio. Ovviamente moglie e figli e altre scene da un matrimonio, perché indubitabilmente la famiglia costituisce, più ancora di un mero nucleo giuridico, sociale ed economico, una comunità di amore e di solidarietà che è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società. Sussurri e grida, la vergogna sparsa su tutta la pelle. Si pone urgentemente la necessità di un ricongiungimento di forma e sostanza. La palude del linguaggio ridotto a fango fluttuante e disgustoso. Melma, quindi odore, bava da rettile doppio mento e gambe corte, corte e pelose. Una bottiglia di vino bianco si era rovesciata sul tappeto. Avevo detto di smetterla, avevo detto che non mi sentivo bene, avevo detto di lasciarmi andare. Sono passate ore e ore. Basta, basta dicevo basta. La testa, mi faceva male la testa.


frammento tratto da Andrej Kaltrawsky "L'olezzo indissolubile e le Mele marce".


3 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Ingaggiare una lotta con un pino bicentenario, che lento abbandona i rami fin sulle rive del lago. Enorme galleggia qui dall’epoca di Napoleone. Alla sua ombra si è riposato Stendhal e anche ora sta, fra giornate afose e nevicate, temporali e bufere, oltre l’impero, gli Asburgo, il Regno d’Italia, la Wermacht e i partigiani nascosti in montagna. Nessuna passione umana si é estesa quanto il suo fusto che tranquillo sostiene il cielo. I turisti passeggiano distratti mentre li sovrasta compassionevole ascoltando le stagioni. La realtà degli uomini, la realtà dell'albero, Qual'è la realtà? Lo si potrebbe mozzare con una motosega e lasciar crollare il fusto in acqua con un tonfo immane, così come si spara ad una tigre con un fucile a cannocchiale, da centinaia e centinaia di metri. Con soddisfazione lo si vedrebbe rantolare e poi cedere esausto... L’eterna possibilità di accoltellare alle spalle, ma questo, inutile dirlo, non è ingaggiare una lotta. Lo guardo e già in pochi passi si svela tutta la fragilità umana. Ascolta e sta. Fermo, immobile, muove appena la cima per discorrere con un vento che qui a terra non si cura di passare. L’acqua tace, si concede qualche onda al passaggio di un traghetto o di un barcone. Come la tigre che non disdegna lunghe pause refrigeranti nello scorrere di un fiume, il pino crogiola le sue radici sul confine fra la riva e il lago, sfida calmo gli elementi con un' unica arma semplice ed efficace: l’attesa. Non lascia spazio per altro che non sia un inutile colpo a tradimento. Ridotto a povero baro dissimulo la mia strabordante debolezza e questo è tutto quel che posso concepire. Ingaggiare una lotta corpo a corpo con un pino bicentenario, a mani nude, lascia riversi a terra. Travolto da un’ombra tiepida taccio sdraiato, mentre il tutto ridotto a silenzio splende di una dolce tenebra. Lotta, pino, io, lago, realtà, tigre? Non sono niente, non posso niente, non sono niente, non posso niente.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Ricevo un messaggio il mattino dopo: paura. Scivola il tempo e il ricordo, una cartolina dai colori pungenti si scioglie tra le mani, la strada è sempre in salita, arrivano numeri e il mondo si scopre bisognoso. Petrolio. Cosa ci faccio qui? Arroccata su torri di carta non voglio più stare in questo posto, manca aria, manca luce. Immersa persa. Ritornerai? Dove vado? In fondo avviandomi al parcheggio mi chiedo anzitutto dove vado. Certo c’è un posto e braccia invase da vene e arterie ricoperte di pelle, ma del luogo mi chiedo, dell’essenza del luogo. Qualsiasi luogo sia. In macchina immagino di essere chiusa fino al collo in un sacco e venir divorata da un grosso ratto. Si insinua dentro e con la stessa devozione di un credente al suo dio, si ciba delle viscere. Paura. La serpe del non senso originario avvolge la luce incerta di un sole d”aprile. Lubrificante, maiale e fibra ottica: le persone scivolano per strada, ombre sospinte da un buio vento caldo. Li vedo in bianco e nero, oggi non ho colori. Sento il desiderio di ucciderli, sterzando improvvisamente ed invadendo il marciapiede a cavallo di un’auto impazzita. Ci sono anche due bambine vestite di bianco. Sfinteri, umori e mucose, canditi e plastica. Provo per tutti loro odio, compassione, irritazione, forse perché là in mezzo mi vedo camminare veloce, pallida, raccolta in un maglione striminzito che non ripara dal Niente. Non ho amore per nessuna delle mie immagini, non per quella che spia, respira e appanna il vetro del finestrino, non per quella che si mischia ad altra carne. Melassa incontinente, catarro e sciroppo. Vago vagamente, nella quadratura d'una soluzione, perché la vivida impressione prodotta sulla retina è quella di un ammaliante rapporto di causa ed effetto. Un aspro valzer viennese degli opposti, piacere/dolore, in cui arranco ubriaca di me stessa. Un’enorme tempesta di polvere, l’alluvione degli elementi ciechi allo spazio fra uomo e ameba, perché uomo e ameba sono elementi. Droga diluita nell’acqua potabile, serotonina nel panettone: vomito e paura. Ad un inizio inesorabilmente si avvinghia la fine, la parola chiede silenzio, il fuoco lo spargersi delle acque. Effervescente. La cosa (qualsiasi brandello sia di materia o spirito) non colma l’abisso. Fra le mani solo l’illusione di un fondo, brutale o magnifico. Signori fate il vostro gioco, gioco fai i tuoi signori. Un riflesso fra specchi, ecco cosa sono le tue o le sue braccia. Paura.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
A cosa serve sapere a cosa dà vita una me fatta a pezzi una volta ricomposta? Finchè avremo la capacità e la possibilità di emettere un respiro, non esisteranno varchi aperti per risolvere l'eterno dubbio del "sono-non sono-cosa sono"? Siamo nella misura in cui facciamo, pensiamo, scriviamo, ridiamo, diciamo... E questo,probabilmente, ci rende mutevoli anche nell'immobilità. Il qualcuno che possa cucire frammenti e finalmente vederci, avrà forse l'illusione della ricomposizione illuminante...esistono schegge impazzite che in quel disegno finale non entreranno mai, e in quelle schegge che cuciono la nostra inquietudine, siamo ancora noi, e ancora e ancora...Oggi ho i capelli neri, domani potrebbero essere rosa...ogni anima, credo, può essere considerata passibile di tintura, senza acquistare mai per questo "unità"."

Natalia