domenica 14 ottobre 2007

41 Filippo Calvetri



L’incedere del ragno e la brocca di ceramica di un certo Filippo Calvetri. Questo è il libro in cosmico ritardo di oggi, il motivo della solita telefonata con voce gentile ma decisa in cui si chiede al distratto iscritto di restituire il maltolto alla biblioteca. Il secondo passaggio consiste nel comunicare al diretto interessato/a, quando si presenta in carne e ossa per la restituzione del necessario, la sospensione dal prestito conseguente al cosmico ritardo accumulato.
Nel tardo pomeriggio, dopo il dovuto rituale telefonico, una cinquantenne isterica sovraccarica di trucco e jeans troppo aderenti lo restituisce lamentando di non aver nemmeno aperto il libro perché non era proprio l’autore che cercava. Un equivoco, lei cercava Francesco Vercetri. Allora sveglia cara fatti un appunto su un foglio e se non ti interessa non tenertelo per due mesi.



Ma chi sono questi due sconosciuti?

Prendo in mano Filippo ed esploro la brocca, certo sarà meglio di Francesco. Decido che dedicherò un attimo a questo titolo surreale ed a Calvetri di cui nessuno sa nulla anche fra le compagne di lavoro. E’ un Mondadori d’una ventina d’anni fa. Lo porto con me in bagno, so che non è poetico ma lo faccio lo stesso con la scusa di andare a riporlo. Mi incammino verso la narrativa italiana ma poco prima mi infilo nel bagno. Apro a caso.


“(…) lascia filtrare gli avvenimenti, fa così fingendo di andare da una parte all’altra, di spostarsi in tram o saltuariamente in treno, lavorare dal lunedì al venerdì e passeggiare nel fine settimana. Ma sa di non andare da nessuna parte, di essere un semplice custode di sé e della propria attesa. Vive in un appartamento ordinato, con pochi libri di rappresentanza vanamente esposti e raramente letti, i bicchieri della domenica in mostra, la televisione ed il tavolo con la tovaglia di pizzo regalata dalla madre morta dieci anni prima, l’arredamento dozzinale. Le notti spesso insonni le passa guardando repliche notturne sul piccolo schermo oppure, se sente lontani rumori dagli appartamenti vicini, appoggiato ai muri e come un medico auscultando quel che accade al di là. Solite cose: il seme della voglia, il seme della rabbia o della solitudine. Solita agricoltura umana fatta di germogli caduchi, frutta acerba o matura, stagioni buone, stagioni cattive. Niente che disprezzi, anzi si appassiona ma cogliendo una perpetua ripetizione di abbracci, urla, spasmi e tedio. Osserva da bravo ragno lasciato ai margini di un palazzo in periferia, dimenticato dietro un mobile di dieci piani e non si riconosce negli uomini ma negli alberi o nei canali che tagliano a fette la campagna a lato della città. Non ricorda niente o meglio ha la cognizione del passato ma sa bene che tutto accade qui e ora, anche il ricordo. Il divenire è una matrice fra due treni che si sfiorano lungo binari paralleli: si ha la sensazione del movimento. Come da incarico si appunta ogni osservazione ed in questo lavoro quotidiano ha aperto una crepa, il cielo in una stanza come dice Gino Paoli, ma non è un sospirare amoroso la causa ma uno spacco nella coltre di certezze che abbraccia le esperienze dei pochi con cui scambia qualche parola nel via vai generale, nella corsa tranquilla fra le braccia dell’ineluttabile. E’ andato a Brera una domenica mattina di novembre e ha visto il quadro di Mantenga, l’aspro compianto sul Cristo morto e lo porta ancora con sé, lo porta nel mondo matto dove gli uomini girano in tondo. (…)”.

Cosa faccio lo prendo in prestito? Esco dal bagno e lo registro sulla mia tessera.

3 commenti:

atoshi kawabata ha detto...
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atoshi kawabata ha detto...

IL mio timore sorto intorno all'inesistenza di una condizione definitiva (parola che mi terrorizza ancor più) e all'impossibilità di permanere nella pienezza di una realizzazione, diventa sempre più reale e radicato. Forse è una sensazione intrinseca al mio modo di essere, di vedere le cose, di relazionarmi, ma non sempre mi sembra penalizzante e neppure un puerile capriccio. In questi giorni lavoro come una pazza e io detesto lavorare, sono dell'idea che l'uomo sia un "essere" pensante e a questo si dovrebbe dedicare; cosa c'e' di così riprovevole nell'incantarsi, incepparsi come un disco rotto sulla stessa canzone. No, dobbiamo essere competitivi, in vendita a prezzo di saldo e arrogantemente sempre presenti. Ho letto ora i tuoi ultimi scritti, non mi ero più collegata, mi sono piaciuti molto quelli dove ricorre la stessa immagine, la donna in giallo (o arancio?) sorridente, un sorriso affettato e lucido come una parete intonacata a stucco veneziano. Hai mai letto i racconti di Carver? Vado a prepararmi un tè caldo con latte, giusto per stemperare i miei malumori stagionali. Chissà da dove arrivano, forse li porta il vento freddo? Tu lo sai? A dopo, più tardi, domani, mai più.

atoshi kawabata ha detto...

archivioDUE:
Si siede davanti alla finestra che volge a nord. Le navi e la loro fuga all'orizzonte la porterebbero lontano. Esercitarsi. Esercizi di stile. Lo tiene fermo tra le gambe. La forza che hanno sempre avuto, contro la pressione sulle braccia, più fragili. Ognuno di noi ha una parte fragile. Per lei è più facile raggiungere che abbracciare. Le striature rossastre lasciate dallo strumento sulla pelle, rieccheggiano nelle tinte dell'anima, la sua, quella del violoncello. Tiene tra le mani i suoi cocci di pensieri, stringe tra le dita l'archetto. Di pernambuco. Lui si le assomiglia. Pesante come il suo cuore oggi. Resinoso del tempo che le si incolla addosso. Elastico. Come troppe volte si è costretta ad essere. Se mi avvicino posso sentirla respirare e pensare. Coincidenze? Guardare un giardino e vederci frammenti di musica, cruciverba,parti del corpo umano che non necessariamente ci appartengono. Urgenza: parola ricorrente incollata ad una giacca blu, ad un tramezzino morsicato nel bar sotto casa,ad una scuola fatta di corridoi consumati e aule spopolate nei giorni festivi, ad uno scaffale dove vengono impilate magliette con una logica cromatica. Coscienza: concetto impalpabile ma asfissiante; comincia dallo stomaco con piccole fitte quando ingerisci bocconi troppo grossi e li senti cambiare posizione dentro te. Gli spigoli pungono la pelle tesa e con la mano li ricacci dentro. Un embrione diventa feto, una frase mangiata con ingordigia risale le pareti molli dell’esofago e stringe la gola, rievocando il fetore di parole inutili, spese in un momento di rabbiosa desolazione. Intanto mi fermo,nascosta in un angolo, parlo al telefono ma non ascolto,sento dolore al petto e nausea in bocca. Giorni passati a cancellare il conto delle ore, ad annotare parole insolite,a spazzolare capelli piatti e poco consistenti. Neppure un minuscolo nodo incontrato durante quelle vigorose spazzolate. Saltare il gradino,chiudere l’anta dell’armadio,affidarsi ai numeri dispari. In un altro luogo si rasentano muri di scuola, in punta di piedi, per non inquinare le cartine geografiche appese alle pareti. Si chiudono gli occhi e si punta il dito sopra ad un continente sconosciuto,in una città umida. Adesso la guardo: sta suonando Marais. I gesti sono risoluti, il corpo impegnato nella presa fisica e mentale dello strumento. Lo spartito straripa luce, spinta dal mare fin sopra il leggio. Gli occhi seguono il pentagramma, il braccio attento all’intensità, le lunghe dita rapide e decise. Non si è accorta del mio corpo immobile e congelato; suona ancora appassionatamente, ma adesso non segue più lo spartito, gli occhi, chiusi per un attimo, vagano ora oltre la finestra, rapiti in un altroveNONimportaDOVE, che non è quanto le sta impegnando le membra o forse è semplicemente più di questo. La fisso, come in un viaggio al termine della notte, dove insieme abbiamo dovuto cedere di fronte a una passione enorme, oggi ridotta a silenzio. Sono qui, però non sono qui.