giovedì 4 ottobre 2007

39 lo spettracolo



Quando manca l'urgenza non c'è stimolo plausibile e possibile. Tutto tace e le occasioni di rivolgimento (se mai un qualsiasi rivolgimento sia possibile) evaporano. Un attimo ed il sopravvento è d'altro. Cambia il tempo e masse destinate all'impatto vengono scagliate altrove senza più sfiorarsi e mentre gli anni scorrono il sipario di velluto rosso cangia in lenzuolo di cemento grigio e lentamente si sgretola. Sul palco le solite scenette protratte all'infinito e ripetute allo strazio secondo coordinate biecamente rassicuranti. Opportuni frullati emotivi di nota efficacia accompagnano la digestione e alimentano qualsiasi sorta d'illusione. Una commedia assurda dove i ruoli sono rigidamente prestabiliti: i sorrisi, i gemiti, le perversioni ed i lamenti arrivano regolarmente come previsto da copione. Anche i rutti. Si replica all'infinito per noiosissime ere geologiche onorando due o tre paganti spesso profondamente addormentati in sala. A tutto pone poi fine un improvviso maremoto, un'eruzione vulcanica o un'era glaciale. Nei casi estremi è necessario un semplice sbadiglio. Aveva visto bene Samuel Beckett la nostra patetica condizione di spettri.

3 commenti:

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOuno:
Guazzabuglio del cuore, ecco cos’è questo schiumare di pensieri e sensazioni; hanno uno strano spessore sconosciuto, forse di ere geologiche? Il gelo invade l’aria malgrado un sole anemico, a seguire nebbia mischiata a tenebra. Il gelo lucida le strade, le rende specchi scivolosi su cui rimbalza luce arancione di lampioni. L’acre odore dello smog impasta la foschia. Non è disagio affettivo, assenza o presenza di un approdo, di un ormeggio con gambe e braccia, calore, labbra e sapore di carne. Non è questo il guazzabuglio che ribolle ora. C’è un ansimare diverso, diverso proprio perché non è prodotto da uno slancio o da uno sforzo, una mancanza, ma al contrario non sa darsi un inizio e quindi non si calma. Frigge. L’auto è ferma lungo la corsia d’emergenza della tangenziale, intorno silenzio, rotto qua e là da un camion o un’automobile qualsiasi. Tengo il motore acceso per mantenere l’abitacolo caldo e i fari spenti. Fuori aria siberiana sbandata a sud. Dove andremo ad abitare? Sugli alberi? La saggezza non cresce su un accumulo di conoscenze, ma dalla scoperta di non sapere niente. Togliere, estrarre, sradicare dalla terra, bagnarsi nell’ignoto. Cenere alla cenere. Si incammina lungo la riva, dove appena le caviglie sono coperte d’acqua e ancora le dita dei piedi si distinguono chiaramente. La terra umida è morbido conforto, caldo abbraccio. Entra fino alle ginocchia, poi il bacino, il sesso e il ventre. Non riesce a fermarsi. Adesso a malapena vede i polpacci, dentro anche il petto, brividi, sassi aguzzi e spavento di cose striscianti sul fondo. Avanti avanti, sempre avanti, fino al collo e alla bocca. Si allaghi la bocca, tacciano le parole, naufraghi il respiro, sommerso da un affanno senza inizio. La corrente se la prende come una qualsiasi foglia caduta e la porta via. Sul sedile del passeggero tace un metallico arnese, l'arma da fuoco come dicono i periti, i coroner aggiungeranno ferite da arma da fuoco. In un determinato momento passerà una certa automobile, al volante ci sarà una donna, ed è per questo che aspetto. Per cosa aspetto?Per togliere, estrarre, sradicare.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOdue:
Giornate vuote, dove non accade nulla, nemmeno paura, o noia, solo torpore. Vado a letto a notte fonda, mangio a casaccio, pescando una qualsiasi fetta di ricotta dal frigo. Apro una confezione di grissini e pesco qua e là in vari barattoli: senape, pesto alla genovese, formaggio philadelphia light. E’ avanzata dell’insalata, non ha esattamente un aspetto particolarmente fresco, ma la butto in un piatto che sta lì sulla tavola. Mi accorgo poi di averci mangiato dentro la pasta a pranzo, vedo delle striature rosse: sugo di pomodoro. Ricordo però che non ho pranzato, non ho aperto un libro, non ho messo piede fuori casa, mi sono dimenticato di bere, avevo un paio di dvd da guardare ma sono rimasto inebetito davanti al computer, senza sapere dove sbattere. Bolle in testa, un’insoddisfazione tale che alla fine è eccessiva anche per concedersi il sonno: il letto è la stazione del troppo caldo o di brividi di freddo o di cascami di pensieri provenienti da ogni muffa.. Cosa ci ricavo a buttarmi su un letto adesso? Anche andando a dormire ad ore assurde poi mi sveglio come un idiota, per orinare appena la tenebra si fa imbastardire dalla luce. Torpore smanioso, di faccende che si fanno abitudine. No, la vita non si inceppa come un disco rotto, si sfalda fra le mani. La ripetizione perenne sta in questo sfaldamento, nella terra su cui calchiamo i piedi, con la sua consistenza simile al vento, o in questa fragile carne esposta a poche stagioni e pulsante di desiderio. Adesso penso al filo interdentale e al sapore/odore del tartaro che schizza fuori quando lo snido fra dente e dente. E’ un sapore/odore che non mi piace affatto, mi spaventa. Contrariamente ad altri sapori odori, altrettanto forti ma a cui volgo curiosità e sorpresa e certo a volte anche disappunto o interesse, questo maledetto tartaro mi fa tacere, e chiudere gli occhi, dice che prima o poi sarò in ogni anfratto questo stesso sapore. Sussurra infine della morte che già sono, essendo proprio ora vivo. Non due, uno.

atoshi kawabata ha detto...

ARCHIVIOtre:

Perdono è mite e conosce i tempi dell'attesa. Passa attraverso il dono. Oggi a scuola non insegno. La terza è a teatro, uno spettacolo sui sette fratelli Cervi. L’istituto sembra diverso rispetto all’immagine di quest’edificio che nel tempo ho costruito e conservato nella mente. Me ne sto qui solo, riordino gli elaborati che dovrò correggere durante le vacanze pasquali, compilo i registri. L’atmosfera nel laboratorio informatico è quella di un dolce limbo tranquillo e silenzioso. Suona la campana, mi concedo un caffè al distributore automatico e di tanto in tanto interrompo e leggo le novità su internet, navigo quanto scritto queste due donne, i loro pensieri, le loro ossessioni, le invenzioni. Viene il momento dell’intervallo, non devo nemmeno fare sorveglianza, resto qui. Si sente lo sciame di voci dei ragazzi di prima e seconda media scendere le scale rovesciarsi in cortile. E’ una giornata fresca e grigia, malgrado aprile. Sono seduto a un tavolo, le voci crescono d'intensità, ombra, amica nemica, amante. Rimango alla finestra, assaporando il cortile attraverso l’aria che passa dalle feritoie di un legno vecchio e consumato; vedo i ragazzi dall’alto: stanno giocando a pallone, una partitella correndo su cubetti di porfido: ideali per sbucciarsi le ginocchia. Pensieri antichi anno dopo anno sempre più nitidi: vivere insegna a trovare le parole per dirsi ciò di cui ci accorgiamo. Per quanto tutto si sciolga nella realtà, distanze rarefatte e immagini che non appartengono più. Guardo e sento le loro coscienze pulsanti, ne scorgo il destino d’adulti, non nei fatti o nello svolgimento ovviamente, ma nello sciogliersi di un complesso d’incontri che la vita presuppone invariabilmente, anche se in tonalità ed intensità diverse. Un gioco vago ed inutile che mi rende scomodo dentro gli stessi vestiti comodamente indossati per tutta la mattinata, spettatore delle mie incerte sembianze che cambiano forma e colore sotto ad una lampada al neon. La luce si scioglie sul muretto, bagna le facciate decorate, si insinua nelle finestre ormai aperte a raccogliere i colori dell’aria tiepida di primavera, oggi in ritardo. Corolla di petali iridescenti che si schiude su una luce opalina e silenziosa e per un attimo arretro da me stesso. Mi scorgo in questo corpo, cambiato da quand’ero nei loro panni ed in questo stesso osservare malinconico, che però non è triste. Non saprei dargli nome, assaporo lentamente, appollaiato sulla vertigine di un ripetersi inesorabile dei gesti e delle pulsioni, in ogni uomo. Sono giorni in scatola, ci guardo dentro ma non trovo niente. I pensieri si accavallano e di notte rimangono inglobati e ammassati senza una storia, compressi sogni turbolenti. Quasi tutte le cose che sappiamo rimangono a galleggiare nell'aria dell'esistenza, senza una spiegazione, sono vere. Anche questi sogni lo sono? Guardo fuori, osservo giochi di luce riflessi sul muro nell’attesa che quest’attimo finisca. Ricordo un discorso interiore, mi sono detto: e se la vita reale fosse quella dei sogni? Quasi tutte le cose che sappiamo rimangono a galleggiare nell'aria dell'esistenza, senza una spiegazione, sono vere. Anche questi sogni lo sono? Guardo fuori, osservo giochi di luce riflessi sul muro nell’attesa che quest’attimo finisca. Ricordo un discorso interiore, mi sono detto: e se la vita reale fosse quella dei sogni?