venerdì 14 settembre 2007

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2 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Indubbiamente comunichiamo, utilizziamo suoni, segni, incontriamo corpi, gesticoliamo e sfioriamo volti. La superficie del mare racconta molte storie, così come quello che appare di una persona parla attraverso occasioni e linguaggi differenti. Questo colma i sensi, a tratti in modo irrinunciabile rilasciando significati che paiono esaustivi. A volte sfama e per una vita può essere sufficiente a plasmarne la traiettoria, dall’inizio all’inevitabile epilogo, là dove l’identità e tutte le parole, i gesti, gli odori ed i profumi restano solo un corpo freddo e deserto. Nasce a volte senza ragione l’ambizione di frequentare l’abisso e gettarsi nell’altro, che è simmetricamente anche un gettarsi in sé. Scavalcare la balaustra del traghetto, saltare oltre buongiorno-buonasera-che-tempo-fa, e precipitare nella tenebra liquida e fredda. Non per la curiosità di entrare in un retrobottega segreto, dove spiare porzioni di pelle o raccogliere confessioni in una scodella, ma perché nell’abisso dell’altro si annida essenzialmente una possibilità fattiva: trovare una condizione di sé che è comune all’altro; un luogo dove l’alterità prima s’indebolisce, poi si annienta. Si dà uno spazio dove la coscienza allenta i legami con il corpo, una base di mistero impenetrabile, ma frequentabile e condivisibile. In questo processo l’identità ed i meccanismi che la cristallizzano vacillano, rilasciando sapori non sempre suadenti. La domanda su chi siamo, può restare muta e senza una risposta plausibile. La carta d’identità trasformarsi in un semplice pezzo di carta, mentre gli specchi riservano strane sorprese. Però lì si danno energie che ridotte a quello che chiamiamo espressività, sono particolarmente forti. Morire prima di morire. Ci si incammina lungo un sentiero in cui più si perde di nostro più si trova di sé. Il perdersi totalmente è il dare la mano a questa incapacitazione, per poi riportarla alla superficie del mare, in un qualsiasi alfabeto per raccontare l’indicibile ed essere così pronti a qualsiasi evenienza. Quasi sempre il tentativo fallisce, ad iniziare da sé stessi.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
"Prima del soggetto e dell'oggetto, l’accorgersi dello sguardo che avido avvampa verso l'aperto, cogliendosi nella propria fiamma. Il riflesso del sé da sé..... Nel mentre si fa il mondo e quel che chiamiamo realtà."