domenica 12 agosto 2007

29 la ragazza con il sole dentro alla testa (III)



Conosco bene il suo corpo, anzi lo conoscevo. Ne conoscevo il peso, l’odore, i sapori. Adesso lo guardo, guardo un altro corpo secco, estraneo, ruvido, un alieno caduto da una galassia lontana. Tutto è occultato da una nuova presenza, nuovi odori, sorrisi tesi, pelle dai colori cangianti: si parte da un pallido oltretomba fino al livido scuro con macchie rossastre. Non è più quel corpo, no no è un’altra cosa. Solo gli occhi, sia pur velati, a tratti giallognoli, conservano una luce nota, una memoria, ma cos'è questa luce? Andrea fatica a parlare, mi guarda e spesso sorride, quando raccoglie le forze scrive sul suo quaderno, scrive cose a tratti incomprensibili, un’algebra di parole, una memoria criptata. Passo ore qui, anche se è estate non ho voglia di sabbia e mare. Mia madre dice che sono pazza, che mi infliggo una punizione inutile. Al contrario qui sto bene, sono tranquilla, a tratti piango è vero, ma il vento qui in collina è bellissimo e non aspetterò ancora molto. Un sapore di vero riempie la stanza e non lo voglio evitare.
Gli tengo la mano e leggo verdi colline d’africa ad alta voce, Andrea sorride ad occhi chiusi. Ieri ha fatto un sogno e l'ha aggiunto nel suo quaderno:
“Domanda? Si espande, ora dopo ora si espande, il nastro si riavvolge. Le mie labbra di polistirolo, i miei liquidi sintetici da una lingua di sogno, da un sonno chimico, da un mantello acido fatto di case e strade. I capelli sugli occhi. Dove sono sprofondato? Sono sprofondato dentro e il cervello sfrigola mentre cado. Il corpo a corpo dogni attimo, l'incombenza dei concetti, l'intrico delle possibilità, la fame di progetti, lo svolgersi di conflitti. Povero sasso di pelle e ossa lanciato da un aereo cado a rotta di collo, senza saperlo cado . La trappola era dentro un grande prato blu: il campo si è spalancato in un'orbita Andromeda grande come l'aeroporto e sono scivolato. Adesso precipito nel cratere da ore e ore, senza fermarmi precipito. Un'apparenza di fondamento, il fuoco di quel che appare irrinunciabile e poi in un attimo si dissolve. Quando guardo i vestiti, che nell'attrito con l'aria si strappano e si sfilano, non so bene di chi sia quel giubbotto grigio insieme ad una maglietta rossa divisa in due dalla furia dell'aria. Li vedo mentre schizzano via come aquiloni pazzi a cui sia stato tagliato il filo. Sono solo puntini persi nel vuoto. Resto nudo nel vortice senza fondo, nel gorgo enorme. I capelli sventagliati e sbattuti per mesi (o forse anni?) si sfilacciano strappati uno a uno; la bocca piagata si apre e l'aria strappa carne a brandelli e la semina nella frattura, nel vortice quotidiano, un pezzo qui uno là. Lo scheletro si spacca ed esplode in una visione brillante di polvere e calce candida. Briciole di colonna vertebrale, schegge di femori, coriandoli di costole. Le tue cosce fosforescenti, i tuoi capezzoli di gomma generati da una matematica di sogno, da un'incoscienza indotta, da una dipendenza irrimediabile di stanze, divani e abbracci conosciuti. Ora i pensieri sono estranei. Dove sto galleggiando? Sto galleggiando dentro a e le pupille scoppiano mentre capisco, improvvisamente capisco. La cosa era in fondo al precipizio, io sono in fondo al precipizio. Il campo di erba blu, anni e anni sopra quel che era me, si è richiuso. Sono qui nella tenebra adesso, sono qui da sempre. Immobile aspetto da decenni o secoli? Guardo la sconosciutezza, che nell'attrito con l'aria sola ha resistito alla furia devastante, e non so bene chi sia questa assenza di nomi che pervade tutto come l'azzurro riempie il cielo... Da dove questa voce e queste parole? Da chi sono mai dette o scritte? Io cosa? Domanda?”

2 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Quante volte è già successo? Giorno qualsiasi perso in nessun luogo, galleggio dentro al fumo denso del diesel che mi precede attraversando con lo sguardo la nebbia scura. Ai bordi della strada un vecchio, alto, con spalle ancora possenti, sussurra a mezza bocca un rosario muto tenendo a mano una bicicletta. La merce è nel baule. I primi alberghetti e le indicazioni per il lungomare se ne stanno lì da un’eternità; sul balcone, al primo piano di una palazzina accarezzata dai camion, una donna di colore mostra il figlio di quasi un anno alle auto in coda. Il vecchio la saluta e si ferma sorridente. Ad ogni consegna si rischia la pelle. Castelli di cartone, isole semoventi, vulcani illuminati da stupide luci colorate, fatine al silicone , giostre mastodontiche, notti insonni e chili e chili di di roba per rimpinzare di nausea ore felici colme di niente: ecco cosa sono questi posti. Un magma insensato scorre fuori da qualsiasi finestrino, e appena cala la notte, grumi di ragazze africane e moldave chiudono l’esofago della tangenziale e i marciapiedi verso il centro. Entro nel parcheggio sotterraneo di un centro commerciale qualunque. Notte fonda poesia verdastra di luci al neon e file silenziose di carrelli per la spesa. Un sacchetto d’alluminio per surgelati, gonfio d’una leggera corrente, si trascina alla deriva. Motore spento, finestrini abbassati. E’ magnifico lasciarsi cullare dallo strano mormorio del traffico lungo la tangenziale che qui arriva ovattato, sussurrato, attraverso metri cubi di cemento armato. Quante volte è già successo? All’estremità opposta qualcuno accende e spegne i fari un paio di volte e si mette in marcia verso l’uscita: il segnale concordato; un furgone nero. Il cadavere dentro l’acqua, lo si vede camminando lungo il molo 21 nell’area merci, giù al porto; le braccia spalancate abbracciano il mare, fissando l’abisso, e la corrente se lo porta a spasso pian piano, in una danza lenta e sensuale. Un valzer liquido, dove si fa un passo ogni quarto d’ora. Mi incammino con la valigia in mano, qualcosa si muove. Sparo. Ho ucciso o sono stato ammazzato? Scivolando verso la tenebra splende la strana bellezza dei container, con i loro colori squillanti, blu, giallo, rosso, arancione, verde. Un paio di enormi gru, mantidi di metallo, tengono in piedi il cielo ancora per poco. Buio, mare caldo di fine agosto, perso in nessun luogo. Quante volte è già successo?

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
E' arrivata una raccomandata. Quante volte è già successo? Giorno qualsiasi, perso in ogni luogo. La curvatura del cielo, il vociare alla radio, una chiacchiera domestica intorno a quel che non si lascia comprendere. L’alternarsi del pendolo nella proiezione di un continuo che si ripete. Ancora una volta, radiosamente uguale, l'ultima notte del mondo. Piove, da un cielo blu scuro. La noiosa sinfonia delle modalità: la propria storia, l’identità, oggi è successo questo, ieri quest'altro, anni fa ero dentro a quell'auto. Gastroscopia. Un fosso trasuda nebbia, la strada lucida aspira al ghiaccio, ma ormai è tardi: la primavera incombe. Luce da una finestra lontana, una certa musica in autostrada prima dell’alba. Sale grosso. Canta un pianoforte il non poter essere altro che una storia, un viso, un odore. La testa abbandonata di lato: respira. Carne, quarto di bue, gas intestinale, alito, algebra di liquidi, pelle, mucose, sangue, vento. Un gatto bianco e nero sul ciglio della carreggiata. Lo spessore del suono, la friabilità delle catene montuose e il perenne fiorire delle margherite. La città fragile, con profonde radici, sospese al cielo. Evaporano gli oceani pronti a farsi nuvole; un contatto fra due mani. Non è colpa di nessuno, anche quando sembra il contrario. Cosa? Cosa? Non ti azzardare a dire qualcosa del genere! Squilla il telefono.