mercoledì 26 settembre 2007

38 MANIFESTO ernesto

Siamo stanchi della gazzosa al cloruro di vinile, delle speranze al neon, di vetrinette zuccherose da natale permanente, di una pace farmacologica, della ricreazione chimica e del contegno griffato da abili signori incapaci di imbastire con ago e filo. Dove sono i sarti? Arriverà la peste degli stilisti? Speriamo. Stufi di automobili con pneumatici da autocarro che rilasciano la sensazione piacevole di un niente da ingoiare a pistoni e bocconi e ammorbano il pianeta distruggendo la pineta. Davanti agli occhi vogliamo il non senso che già c’è, l’ansia e la paura dilaganti. Esplode ad ogni passo l’impossibilità di abbracciare marcescenti simulacri ideologici e decisamente invochiamo la noia estrema igiene, il tedio incurabile per stanchi valori ammuffiti, per sbriciolate convenzioni culturali, per meccaniche sollecitazioni sensoriali, per consunte terapie psicopedagogicosociali. La seconda vita è nata morta. Sarebbe l’ora di un vento necessario che porti energia ad un manifesto post-esistenzialista, per una scrittura acida che svesta, per una follia disinfettante e oscenamente esposta, per una rabbia cieca, una spudoratezza immonda e un odore forte. Al bando insipide certezze di cartapesta ma sia finalmente il dilagare di una voce che scavi e scortichi, seminando incertezza dentro ad un tempo viscido, in un’epoca poco chiara, allagando una realtà che è sogno. Sono giorni nati dalla necessità di gettare l’imperante estetica da tubo catodico in gola alle fogne, sradicare l’abbaglio di un progresso finito da tempo ed evidenziare i giochi di prestigio che amiamo dire realtà, le sconcezze che nominiamo sviluppo, le arrugginite barzellette rivoluzionarie di cui amiamo truccarci. Resta solo da guardare l'abisso, oltre vacanze esotiche da agenzia di viaggio e consolanti sorrisi plastificati al sapore di ananasso. Sfondiamo le facili bandiere e lasciamo andare alla deriva comode compresse di retorica solubile. Siamo qui a riesumare la malinconia, a immergere le carni nel suo abbraccio, a dar voce all’incertezza infettando di domande aperte l’atmosfera. Ci diamo coscienziosamente all’oblio di non poter appartenere a qualsiasi risposta. Faremo un’arte dell’assenza d'identità, metteremo in discussione lo spazio, daremo alle percezioni solo il sapore di una possibilità e celebraremo l’assenza di un fondamento e di una consolazione plausibili. La parola tornerà nuda?

5 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Amare l'amore, la fretta, l'ambizione, il culto del corpo, tutto senza senso perché senza centro e senza scopo. Tutto. IO (io chi?) che mi relaziono al mondo, quello fuori e quello che ho dentro le vene, senza neppure sapere perché ho un nome e dove vanno a finire i miei giorni. Non senso, solo piccole sfide quotidiane (con tutte le emozioni possibili dietro) a cui ci si lega nel terrore di un decentramento costante. E se il non senso non è greve, non lo è perché non necessariamente le domande prive di risposta hanno un sapore amaro. A volte i buchi profondi, le voragini, lasciano scorrere meglio il tempo: io non trovo risposte e tanta è la smania di bilanciare questa mancanza che nel frattempo tengo tutti i sensi svegli pronti a captare movimenti, colori, occasioni. La realtà che IO (io chi...) vivo diventa l'unica possibile, l'unica che mi sia concesso scavare senza impazzire: e allora amo, divento ambiziosa, metto lo smalto, studio... E' semplice, è banale ed è come mettere di continuo garze sulla ferita pericolosa che sono. IO chi? Tu lo sai? A dopo, più tardi, domani, mai più.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Madreperla, il colore del cielo. E subito penso a quella spilla persa nei numerosi traslochi che mi hanno afflitta negli anni. Bambina, adolescente, donna. La spilla, ed ecco che inseguo una nevrosi di ricerca, cieca al colore che dilaga fuori dalle finestre, fino a sprofondare nel mare, a darmi accesso diretto alla tristezza. Preferisco attardarmi e rovescio scatole di legno, di latta, di vetro sul pavimento. Sprofondo per terra o la ricerco la terra, mentre inseguo con il dito le perline che rotolano via. Questa casa è tutta in discesa ed anch'io prima o poi scivolerò via. La spilla non si trova: dovrò inseguire un altro ricordo, un'altra assenza, per dimenticare questa. Intanto il cielo arrossisce e la porta della verità apertasi per un solo un attimo, si chiude. Nuovamente. Rileggo quel che ho scritto. E’ in terza persona singolare, una lei che sta là, che cerco di congelare in un altro mondo mentre qui va bene così. Chi è la persona aggrappata alla maniglia di questa porta? Vuole aprirla o cerca tenacemente di far sì che resti chiusa? Tu lo sai? A dopo, più tardi, domani, mai più.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:
Osservo quel che sposta alla terza persona e rimanda ad un tempo imperfetto, sfuggente e malinconicamente sfuggito. La guardo mentre scrive, mentre si dà del Lei. Si gira di scatto con gli occhi improvvisamente scuri: "Che cazzo vuoi?". Poi precipita, la osservo a distanza ridursi e capitolare all’io, quando la carne prende il sopravvento o il dolore accende la stizza, il desiderio di clandestinità arde o il diavolo sa cosa. Qui il passato remoto aiuta nell’abbandonarsi all'aspro contatto con sé, come a dire sono stata anch’io, ma era un’altra epoca, adesso sono Lei: c'è uno spazio. I topi rosicchiano questo spazio incessantemente, e il tempo allaga la stanza con qualcosa di vermiglio. Nella camera a lato brucia la pelle e divora ogni artificio, anche questa molle invocazione, la tappezzeria dei divani e la carta da parati. Riduce tutto a brace, bava di cane e laccio emostatico. Annuso l’odore del fuoco e mi accorgo improvvisamente che uno di noi tre è più giovane degli altri due. Stare in sé è subito insopportazione, costrizione insoddisfatta a sputare il proprio sapore in faccia all'altro, in forma di catarro e sillabe. In solitudine non è accettabile concedersi qualsiasi vezzo...Anche fra queste pagine è data all’altro la prospettiva di un buco della serratura, in cui sbirciare di tanto in tanto, per grazia ricevuta. Rileggo, l'artificio è evidente, non sono io quello giovane. La bocca impastata, forse è il fumo, forse l'affanno: è forse questa l’essenza del gioco?

Barbara ha detto...

trovo questo post tra i tuoi più belli, e trovo che come manifesto non sarebbe male.

La pianista ha detto...

Mi piace, potremmo continuare da qui...
Ti mando qualcosa nei pross giorni