sabato 15 settembre 2007

37 il respiro nuovo

I
ho tenuto fra le braccia
il caldo del tuo occhio sfocato
affanno di blu incomprensibile
rosso enorme e spazio
mani piedi non capisci
non i mattoni da cui crescono case
o gli appositi spazi adibiti a parcheggio
solo stupore precedente
che all’inizio è muto
e alla fine torna muto

II
grazie per la stanchezza sparsa
le sillabe sospese senza senso
il sonno disperso
torpore filtrato dall'ambra delle foglie
taglio ricucito fra giorno e notte
per nodi darti nomi ore e storie
poi subito abbracciarne la fragile creta
di cocci e ghiandaie gracchianti

III
le settimane lunghe
le giornate larghe
greto di grida rovesciate a sassi
o alluvione di silenzi
stupore morbido strappato a stanze solite
sottovoce cala la penombra a nuvole
altrove qualsiasi distinguo
qui ogni mosca è il mondo intero

IV
la mattina io e te andiamo incontro al sole
troppo caldo a settembre
occhi stropicciati facce da stirare
grumi di sonno intasano il cielo
cielo d’oceano spinge senza dar lume di terre
mentre nelle case
pian piano la gente si sveglia

V
hai un corpo che suona
frigge d’alveari
liquida ingurgita agita rigida
odora forte profuma sottile
e tu attonita ascolti i fermenti
fame acquisita
tenebra grande
sedere sporco
sempre lo stesso per ogni me stesso

VI
rogna lamento pianto
e viola apnea di fiato
rutto singhiozzo antro
anche pelle a pelle oggi non basta
straventa e i troppi caffé snerva
tutti e due snerva
soffia scalcia sventaglia
sembra temporale poi è solo scena
fortunale di cartapesta strale
magnifico mondo maiale

VII
ti ho avvolta nel petto
lontano dallo scarto della disdetta
dallo sfrido arido
dalla rabbia ereditaria
ma sotto fragole e sangue
cordone tronco cavo perduto
sotto crosta mesta
tutto si strozza screpola e spezza
e lascia solo ombelico
spalancato al mondo

5 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
irradia erba e fiotti di margherite da vento sfibrato sole taglia terso terra tutto s'allaga a fare vita ancora acerba irrompe sera e alito di sguardi da sete illuminato buio conta corpi crudi tutto s’appresta a cercare estremità a sfinita sfera stato si abbandona all’appena stato stato si abbandona all’appena stato stato si abbandona all’appena stato illumina spazio e luce di cielo da tepore marchiato mattino spacca stordito sonno tutto s’incunea a pagare sospiri in duplice dazio istiga oblio e tenebra di memoria da sentiero rinato vecchio nuovo naviga nutrice tutto s’arrampica a dire fondamento un trepidante tremolio stesso si dissolve in sé stesso stesso si dissolve in sé stesso stesso si dissolve in sé stesso pazza di primavera stramazza ubriaca e il fiume la porta di porta in porta.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
"Le assicuro che la morte qui è un imprevisto, indubitabilmente definitivo, ma un imprevisto. La struttura è meditata in ogni suo particolare per obliare l'angoscia del trapasso, la sofferenza della solitudine, la vertigine dell'incontrollabile. Nel nostro centro lei scopre il nitore di asciugamani e lenzuola in candido cotone mentre nuvole di borotalco, seminato da gentili infermiere, ammantano i corpi dei degenti, dando il piacere di un'igiene assolutamente irreprensibile. Senta in silenzio, respiri con attenzione.... L'aria qui è colma di una morbida essenza che rimanda all'infanzia, alle cure materne, alla dipendenza amorevole, alla semplicità dei fiori di campo. Le nostre ragazze sono addestrate alla precisione, al sorriso generoso e comprensivo, al gesto d'incoraggiamento quale voto quotidiano. Qui i capricci sono un diritto d'ogni paziente, l'estensione di una volontà al tramonto. Al termine della giornata lei si abbandona, inevitabilmente sazio, ai colori di una galassia preparata ad ogni appuntamento, pronta ad ogni emergenza, rea unicamente di produrre il massimo sforzo al di Lei servizio, e che veglia su ogni attimo che le resta con dedizione estrema. Veda lei stesso l'ordine regnante nelle cucine, gli accessori delle toilette, e infine la cura maniacale dei nostri giardinieri alla manutenzione di un parco che è ormai orgoglio per la cittadinanza intera. Ovviamente per la sua tranquillità non può mancare il quotidiano monitoraggio offerto dal nostro corpo medico. Il declino è qui un'impercettibile passeggiata lungo un'agevole e piacevole sentiero, immerso fra alberi centenari e colori primaverili, ricco di sensazioni, pieno d'ogni conforto, anche religioso, là dove se ne ponga l'esigenza. Non abbia timore alcuno: chieda".

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
Uno specchio cieco davanti agli occhi. Mi perdo ad abbracciarlo mentre si nega ad ogni senso e ad ogni ricordo, mostrando un’ombra quasi esatta di quella pelle che avvolge io e l’altro nello stesso. Alla fine si perde in un riflesso e si confonde nell’apparenza di un'identità. Specchio sottile che giace con me, mi fa respiro e mi nega ogni sonno: vorrei fosse carne pulsante ed è invece carne immaginata che sfugge e si dilegua. In dipendenza costretta, saldata alla superficie riflettente che sono; irrequieta resto irrequieta per sfuggirgli. Fino a cadere in quel pozzo, fino a non sentire il grido, sfregiata da quel sorriso asettico: il mio sorriso, fino a non aver altro fra le mani al di fuori di questa marionetta. Non ho paura, non mi fai paura, sono io quel corpo privo d’appiglio. Siamo quasi una sola cosa, senza spessore, senza sudore, senza fame. Ci agitiamo nella stanza, ne siamo inquilini e fantasmi, siamo attrito tra le labbra e le ginocchia. Un attrito disegnato ansimando su pareti nude: un respiro che ritorna perennemente detto e costantemente trasformato. Scavare per comprendere? Sbattere, articolare, sacrificare ed evocare ora? In questo abbraccio quasi congruente niente è concesso. Io so solo tentare di farmi corpo unico con me stessa, e sono ad ogni attimo l’impossibilità di quest’unione.

valeria ha detto...

poesie belle e commoventi!

Barbara ha detto...

Un flusso di sensazioni inarrestabile, concitato, commovente e imprevedibile, niente di più bello da dedicare ad un nuovo respiro.