mercoledì 29 agosto 2007

34 Potercela fare, lo sguardo congelato e il brillare della luce

A volte mi dico che dovrei lasciar perdere la forma e le formalità ed esser chiaro, diretto, senza tanti giri di parole o alambicchi vari.
Al contempo so di potermi rivolgere a poche persone, non perché queste parole siano difficili o particolarmente profonde, ma per il semplice fatto che intendersi fra umani è molto raro. Questo è almeno il convincimento maturato dopo vari anni d’esistenza. La comunicazione superficiale è quasi sempre possibile e generalmente a portata di mano e in questi casi il linguaggio è uno strumento sufficiente, oltre alla pazienza. Ma per scendere in profondità, per arrivare alla pelle dell’altro e oltre, molte sono le diffidenze, le incomprensioni, le paure, i calcoli e altro ancora, di chi parla e di chi ascolta. Superarli è raro, nella maggior parte dei casi si approda ad una solitudine effettiva pur essendo immersi fra parole e corpi.
Ci si illude, soprattutto ai nostri giorni, che entrare nella carne dell’altro sia aprire queste porte e aprire un dialogo oltre le parole. Ma un abbraccio, per stretto che sia, non è, almeno dal mio punto di vista, garanzia di comprensione reciproca. Anzi spesso nascono grandi equivoci dettati dalla convinzione che una condivisione sul piano delle sensazioni garantisca un'effettiva comprensione e comunione d’intenti.
Fatto questo cappello voglio ragionare del “potercela fare” , come ha scritto Barbara, ed incrociarlo con il racconto di un’esperienza fatta da Natalia mentre andando in macchina guardava fuori dal finestrino.
Parlo di questi due sentimenti perché credo incarnino quasi tutto quel che possiamo esperire in una vita. Quindi non vedo tutto questo dire come una sorda elucubrazione ma al contrario come la voce di una domanda su quel che succede attimo dopo attimo qui e ora.
Il “potercela fare” come affermazione di speranza è nato dalla grazia concessa ad un condannato a morte e incarna un cammino che è progressivo, di miglioramento, guarigione, crescita, sradicamento dell’odio e della sopraffazione e di amore. In parole povere è quello per cui ci alziamo alla mattina e usciamo di casa: per “fare” per dar voce all’incombenza di un progetto, spesso nebuloso, a tratti impellente. Certo ci sono soggetti generatori di dinamiche quali appunto l’odio, la sopraffazione, l’assassinio e di tutto quel che spesso presenta la vita come un’esperienza scura e a tinte fosche. Ma tuttavia anche per loro il “fare male” rappresenta alla fine un bene, per esempio la protrazione del potere è appunto un bene per un politico sanguinario, o un profitto magari non proprio cristallino (e quali lo sono oggi?) è un bene per un uomo d’affari qualsiasi. Si compiono gesti secondo una prospettiva, perseguendo un progetto, nell’opzione intravista di “potercela fare”. Tutto questo credo sia anche la ragione per cui il nostro organismo é generato e si protrae per un certo lasso di tempo: per “fare” e soprattutto per cercare in quel fare una risposta.
Nel fare c’è il convincimento di una soluzione, o per lo meno l’idea di un progetto che colmi, e finalmente dia un fondamento. Sto per diventare padre ed ho chiaro tutto questo, semplicemente perché lo sento ogni giorno nelle mie carni guardando il ventre pulsante della mia compagna. Tutto cresce per dirsi e da subito vedo con sconcerto culle vuote riempirsi per un gioco di prestigio della mente che sconcerta…..
Al contempo ci sono momenti in cui l’idea di progetto è messa in crisi, i momenti che scuotono e che sempre hanno scosso l’uomo si presentano ineffabili e indecifrabili: la solitudine, la sofferenza, la morte, la malattia, la perdita.
Le parole dell’amica Natalia mi paiono ben più precise di qualsiasi resoconto per fissare uno sguardo in cui “il fare” si sospende, si diluisce e si perde:

"Oggi mia madre mi ha detto che x ha probabilmente un tumore. Eravamo in macchina, io guardavo fuori dal finestrino. Mi è sembrato tutto d'improvviso più piccolo ma anche più lucente, una sorta di cristallizzazione di alberi, persone, nuvole, in un accecante attimo galleggiante, senza il sentimento della paura o della tristezza: uno sconfinato, incomprensibile, potente attimo di silenzio."

Ecco in questa assenza di movimento, nel darsi dell’incomprensibile (a cui si oppone il “fare chiarezza”) si dà un altro polo essenziale dell’esperienza umana. Il cogliere un tutto “bloccato” immobile e silenzioso. Uno “sconfinato, incomprensibile silenzio” che non è un’altra dimensione al di fuori di quella quotidiana, non è il soprannaturale, ma è il quotidiano stesso visto da un 'ottica differente. Spesso durante queste esperienze si genera parallelamente paura, come se venisse a mancare un senso che indubbiamente come umani racchiudiamo nel fare, declinato nel comprendere e prevedere, nel costruire e ipotizzare. Mancando questa struttura (quella stessa che genera il linguaggio discorsivo e che nomina le cose, casa, cane gatto) si libera spesso panico, la crisi di panico.
Ma la fuga da questo occhio nuovo avviene perché è dotato di una vista incapace di cogliere i nomi o al contrario perché è capace di non coglierli? Si tratta di un orizzonte limitato e quindi da curare, da sottoporre a terapia, da anestetizzare e addormentare o meglio ancora estirpare oppure al contrario è una facoltà superiore da coltivare e ricercare?
A questo punto si generano molte questioni:
a) Cosa dicono questi momenti di sospensione, in cui lo stesso fare si congela di fronte all’assenza se non addirittura all'impossibilità di un obiettivo che sia totalizzante e fondante?
b) Hanno un valore questi attimi, o sono solo uno sconcerto che poi passa come il mal di pancia o peggio da curare come un mal di pancia?
c) Il “fare” come progetto esistenziale è messo in crisi di fronte all’idea di morte e sofferenza?
d) Addirittura è vano ogni “fare”?
Certo io non sono in grado di rispondere a nessuna di queste domande anche se scrivo per porle ad alcune persone e per chiedere alle loro coscienze altri pensieri, per riaprire un dire utilizzando questo blog. Devo però esprimermi per iniziare un dialogo sulle domande generate dall’incontro/scontro del “fare” con uno sguardo congelato. Credo sia grande il valore di certi attimi in cui si tocca “lo sconfinato incomprensibile” momenti che rimandano ad un vero oltre l’umano o magari anteriore all’umano. Al contempo proprio da umano non trovo vano il fare, fosse anche solo perché attraverso la vanità di un fare protratto e convinto, un fare che ha sostanzialmente usurato se stesso, emerge un occhio diverso e inoltre perché la spinta alla cura dell’altro, dove utilizzo il termine cura nell’accezione più ampia possibile, è a tutti gli effetti l’unica spinta plausibile che si dà ad una ricerca di senso.

Ma alla fine scrivo tutto questo rivolgendomi a chi vuole ascoltare e cercando parallelamente altre voci che contestino o completino. Sentite queste domande o le vivete come astruse questioni intellettuali?

"e non aspetto risposte ma sento che qualcosa è in ascolto"

7 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Nel movimento sta l’assoluta immobilità. Torno a casa, notte fonda, mi aspettano due ore di macchina. La stanchezza annebbia il cervello, un bisogno mi assedia. La serata è stata intensa, parlare continuamente inglese mi ha imposto uno sforzo a cui non sono abituato, e poi c’era un problema tecnico da risolvere e trovare le parole non è stato facile. Ho aspettato per due ore l’amico americano mentre il clima della foresta cambogiana traslocava in Romagna. Sudo continuamente da oggi pomeriggio. Detta altrimenti ho bisogno di un letto fresco e devo fermarmi e fare quel che devo fare. Percorro la provinciale, il display dell’auto segna le 2, la strada è deserta, 28 gradi. Sono nato da queste parti, qui vivevano i miei nonni, qui andavo a pescare e a raccogliere pesche in campagna. Ora non ho più parenti in Romagna: tutti morti, uno dopo l'altro. A Imola venivo con i miei genitori da bambino, al parco dell’autodromo, per dare le ghiande alle capre ed ai cerbiatti, buttare pezzi di pane alle anatre e bere l’acqua allo zolfo. mentre ci penso ho uno strano sapore in bocca, come qualcosa che sfugge ma impasta, come quell’acqua allo zolfo. Adesso devo proprio pisciare, con l’età lo faccio più spesso e riesco sempre più faticosamente a trattenerla. Il corpo cambia. Sto attraversando una zona industriale, vedo uno svincolo per entrare in uno stabilimento. Ecco finalmente il mio vespasiano a cielo aperto. Giro a sinistra ed i fari illuminano il parcheggio. Spengo l’auto e scendo indaffarato dall'impellenza. Li vedo. Due ragazzi in un auto ad una ventina di metri stanno facendo l’amore, si abbassano. Io ho già spento l’auto e proprio devo fare quel che devo fare. Spengo i fari. Mi dirigo dalla parte opposta e faccio pipì dandogli le spalle. Più rapidamente che posso salgo e me ne vado, accendendo i fari solo quando sono di nuovo in strada. Penso a quando pure io cercavo posti isolati per avere un attimo d’intimità: cascine abbandonate, campi di mais, con la panda invisibile fra le pannocchie, oppure prati in collina nelle notti d’estate. Lo svincolo dell’autostrada mi aspetta, i soliti lavori, le luci al neon, le corsie riservate, le segnalazioni di deviazione. Tutto inesorabilmente si ripete perennemente: i sospiri, i pianti, le grida e la rabbia, la sorpresa e la tenerezza dell’infanzia, le sofferenze e l’incapacitazione dell’adolescenza, il fiume dell’età adulta, la vecchiaia e la morte. Mi chiedo dove sto andando, anche se indubitabilmente sto tornando a casa. Casa dove? Casa cosa?

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Non perdiamo niente, non abbiamo niente. Una verità come questa, male intesa, è una stagione all'inferno. Il sonno dei sentimenti, la nausea per il dolciastro, la meccanica delle carezze, l’olezzo di quelle frasi il cui incipit è tutto un “i tuoi occhi” e altra morchia del genere. Feccia, massimamente ignobile, mutande non esattamente pulite, non avendo inteso proprio nulla, ringhia all’aria. Se ne sta lì famelico, sigaretta accesa e la giacca blu stropicciata dalla giornata di lavoro. I capelli in caduta libera sono un indice puntato: la morte striscia avanti. Aspetta e rispetta, annusa, ascolta i polmoni riempirsi d'aria e fumo. La fattucchiera va e viene dalla stanza. Nella tasca della camicia azzurra ha una lametta, sempre la stessa, avvolta in un fazzoletto nero di seta. Ah, la sorella Angela, la spiava sempre. E la moglie? Quella dal fondotinta beige, perennemente distratta, non lavora, ma soldi ce ne sono, spalle curve, poco seno, poche parole, poca voglia, culo piatto, e poi Anna, la figlia: seconda media, bruttarella e ridotta ad un manico di scopa, come mamma. Tutto così lontano, finalmente anni luce da loro, anni luce da sé, a solo mezz’ora di macchina da casa. Respira, qui nei pressi del patibolo, respira una piacevole brezza vermiglia. Qualcuno ha messo una bottiglia di bourbon sul tavolino. Beve, il porco beve a grandi sorsi. Un grido da un’altra stanza e lui immobile, sempre più tranquillo, occhio opaco allo strazio, perso fra i cristalli del lampadario, naviga i riflessi cangianti e aspetta, ha già pagato ma aspetta paziente. Non c’è fretta, tutto prima o poi si fa come si deve fare. Quel giochino immondo a cui è avvezzo l’ha imparato tempo fa, era con altri corpi in Olanda, ad Amsterdam. Un viaggio legato al lavoro. C’era un tale della sede di Trieste e una sera sono usciti loro due. Rettili. Pensa alle sensazioni di allora, alla sorpresa di ritrovarsi a fare quel che stava facendo, a come si sente a proprio agio anche adesso, e tutte le volte successive che verranno. Così distante. Abiezione, carne da macello, poi fa il bagno, dopo fa il bagno. Una doccia bollente. Entra in casa; lì tutto tace, odore di verdura bollita ammorba l’aria: i broccoli che la moglie propone ossessivamente alla famiglia, un giorno sì e uno no. Fa la massaia per non morire di noia o di cancro, ma continua a cucinare male, la verdura per esempio la cuoce sempre troppo. La ragazzina è ancora sveglia, chiusa in camera inghiotte incessantemente televisione. Va in bagno, apre il rubinetto del lavandino, sputa. Qualcosa sotto l’unghia dell’indice della mano destra. Qualcosa è rimasto impigliato. All'ultimo approdo del nichilismo occidentale, nei fluidi maleodoranti del nientismo, resta un solo approdo: lo sfruttamento, la violenza e l'orrore. La normalità avvolge le interiora del male, come una pellicola di polietilene protegge le verdure del supermercato dalla decomposizione.

atoshi kawabata ha detto...

“Per me ogni sfumatura di colore è, in un certo senso, un individuo, una creatura vivente dello stesso tipo del colore primario, ma con un carattere e un’anima sua propria. Ci sono molte sfumature – delicate, aggressive, sublimi, volgari, serene”.

Yves Klein

carlotta ha detto...

E'la terza volta che con ammirazione e attenzione rileggo le tue parole e per la terza volta non ho risposte alle tue domande,anche se percepisco il senso di sospensione quando tu stesso lo citi.
E tu come stai?
E Anita?
E V.?

Kurt ha detto...

Se devo dire la mia, è quando tutto perde di senso che il tutto comincia ad avere un minimo di senso. E' quando improvvisamente proviamo stupore per il semplice fatto che esista ciò a cui noi abbiamo dato il nome di vivere.
Non è stupore per la vita in sè e nemmeno per l'enorme quantità di sensazioni che possiamo provare o percepire. E' stupore per il modo stesso in cui diamo per scontato la vita e il mondo che ci circonda.
Astraendoci anche per un solo istante riusciamo a cogliere l'abissale mancanza di senso delle cose. E' come se tutto si cristallizzasse in quell'istante e riuscissimo a percepire quanto in fondo ci spieghiamo certe cose solo perchè ci concentriamo sul piccolo e insignificante particolare che è la realtà, perdendo la visione di insieme che è qualcosa che la mente umana non è ancora allenata a comprendere proprio perchè segue le regole che le nostre percezioni fisiche gli hanno imposto.
Cogliendo questa intrinseca mancanza di senso delle cose è inevitabile provare panico e perdere fiducia nel significato del "fare".
Potrei arrivare ad immaginare che non stia nel fare o nell'esperire il modo più giusto di dare un senso alle cose ma è anche vero che esso è l'unico modo che conosciamo al momento.
Se dovessi dare una risposta molto sommaria direi che il "fare" è del tutto privo di senso. Nemmeno fare un figlio (prendo spunto da ciò che ti sta accadendo) può minimamente avvicinarsi a dare un senso a ciò che viviamo. E' solo una parte del nostro istinto. Un sistema di controllo che la natura ci impone per conservare la specie. Niente di più.
Passiamo sul mondo senza lasciare traccia. E il mondo passa senza lasciare traccia. E ciò su cui il mondo non lascia traccia, passa senza lasciare traccia.

Scusa il colpevole ritardo con cui ti ho risposto Atoshi.
Non seguo più molto il blog. Mi manca Diablogando e credo che sia stato qualcosa che non si ripeterà più e che è andato perduto ormai.
Ti saluto calorosamente e mi auguro che il mio modo assai banale di analizzare le cose abbia minimamente sfiorato il senso del tuo post.
Mi auguro di risentirti presto.

Anonimo ha detto...

Perche non:)

Anonimo ha detto...

leggere l'intero blog, pretty good