venerdì 10 agosto 2007

28 la ragazza con il sole dentro alla testa (II)



Fra una mezz’ora incontro i medici. Ho deciso che aspetterò qui, esplorando e cercando di capire queste parole sgualcite. O forse semplicemente le leggerò sprofondando senza comprendere. C’è un finestrone grande nella stanza. Fuori il cielo coperto d’un blu intenso dà all'erba nel giardino un colore intenso. Un salice si staglia bellissimo di fronte a me. Continuo con la pagina seguente:
“La ragazza con il sole dentro alla testa, la immagino per diluire il tedio e la noia di queste giornate d’ospedale. E’ per me un personaggio “non-personaggio”, un modo per indicare particolari stati d’animo, ad esempio quel che si prova cercando una fotografia andata persa anche se sta lì sul tavolo oppure un momento d'insolita stanchezza, piove, giro il viso verso la finestra, pare buio, ma c’è uno strappo oltre le nuvole: il cielo è improvvisamente nudo e di un blu cobalto. Ecco lei è tutto questo. Niente a che vedere con un sapore intenso, improvviso, lo stupore d’aria in questi polmoni acciaccati, aria entrata come acqua fresca dopo ore d’arsura, eppure è proprio quello. Una sensazione, nessuna sensazione. La ragazza con il sole dentro alla testa non è ragazza, non ha testa che contenga sole, né un dentro né un fuori. Una cartaccia nel parcheggio deserto, un falco appeso al cielo, i rami neri di una quercia e la tazza bianca appoggiata sul comodino. La stessa tazza lasciata lì chiudendo la porta ed andando in bagno: eccola la ragazza con il sole dentro alla testa. No, non è lei , è proprio lei. La linea del mare che non si distingueva dal cielo in un crepuscolo di metà dicembre, un viso lievemente sorridente, ricordi struggenti. Quel forte disorientamento che comunica forza invece di smarrimento. Un futile dialogo al telefono con una persona cara a cui si vuole dire qualcosa, ma non accadrà mai, e prima o poi uno dei due sarà svanito senza che nulla sia stato detto. Finalmente inverno, riposo di vento freddo che striscia la roccia e scioglie la terra in un abbraccio di fango. Un gatto su una finestra del laboratorio d’analisi aspetta leccandosi il pelo bagnato. Volano ancora zanzare, il freddo, quello vero, tarda. La ragazza con il sole dentro alla testa passeggia nel giardino dell’ospedale, anche se non si vede. Qualsiasi progetto o qualunque cosa sia successa, lascia il posto a tonnellate e tonnellate di oblio. Lì sepolto e lasciato alla terra, tutto torna a farsi nuovamente terra per nuovi progetti e altri avvenimenti. La filosofa direbbe che il suo progetto è il mare e precisamente l’incresparsi delle onde. La ragazza con il sole dentro alla testa sta intanto a gambe aperte, senza gambe, senza sesso, senza vestiti, senza umori né respiro o bacino, né braccia, né seni da spremere. Lei è l’attimo in cui assaporo l’esaurimento della spinta a fare, fare qualsiasi cosa, sperare, dire progettare e semplicemente sto. Ovunque intorno brucia di carne non carne. Dunque l’esistenza è un’occasione per scrutare l’esistenza stessa. Eccola adesso, cosa assai preziosa, stanza dell’oro, scrigno di diamante. Ma non è oro e nemmeno diamante.”

Qui mi sono commossa e ho chiuso il quaderno di Andrea. Ormai era chiaro che ogni affanno volgeva al termine.

3 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
La Renault 21 bianca si sposta lenta verso la corsia riservata per la svolta a sinistra, mi preparo al sorpasso a destra ingranando la quinta e poi corro rapido verso la sua fiancata. Avanza prudente, evita l’immissione fra le strisce zebrate, barcolla lungo la mezzeria sputa la freccia all’ultimo momento, forse nell’indecisione o forse nella dimenticanza. Finestrino contro finestrino li vedo, per due tre secondi li vedo, vicini come mai: sono anziani. Lui leggermente sporto in avanti verso il cruscotto, come proteso a qualcosa oltre il parabrezza, camicia chiara, bretelle nere, capelli candidi. Lei ha un vestito a fiori, capelli tinti d’un rosso indefinito, come solo i capelli umani stanchi d’aria e sole terrestre sanno tingersi e tiene il mento sollevato, quasi a guardar la strada da una posizione ancor più alta rispetto all’assetto dell’auto: vede poco e male. L’uomo stringe il volante con decisione, quasi fosse alla guida di un galeone, gira la prora ed infila la curva con enfasi. Svaniscono nel sole incerto del tardo mattino. E’ facile pensarlo con la prostata ingrossata da sempre, insieme a lei con il seno stanco, le vene varicose e la menopausa dalla nascita. Oppure possiamo immortalarla in una miopia perenne, mentre lui in bagno sorride ebete davanti allo specchio, soppesando la flaccida pinguedine permanente, e la dentiera d’epoca adolescenziale, dolcemente appoggiata sul bordo della vasca. Alieni. Fra quei corpi in disfacimento, proprio quei due corpi dentro alla Renault 21 bianca, cala rapido il buio. Notte del 15 luglio vicino al torrente, una guerra è finita da 7 anni, l’erba è alta, lontano si canta. La città sprofonda dolcemente, rovesciandosi nella tenebra di un’estate all’inizio. L’acqua dentro al greto cerca sassi per sbatterci contro a fiotti, e gruppetti di lucciole danzano verso l’umido. I grilli sfumano il silenzio e le raganelle lo rubano a grappoli. Un vestito leggero di cotone chiaro con piccoli fiori azzurri, appena mosso dall’aria, taglia il buio e sorride. Un uomo le sta accanto, alto, biondo, con una testa di capelli raccolti dalla brillantina, indossa il completo grigio della festa. Nel silenzio, si accende una sigaretta senza filtro, lei sorride nuovamente appoggiandosi appena al suo fianco, mentre passeggiano lungo il sentiero dopo la sala da ballo di via Bismantova. Improvvisamente si fermano, la ragazza lo guarda in un attimo sospeso e gli accarezza il viso; lui si sporge le bacia prima una guancia e poi le labbra. Lei è bellissima. La sirena del turno di notte manda un lamento regolare: sono le officine metalmeccaniche. Si abbracciano e sono proprio loro due, quelli della Renault 21 bianca, la sua prostata funziona benissimo, lei aspetta un bambino senza saperlo ed ha il seno insolitamente turgido. Tutto si ripete così, di nuovo e di nuovo. Vedo un tale con baffetti ed occhiali scuri, guida una Mitsubishi Space star grigio metallizzato, ci sta superando a destra, dopo la rotonda, proprio mentre stiamo svoltando qui a sinistra. Lo vedo, arrivare sulla destra, nello specchietto retrovisore, ha una maglia nera. Accidenti ho dimenticato la freccia, ma sono in tempo, sono ancora in tempo…… Ma tu che vai, ma tu rimani, vedrai la neve se ne andrà domani, rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
La scontatezza è probabilmente un luogo infernale. Coltivo un orto, mescolo l’insalata alla rucola che cresce abbondante pochi giorni dopo aver gettato i semi. Le piante di pomodoro sono ormai alte come me e la zucchina ha foglie talmente grandi che quasi copre i vicini peperoni. Ma le piante più belle, con le loro foglie verde scuro, sono quelle di fragola cresciute vicino alle melanzane. Quando viene sera preparo lo yogurt nella yogurtiera made in china, e al mattino metto da parte la “madre” per la prossima settimana. Ho anche una macchina del pane, l’ho ricevuta in regalo da mia suocera, arriva da Genova e sono tre anni che sforna generosamente pane fatto in casa. Un giorno l’elica dell’impastatrice si è bloccata, allora l’ho presa a martellate e tutto sembra essersi aggiustato per il meglio. Mi riprometto in futuro di bere solo acqua del rubinetto e continuare a comprare ricotta e parmigiano nel caseificio che incontro tornando dal lavoro. Quando mi fermo qui due Labrador mi vengono incontro chiedendo carezze e attenzione, sia all'arrivo sia quando esco con i pacchetti di formaggio in mano. Non credo affatto che tutti questi gesti abbiano un particolare valore in sé. Nessun gesto ha in assoluto un'essenza positiva o negativa. Credo abbia un particolare valore l’attitudine con cui qualsiasi atto può essere compiuto. Ad esempio mentre scavo un alloggio per i semi dell’insalata, le api mi ronzano intorno a frotte. Allora resto immobile, ben disposto, a volte gli parlo e loro disciplinatamente tornano ai fiori della vicina rosa e del filadelfo, in un rituale ripeuto di reciproca conoscenza e rispetto. In certi attimi niente è scontato. Qualsiasi cosa generi questa attenzione, un misto di dedizione e abbandono, resto profondamente convinto del suo intrinseco valore.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
Notte del 15 luglio 1952 lungo un argine del fiume. La guerra è finita da 7 anni, erba alta e lontano si canta in coro. La città scivola dolcemente dal crepuscolo nella tenebra di un’estate all’inizio. L’acqua dentro al greto cerca sassi per sbatterci contro a fiotti, mentre gruppetti di lucciole danzano verso l’umido. Piantare pali nell'oceano, gettare sementi nel fiume, abbeverare greggi nel deserto, riparare all'ombra del sole: in questo siamo affaccendati giorno e notte, vita dopo vita.