martedì 20 novembre 2007

7 silenzio in coagulazione

8 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

Non è importante in sé, non è dovuto, non ci appartiene e accade al di là di ogni plausibile aspettativa o stupida pretesa. Gratuito, tutto gratuito, anche l’insondabile bellezza del cielo o la buia profondità del mare. Pensare il contrario scalda il cuore ma genera sofferenza.

que toda la vida es sueño, y los sueños, sueños son.

Pedro Calderon de la Barca

Kurt ha detto...

A volte la merda sempre troppa, sembra destino che ci si debba affogare dentro. A volte la merda sembra ostinata, più che merda, merda che non meritavamo.
E tira fuori il peggio di noi. E il peggio chiama il peggio e sembra tutto da buttare.
Una volta mi chiedevo perchè io non riuscivo ad essere felice. Poi mi sono dato l'unica risposta possibile. Non c'è motivo.
Viviamo in un fottuto mondo casuale. Nessuno merita niente ed è tutto gratuito.
Anche la merda, anche quando è tanta.
Ma chi vuole una vittoria facile? Chi vuole che sia tutto facile? IO voglio nuotare nella merda ed uscirne. Perchè so che sarà la mia vera vittoria. Essere felice un giorno. Nonostante tutto.
Ho visto "The prestige". Ottimo film. Grazie del consiglio. Anche se temo di non averci visto quello che ci hai visto tu. Un saluto.

atoshi kawabata ha detto...

Kurt penso avrai capito che questo testo mirava ad un parossismo surreale: la spazzatura senza puzza infatti non esiste, così come non esiste la moglie pornostar e devota alla famiglia. Non è un dire autenticamente omofobo, ma inneggiando all'omofobia la assurdizza....Almeno questi erano gli intenti del sottoscritto. Gli omosessuali subiscono in questo frangente attacchi intollerabili, gratuiti e vergognosi.

Kurt ha detto...

Ne ho capito il senso. Le mie erano solo divagazioni sul tema delle cose che vanno male.
Lo so che a volte sembra che io non centri affatto il discorso. Ma quando parto a dire la mia non seguo più alcuna traccia.
Scusa l'irruenza con cui sono intervenuto.

Barbara ha detto...

mi è piaciuta molto questa paradossale paura, mi è piaciuto il ritmo, l'incedere, il linguaggio con il quale hai reso la lettura a mio avviso molto accattivante, forse perchè ci ritrovo qualcosa che appartiene alla mia scrittura. fra le tue cose che mi è piaciuta di più.

Barbara ha detto...

dimenticavo, so che avresti preferito un' analisi diversa della lettura, ma la fai già abbastanza bene tu, io vado solo di pancia e questa cosa mi è arrivata dentro come poche altre.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Oggi il treno da Palermo ha quattro ore e trenta di ritardo, la famiglia di mia sorella cade a pezzi, alla fine del mese il conto corrente è in rosso, mia figlia fuma spinelli, uno stronzo mi ha rigato la macchina in parcheggio mentre ero in posta a ritirare una raccomandata, i politici rubano, la spazzatura puzza, mia moglie non ha mai voglia e soprattutto io perdo i capelli ed ho paura. E cosa vedo? Vedo che là fuori è pieno di froci, coppie improvvisate, travestiti e lesbiche: gente schifosa, topi di fogna, pervertiti portati in palmo di mano da una società marcia e senza valori. Non so come ma tutta la merda che ammorba il mondo deve avere a che fare con questa gentaglia, carne senza cervello, infezione e malattia di un tempo diverso, un tempo in cui il treno da Palermo era puntuale, la famiglia di mia sorella era felice, alla fine del mese il conto corrente era ingrassato, mia figlia non fumava spinelli, la macchina era nuova di pacca, i politici non rubavano, la spazzatura non puzzava, mia moglie era piena di voglie e soprattutto io non perdevo i capelli e non avevo paura.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIO due:“Oggi sono tornata alla casa crepata con il libro di Calvetri e un pacchetto di sigarette nuovo e luccicante. Il fumo uccide recita la confezione e quasi aumenta il piacere e la voglia di spararmelo tutto, la voglia di inoltrarmi in un cono d’ombra, in una prospettiva buia che si faccia incontro. L’incontro con la tenebra, questo mi piace quando entro in questa casa. Deve aver fatto un nido un uccello notturno da qualche parte, si sente raspare in solaio. Non sono topi.
Prima di aprire il libro penso ancora a Carla, anzi ad Alice, ai suoi occhi spalancati sulle mie labbra sillabanti, al suo naufragio nel rosso di Rothko, alla sua sorpresa di fronte al tutto fino a cadere addormentata per il troppo che le ha attraversato gli occhi e sul fronte avverso ecco il nostro dare per scontato tutto, l’incapsulare nei nomi il fragile senso del mondo. Il fumo uccide è questa porta aperta, la crepa nei polmoni è il senso d’ineluttabile, il racconto anticipato di una dissoluzione a cui ogni corpo è costretto. L’evaporazione senza filtro. Ma c’è al contempo un pulsare magnifico le lunghe ciglia di Alice, un fuoco da cui siamo dolcemente abbracciati, lo stordimento della primavera, il fiorire dei sensi, l’ora degli abbracci, degli spostamenti in treno verso un’altra città, e dei bambini delle elementari in visita alla biblioteca ad ascoltar favole ed infilare piccole dita nel naso. Il magnifico abita le cartacce ai lati del marciapiede. Qualche riga di Calvetri poi stacco:
(….) si scorda sempre il giorno del mese, chiede al giornalaio, gira senza orologio e si limita a regolare l’ora della sveglia e dell’orologio di casa dieci minuti in avanti, così da anticipare i tempi rispetto al cosmo là fuori fatto di treni, file al semaforo e uffici allagati da lampade al neon. Così arriva sempre puntuale, secondo un meccanismo perfetto. Impiegato irreprensibile. Venerdì mattina però è successo qualcosa di strano, non ha capito bene cosa sia stato, ma appena è uscito di casa si è subito accorto che qualcosa andava per traverso: troppo silenzio e un coniglio bianco in mezzo alla strada. Il giornalaio era aperto ma dentro l’edicola non c’era anima viva, la fermata del tram era deserta, certo per strada passavano auto ma….. ma a guardar bene non si vedeva chi le stava guidando. Il fornaio era aperto ma la fornaia stava dietro alla vetrina come una statua di sale. Ha cominciato a guardarsi intorno allarmato, gli uccelli sugli alberi tacevano, il semaforo era spento, tutto era immerso fra suoni ovattati, come dopo una abbondante nevicata. E’ arrivato l’autobus ma l’autista ed i passeggeri parevano manichini bloccati nello sguardo, imbalsamati e avvitati sui seggiolini. nessuno parlava. Ha timbrato il biglietto allibito. Le portiere si sono chiuse e l’autobus è partito. Si è seduto con un forte senso di disagio. Il rombo del motore del tram pareva un grido assordante. Si è accorto che stava sudando malgrado novembre. Saranno stati dieci minuti. Non aveva l’orologio ma saranno stati dieci minuti. Poi tutto si è improvvisamente rimesso in moto, un vecchio si è voltato verso il vicino che ha annuito, sulle auto in coda dietro all’autobus sono ricomparsi i conducenti, le fermate non erano più deserte, la gente gettava via i mozziconi prima di salire e tutti erano impastati della solita aria trafelata chi con il giornale chi con il rossetto o il cellulare incollato al cervello. Era caduto in un buco? Un buco di dieci minuti. (…….).”.

Sfiora il sensore del registratore digitale e lo scorrere dei numeri sul piccolo schermo a cristalli liquidi si ferma. Lo rimette nello zaino, si infila la giacca ed esce per andare in biblioteca.