venerdì 7 settembre 2007

35 now dad

4 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Qualcuno potrebbe chiedermi chi cazzo sono per giudicare. Ma in realtà non giudico, non mi interessa, un tavolo vale l'altro, infatti li frequento tutti. Semplicemente non so chi sono. Forse sono solo una sprovveduta, una cosetta alienata ed insulsa. Ma nella condizione che respiro l'eccesso di aderenza, l'appartenenza a precisi modelli, mi sorprende e resto lì incapace, inadeguata e impreparata o perfetta, esteriormente sorridente, bella e decisa. Questo scorrere di identità d’acciaio, facce sicure, grandi sorrisi, mani orgogliose e bocche piene di sillabe si mostra a queste pupille allo stesso modo di un brufolo sulla punta del naso o della panna montata su una cotoletta. La stagione si è fermata a settembre, domani sarà novembre, il sole scalda ancora l’aria del pomeriggio e il mare si offre a specchio anche se le giornate si accorciano ed è tornata l’ora solare. Arriverò fra poco, dopo un viaggio in treno da incubo. I vagoni sono concentrati di gente stralunata, a parte il mio vicino che parlava da solo anche animatamente, quella di fronte ha conversato per tre quarti d’ora senza interruzioni su costituzione, sanzioni, giudici di pace e altri argomenti similari, con una voce cantilenante che proprio non riuscivo ad immaginare potesse essere la stessa usata per srotolare un'arringa. Sono cieca, oggi ho capito che non vedo, guardo ma non vedo. Mi arrangio e annuso, come un segugio annuso l’odore dei treni, l’amaro del ferodo dei freni che sale dalle rotaie alla tazza del bagno insieme al grido dei binari e si mischia al piscio di intere legioni di passeggeri e passeggere. Mi guardo allo specchio in questo bizzarro cessetto triangolare e quasi non mi riconosco. L’unico desiderio una doccia che lavi quest’odore, lavi le luci al neon che mi aspettano nello scompartimento, lavi le giornate passate, lavi ogni anfratto del corpo, lavi i ricordi e le ansie. Cosa farò i prossimi sei mesi? Finalmente un po’ a casa, riordino le idee e i pezzi. Ma là fuori, nell'intimità impenetrabile di ogni umano solo con sè stesso, sanno chi sono o sono convinti di saper chi sono? Tu lo sai? A dopo, più tardi, domani, mai più.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Sono pessimista come le onde del mare: tornano indietro e avanzano in una danza perenne da cui non riescono a liberarsi, sciabordando di noia. Le guardo da lontano mentre lasciano schiuma e disegnano sabbia. Accendo una sigaretta e mi ritrovo seduta al bar con gente lontana dai miei pensieri, un bicchiere di vino bianco in mano. Bevo piano, zitta zitta e fumo. Parlano di locali della Versilia, commesse alte e longilinee, notti superalcoliche e auto di grossa cilindrata. Sghignazzano sollevando una fitta polvere di allusioni, incastrati in un gioco che non colgono, avvinghiati alla loro stessa pelle abbronzata, al corpo curato in qualche palestra, ad un profumo piacevole, a camicie linde e stirate o maglioncini di cotone firmati e ordinati. Scoprono denti bianchi, indossano vestiti belli. Perdo il filo e annuso il vento guardando le loro scarpe lucide o costosamente sportive. Simmetricamente quando discorro con persone che si autopropagandano pensatori rispolverando pellicole e registi dell'est europeo o peggio Coreani, il mio senso d’incompiutezza diventa ancora più stagnante e anche il profumo di bucato e dentifricio svanisce. Soffoco nelle metafore, affogo nelle citazioni. Li ascolto mentre gongolano rapiti dall’aver scoperto che tu non hai scoperto quel che loro hanno già scoperto. Si accendono come pupazzi di pezza, masticando un malcelato senso di superiorità e strombazzando qua e là un impegno politico da piano bar. Lotta di classe liofilizzata in chiacchiere. I vestiti sono meno belli e respiro un fetore di chiuso che mi rimane appiccicato anche in bocca. Ho la sensazione di scomparire in quella melma di parole ricercate, ma con lo stesso identico sapore delle caviglie sottili di commesse a tempo determinato, infilate in complesse lingerie. Non trovo un senso, ma soprattutto non ho un senso. Chissà se il mio pessimismo ha poi a sua volta un qualsiasi senso? Tu lo sai? A dopo, più tardi, domani, mai più.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIO tre:
Mi chiamo Antonello Salvemini, ho 56 anni. Può sembrare facile raccontare una storia qualsiasi marchiata dal mio nome; si dirà che per questo basta immergersi nella memoria e il gioco è fatto…… All’anagrafe risulto celibe, non ho avuto figli, lavoravo come perito chimico in un’azienda di prodotti farmaceutici. Questo è apparentemente chiaro. Se però risalgo questo fiume mi accorgo di avere vaghi ricordi dei giorni passati, impressioni, immagini, una mappa densa ma scomposta in frammenti non sempre collegati ed omogenei. Lo capisco solo adesso, stando sdraiato qui tutto il santo giorno, il corpo immobile. Quando non leggo o l’ansia per quel che mi aspetta non travolge ogni cosa, faccio una delle poche cose qui concessa con grande generosità: penso. Anzitutto con sorpresa mi accorgo di non aver mai pensato sistematicamente ed ordinatamente, ma di aver accavallato una melassa di discorsi interiori, desideri, stati d’animo, dandoli in pasto alle ore. Anzi diciamolo pure: non ho mai pensato. Forse questo frullato mentale senza scopo e direzione, vi pare incongruo se protratto per ben 56 anni? Mha, cosa volete che dica…. Forse molti, leggendo queste prime righe, provano un moto d’orgoglio per aver amato un uomo o una donna, aver educato dei figli, aver pazientato nelle difficoltà ed essersi dedicati ad una professione con profitto e passione o viceversa per aver mandato affanculo il mondo, preso a calci qualche Carabiniere, esser vissuti senza un impiego stabile standosene in quotidiana compagnia di alcolici e musica fastidiosamente assordante. Non mi sono mai colmato l’animo di tutto questo, forse per stupida insipienza o gretto egoismo, ragion per cui non mi passa per l’anticamera del cervello di biasimare chi riconosce nella propria vita un percorso sensato e significativo, qualsiasi sia la modalità individuale che si é data giorno dopo giorno. Non giudico più, non ne ho il tempo. Aggiungo solo che semplicemente per me non è stato e non è così. Allora com’è? Certo io stesso sono scivolato in certe braccia, ho vissuto momenti di paura e giornate entusiasmanti, sono caduto in parti del pianeta di vertiginosa bellezza e ho abusato di vino rosso e bourbon, ma tutto questo non si è mai composto in un disegno organico. Allora cos'è stata questa catena di respiri?

Barbara ha detto...

Oh daddy, congratulations!