mercoledì 29 agosto 2007

33 solve et coagula (un'altra musica per Sonja)


Sembra stia succedendo ora ma sono passati mesi ormai. Si spoglia, gettando alla rinfusa i vestiti sul divano: un maglione, calze, mutande, capi invernali. Nudo ascolta adesso distrattamente, forse la musica, forse il corpo, si gratta e si tocca qua e là. Le composizioni passano in sequenza una dopo l'altra. Solo in casa, l'odore di sé, i piedi nudi a terra; entra in bagno, porta spalancata, onda di vapore, pianoforte. L'acqua, dalla doccia corre calda fra i capelli e si imbriglia negli anfratti della pelle. Poi ecco un attimo preciso, dopo alcuni minuti strazianti... Quello spartito sbaraglia barbaramente pensieri di cartone e accappatoi e gocce e spruzzi e asciugamani e carne e sapone e stanchezze: lascia solo sé. L'assoluta evidenza intasa lo spazio. Chiude il getto caldo allarmato, come se un estraneo girasse per casa a sua insaputa, si sporge dalla doccia: qualcosa come paura. Entra in soggiorno preso dai brividi e sta immobile davanti allo stereo. Nell'incompiutezza la musica si ferma poi improvvisamente, appesa all'ultima nota: è un grido seminato ovunque, sotto una coltre di nomi. Occhi umidi: ma chi si emoziona? Perché? Evidenza di cosa? Non sa, non sa. Spegne il lettore cd per rispetto, finisce di lavarsi, poi per ore ascolta quegli stessi 12 minuti e 19 secondi sdraiato sul letto di casa. Il calendario dice Giovedì.
"Ho difficoltà a rispondere alle tue domande, perché mi coinvolgono in modo viscerale e forse le risposte potrebbero perdere la lucidità necessaria alla loro comprensione. Credo che capirai anche tra le righe, come hai fatto in ciò che ho scritto. Sono discorsi spesi in serate nebbiose o afose, tra bicchieri consumati e parole gridate. Le stesse secolari domande da condividere con persone a cui affidi il sacrale compito di risolvere enigmi reconditi. Ma perchè ci torturiamo costantemente? Stupida sofferenza? Gratuita commiserazione? Non so rispondere, pianificare e gestirmi in questa nomenclatura di stati.".
Succhiando nomi prima o poi l'aria appare avida e non si qualifica. Rapiniamo documenti e certificati, attestati di carne e respiro, da introdurre in una biblioteca gestita da termiti e altri insetti, ghiotti di carta e neuroni. Il sacrale compito di stare costantemente nell'enigma di fronte al putrefarsi d'ogni nome. Un fuoco in cui brucia ogni gestione, oltre al fuoco stesso.

Glenn Gould suona dall'Arte della Fuga il contrappunto XIV (incompiuto) di Bach e siamo proprio lì. Lì dove?

3 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Luce blu. Esperire ogni situazione attraverso determinati sapori emotivi, anche adesso in bocca. Qualsiasi strada sia converge, come per magia, nello stesso punto: il punto in cui ritrova quei sapori, piacevoli o spiacevoli che siano. Rasoi: le braccia congiunte dietro alla schiena, l'occhio verso gli scogli, cielo coperto, piove, la spuma e l'odore forte di salsedine: eccola ancora una volta nella piccola stanza giù al faro. Fuoco. Sfuggire a questa costrizione? Ma in fondo la stessa fuga non è parte del gioco? Annega in un sipario di seta, seta rossa in cui tutto la avvolge. Mare.Cosa cerca in questo perenne ritorno? Cosa sussurra quando tocca ancora questa sensazione irrinunciabile, a cui inesorabilmente attinge? I muri candidi, il dado è tratto. Due sole strade, un bivio d'acqua. La prima in un IO fattosi casa. Lei è una schiena , gambe elitarie, mucose reazionarie, labbra democratiche, fianchi borghesi, mani nobili, piedi proletari, lingua padronale, glutei oggetto di contrattazione e concertazione. Il mondo è là fuori lei è lì, c'é questa carne, c'è altra carne. Due. La seconda via è naufraga, alla deriva in un IO che non si comprende pienamente, non si intende come agente, non crede nel libero arbitrio. Sta di fronte al mare che accade, ma anche allo sguardo gettato fra quelle onde, anche a sé da sé. Ovunque sconosciutezza, anche ad occhi chiusi. Si tocca il ventre per un attimo e a quel contatto coglie non solo l'incontro ma il darsi dell'incontro. Uno; questa carne è al contempo altra carne. A voi la scelta giunti al bivio oltre la finestra.Giù al faro tutto tace nella piccola stanza ora vuota.

Barbara ha detto...

"Ma perchè ci torturiamo costantemente? Stupida sofferenza? Gratuita commiserazione?" forse lo facciamo perchè spesso è l'unico modo che ci rimane per sentirci vivi? può essere questa una possibilità? forse lo facciamo perchè essere speculativi ci hanno inculcato essere sinonimo di profondità e intelligenza? domande che non ho più voglia di farmi perchè ora più che mai mi sanno di immobilità e inutilità, domande alle quali ho già risposto guardando altrove.

atoshi kawabata ha detto...

Cara Barbara
Non so se ho compreso bene il senso delle parole che mi riproponi nel blog.
Comunque sia la possibilità di non farsi domande, di non ragionare e di non speculare è una porta sempre aperta.
Non mi interessa aprirla, si apre su un panorama di certezze fragili, piccole convenzioni borghesi,o di un vitalismo fatto di sensazioni pronto ad esser spezzato dalla morte, dalla sofferenza o dall'incomprensione. Alla domanda sulla morte non si risporde affatto dal mio punto di vista "guardando altrove". La morte si prende anche altrove.
Al contrario la porta del dubbio e della domanda è un seme, che se gettato sulla terra del sentire dice della morte e prepara ad accoglierla. Per cosa viviamo se non per un anelito al mistico? Dimmelo se vuoi. L'inutilità è un concetto tecnico. Dimmi cosa è utile? Il rilascio di sensazioni? L'azione portata nelle relazioni umane? E' necessaria la contrapposizione fra fare e pensare?

Ci si può torturare in due modi per quel che mi è dato:
a) in ambito relazionale quando soprattutto la propria identità sfugge, non soddisfa, appare esposta ai morsi degli eventi e delle persone più o meno care se non appunto alla insoddisfazione di sé come persona (identità).
b) in ambito esistenziale perché al di là di ogni possibile relazione la natura umana ha un certo percorso obbligato ed incompiuto che si slancia verso la morte.Qualsiasi relazione si intraprenda si danno delle costanti che generano sofferenza, come ad esempio il necessario troncarsi di ogni relazione.

io almeno non vedo altro.

Con il tuo:
"Stupida sofferenza? Gratuita commiserazione?" sembri alludere al tipo a) in una forma riflessiva, e infatti utilizzi nel finale una formula risolutiva:
"domande che non ho più voglia di farmi perchè ora più che mai mi sanno di immobilità e inutilità, domande alle quali ho già risposto guardando altrove", formula risolutiva che non si dà per la sofferenza di tipo b) o che almeno io non conosco. Al contrario per la sofferenza di tipo a) molteplici sono le strade, ad esempio la psicoterapia per fare un esempio possibile.

Come hai visto dal messaggio precedente il mio interesse spinge verso b) anche se ho chiaro che a) e b) si intrecciano e si inseguono l'un l'altra.
a presto
a.