mercoledì 8 agosto 2007

27 la ragazza con il sole dentro alla testa (I)



Gli capitava a volte di finire il gas per strada, io spesso eronel sedile accanto. Il motore perdeva lentamente potenza e sbadigliava cadendo in un grande sonno per poi tossicchiare sempre più forte e squassare un po’ l’abitacolo. Allora a quel punto faceva pressione su un interruttore, sotto il volante a sinistra, apriva la valvola della benzina e tutto tornava in ordine: un tigre nel motore.
Lì in quel letto adesso non gli resta molto gas. Sente a malapena il polmone rimasto che ancora pompa aria a stento e cerca con sempre più affanno ossigeno nell'atmosfera incolore del reparto pneumologia. Intanto le vene stanche di flebo disegnano esili linee azzurre sulle braccia magre e pallide. Chiude gli occhi e ricorda in un lampo immagini di anni e anni prima. Me ne parla e racconta di una sera in cui aveva fra le mani un ricettario, era estate, camminava verso il cancello di casa e tutti i pensieri si appoggiavano al vento, un vento tiepido che gonfiava i pioppi e riempiva la camicia. Adesso non respira più, ma non ha paura, se ne sta come incantato e stupito dall'evenienza attesa e dal segnale d'allarme emesso dalle apparecchiature a cui è collegato, mentre tutto intorno svolazzano le storie che ha conosciuto, le parole che ha incrociato e le infermiere affaccendate a non lasciarlo morire.
Passata la tempesta entro nella stanza vuota e ritrovo alcune sue parole in un piccolo diario lasciato sul comodino della camera d'ospedale, mentre lui è ancora di là in sala rianimazione e tre giorni sono ormai trascorsi. Apro il quaderno e leggo una pagina a caso:
"Le sillabe si agitano, sono banderuole aggrappate al silenzio e urlano faccende già dissolte, sospese sul baratro di quel che sempre tace, in un'apparenza mondana di discorsi persi ritrovati e strappati in continuazione. Forse mai detti? Quel che è certo ripetuti perennemente. Qualsiasi proposizione si offre in un luccichio di novità pur essendo già stata salmodiata da millenni di carne e carne. Un sapore d'unicità illusorio. Ti amo. I soliti ragionamenti pallosi rovesciati su una pagina vuota. Spiegami come hai potuto farlo? Domani cambia il tempo. Stai meglio oggi! Com'è il pollo con le patate? Un comportamento inaccettabile.
Certo ci agitiamo proprio come una farfalla notturna ubriaca intorno alla lanterna, questo è chiaro. Chissà cosa mi dà la spinta, chissà cosa mi tiene ancora aggrappato? Desiderio di cosa?"

4 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

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alla testa di un'orda, un mucchio selvaggio il vento inghiotte ogni rifugio caldo e coperto senza rapine o pistole altri pensano facile il viaggio sorrido dando bocca alla sabbia d'un deserto/// II sfregiavo carne alla macelleria un lavoro degno e onesto sangue coltelli quella era la via che fuggo sapendo d'incontrar questo/// III taci ferma scrutando il poi e il domani su un mare di luce incurante d'ogni sfinge gracchiano corvi urlano gabbiani mentre aspetto te fra le dita l'ora stinge/// IV Il mestiere che mi tocca é visitare qualche banca i ferri ben esposti le grida d'ordinanza i soldi dentro i sacchi, rubar proprio non stanca quindi la pazza fuga misurando ogni distanza/// V certo anche per i soldi, l'oro e le bestie ma se ben vedo più di tutti per il gusto e la gioia infantile di dar loro molestie razziando senza fine il giusto e l'ingiusto/// VI cielo avvitano a spirali nuvole d'avvoltoi uggiano su roccia nuda e arroventata dragano carogne anima e i pensieri tuoi sospesi scrutano il passare della giornata/// VII ampio e fragile come un sottile velo abbraccio ignaro quel che arriva cedo il respiro alle montagne e al cielo mentre il cavallo avanza su una via definitiva///

atoshi kawabata ha detto...

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ti domani rispondo domani passa trapassa rispondere carcassa gelato limone odore treno e tempo poi non importa accogliamo ottobre caldo suda parola frivola parola rassicura abbraccio rassicura vino rassicura disperazione rassicura ti domani rispondo domani passa trapassa rispondere carcassa pasta pesto peste profumo cose e cosce poi non ricorda affondiamo ottobre caldo tace occhio mozzato occhio acceca abbraccio acceca vino acceca disperazione acceca ti domani rispondo domani passa trapassa rispondere carcassa carne bue spaccato olezzo lebbra e lingua poi non tarda avviciniamo ottobre caldo spalanca bocca secca bocca ingoia abbraccio ingoia vino ingoia disperazione ingoia ti domani rispondo domani passa trapassa rispondere carcassa grappolo frutto turgido nettare mosche e maschere poi non salda ascoltiamo ottobre caldo allenta mano monca mano naviga abbraccio naviga vino naviga disperazione naviga

atoshi kawabata ha detto...

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"L'uomo è il piú bisognoso di tutti gli esseri; egli è in tutto e per tutto un volere, un abbisognare reso concreto, il concretamento di mille bisogni. Con questi egli sta sulla terra, abbandonato a se stesso, incerto di tutto fuorché delle proprie miserie e delle proprie necessità. Volere e aspirare è tutta la (sua) essenza, simile davvero a una sete inestinguibile. Ma la base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore a cui l'uomo è legato per natura sin dall'origine.". "Il mondo come volontà e rappresentazione" Arthur Schopenhauer

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
"Siamo gli uomini vuoti Siamo gli uomini impagliati Che appoggiano l’un l’altro La testa piena di paglia. Ahimè! Le nostre voci secche, quando noi Insieme mormoriamo Sono quiete e senza senso Come vento nell’erba rinsecchita O come zampe di topo sopra vetri infranti Nella nostra arida cantina Figura senza forma, ombra senza colore, Forza paralizzata, gesto privo di moto; Coloro che han traghettato Con occhi diritti, all’altro regno della morte Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime Perdute e violente, ma solo Come gli uomini vuoti Gli uomini impagliati. [...] Qui non c’è acqua ma soltanto roccia Roccia e non acqua e la strada di sabbia La strada che serpeggia lassù fra le montagne Che sono montagne di roccia senz’acqua Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia Vi fosse almeno acqua fra la roccia Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere Non c’è neppure silenzio fra i monti Ma secco sterile tuono senza pioggia" Thomas Stearn Eliot frammenti da "La terra desolata"