venerdì 19 agosto 2011

LONTANO



I
Si girava a guardarmi e sorrideva. Gli capitava a volte di finire il gas per strada, io spesso ero nel sedile accanto. Il motore perdeva lentamente potenza e sbadigliava cadendo in un grande sonno per poi tossicchiare sempre più forte e squassare un po’ l’abitacolo. Allora a quel punto faceva pressione su un interruttore, sotto il volante a sinistra, apriva la valvola della benzina e tutto tornava in ordine: un tigre nel motore! Viaggiavamo alla ricerca di posti assurdi. Io venivo da una giovinezza difficile e Andrea era per me una casa, i suoi abbracci un rifugio. Parlava poco e questo era un vantaggio per me che facevo così fatica ad ascoltare senza perdermi dopo poco in altri pensieri, come se le mie orecchie fossero pigre. Non stavamo tanto con gli amici, eravamo due bestie poco socievoli, risolute nelle decisioni ed a volte spigolose. Capitava di ritrovarsi a casa in un’atmosfera pesante, di stallo e spesso ci guardavamo e scappavamo in macchina per un giro di qualche ora, come se le tensioni non fossero le nostre, ma dello spazio in cui ci trovavamo. Andrea in macchina andava forte.

Lì in quel letto adesso non gli resta molto gas. Sente a malapena il polmone rimasto che ancora pompa aria a stento e cerca con sempre più affanno ossigeno nell'atmosfera incolore del reparto pneumologia. Intanto le vene stanche di flebo disegnano esili linee azzurre sulle braccia magre e pallide. Chiude gli occhi e ricorda in un lampo immagini di anni e anni prima. Me ne parla e racconta di una sera in cui aveva fra le mani un ricettario, era estate, camminava verso il cancello di casa e tutti i pensieri si appoggiavano al vento, un vento tiepido che gonfiava i pioppi e riempiva la camicia. Adesso non respira più, ma non ha paura, se ne sta come incantato e stupito dall'evenienza attesa e dal segnale d'allarme emesso dalle apparecchiature a cui è collegato, mentre tutto intorno svolazzano le storie che ha conosciuto, le parole che ha incrociato e le infermiere affaccendate a pulirlo, medicarlo, a non lasciarlo morire.

Passata la tempesta entro nella stanza vuota e ritrovo alcune sue parole in un piccolo diario lasciato sul comodino nella camera d'ospedale. Lo prendo, mentre lui è ancora di là in sala rianimazione e tre giorni sono ormai trascorsi. Apro il quaderno e leggo una pagina a caso:

"Le sillabe si agitano, sono banderuole aggrappate al silenzio e urlano faccende già dissolte, sospese sul baratro di quel che sempre tace, in un'apparenza mondana di discorsi persi ritrovati e strappati in continuazione. Forse mai detti? Quel che è certo, ripetuti perennemente. Qualsiasi proposizione si offre in un luccichio di novità, pur essendo già stata salmodiata da millenni di carne e carne. Un sapore d'unicità illusorio, fasullo, falso, ma così forte e pregnante da non poter essere trascurato. Ti amo. I soliti ragionamenti rovesciati su una pagina vuota. Spiegami come hai potuto farlo? Domani cambia il tempo. Stai meglio oggi! Com'è il pollo con le patate?Ci voleva più sale, magari un poco di prezzemolo. Un comportamento inaccettabile.
Certo ci agitiamo proprio come una farfalla notturna ubriaca intorno ad una lanterna, questo è chiaro. Chissà cosa mi dà la spinta, chissà cosa mi tiene ancora aggrappato? Desiderio di cosa? Un prodigio delle parole è accompagnarci passo dopo passo al superamento delle parole stesse, alla perdita di senso di ogni racconto, allo spaesamento. Per questo da ragazzo ero così attirato dalle droghe. Non dagli effetti degli stupefacenti sulla psiche, l’euforia o la lontananza da ogni peso, ma dall’alterazione del percepito. Non mi interessava risolvere una realtà con delle spezie mantenendomi al suo interno, ma assaporare oltre, toccare dimensioni diverse. Non credo alla realtà, ai fenomeni circoscritti e descrivibili, penso che lo spazio sia nell’interiorità.
Sono costretto in questa attesa di annullamento con di fronte l’armadio in laminato verde, il bicchiere di vetro reso opaco dai troppi passaggi in lavastoviglie, la sedia con le gambe d’acciaio ed i muri lavabili, proprio qui la mente fa miracoli. Corre ad occhi chiusi ed esplode in immagine vivide.
Desidero essere cosciente fino all’ultimo, sprofondare ad occhi aperti. Mi terrai per mano?


II
Fra una mezz’ora incontro i medici. Mi siedo nel corridoio, le persone camminano affollate in tutt’altro, passa un’infermiera e sridacchia allietandomi. Ha un’aria vagamente sensuale nel suo completo bianco. La accompagna un medico giovane e alto, anche lui sorride. La carne non dorme mai, smania anche nella vecchiaia, anche se il corpo la abbandona.

E’ stonata l’ipocrisia del nostro tempo. Sono stonate le discussioni in cui si accapigliano con aria seriosa politici e filosofi, sostenendo tesi contrapposte: obbligo di terapia? Scelta al paziente? Dignità o sacralità della vita? Solo menzogne come al solito, come se in quest’epoca contasse solo la buccia di un frutto, la sua apparenza, mentre la polpa non sia altro che un fastidioso impedimento. Se potessero farebbero cocomeri e albicocche gonfiabili: fuori la buccia e dentro solo aria…. Dignità o sacralità della vita? In ospedale la situazione è molto più prosaica.
Il primario delibera di non attuare più una determinata terapia, “per i rischi che comporta al paziente e le controindicazioni visto lo stato clinico complessivo”. Dietro al siparietto di parole c’è la morte certa del paziente, paziente che sia chiaro non può più coltivare nessuna speranza. Già due persone in stanza con Andrea sono andate. Arrivi alla mattina ed un pudico paramento nasconde i loro letti alla vista degli altri degenti e dei loro visitatori. Se ne stanno lì per poco, l’elettrocardiogramma piatto come certificazione burocratica e poi la rimozione verso lo smaltimento all’obitorio.
All’etica da strapazzo dei fiosofastri o di qualche porporato insensibile, che si accapigliano in qualche convegno televisivo o fra le pagine dei rispettivi giornaletti, si sostituisce qui il trionfo di una tecnica sorda, la sostituzione dell’umanità con la disattivazione di macchine e sostanze chimiche e l’eliminazione del soggetto ormai inutilizzabile. Detesto l’accanimento terapeutico, Andrea lo sa e concorda, ma detesto al contempo questa nuda e cruda assenza di ogni ritualità, le camerate tutte uguali, le barelle con le ruote di gomma grigia, i colori alle pareti orribili, l’asettica presenza dei medici, emotivamente neutri, psicologicamente ignoranti. Fatto salvo rare eccezioni il personale fatica a salutarti o magari ti presta attenzione per il vestito scollato. Causa ed effetto, tecnica, deriva nel nulla.
Aspetto il mio turno per sentirmi dire quello che altre migliaia e migliaia e migliaia di persone si sentono dire in ogni ospedale del mondo, ogni giorno. Sospenderanno una certa terapia “per i rischi che comporta al paziente e le controindicazioni visto lo stato clinico complessivo”. Attenderò poi qualche giorno, una settimana al massimo e Andrea non ci sarà più. Forse accadrà fra poco?
Aspetterò qui, sulla solita sedia, esplorando e cercando di capire queste parole sgualcite, incise sul diario quando ancora aveva le forze per farlo. O forse semplicemente le leggerò sprofondando senza comprendere. C’è un finestrone grande nel corridoio. Fuori il cielo coperto, d’un blu intenso prossimo alla pioggia, dà all'erba nel giardino un verde scuro e brillante. Un salice con il suo verde argentato si staglia bellissimo di fronte a me. Accompagnare una coscienza in questo viaggio sembra non appartenere più all’occidente, sei solo, non sai nulla, hai paura, la fede, per i più fragile convenzione, vacilla o è intesa come ultima scialuppa di salvataggio.

Continuo a leggere Andrea mentre aspetto il primario:
“La ragazza con il sole dentro alla testa, la immagino per diluire il tedio e la noia di queste giornate d’ospedale. Giornate di minestrine e pollo, riso in bianco e mezze erezioni ingiustificate, sopraffatte da fitte inattese. Lei è per me un personaggio “non-personaggio”, un modo per indicare particolari stati d’animo, ad esempio quel che si prova cercando una fotografia andata persa anche se sta lì sul tavolo, oppure un momento d'insolita stanchezza, piove, giro il viso verso la finestra, pare buio, ma c’è uno strappo oltre le nuvole: il cielo è improvvisamente nudo e di un blu cobalto. Ecco lei è tutto questo. Niente a che vedere con un sapore eccezionale, improvviso, lo stupore d’aria in questi polmoni acciaccati, aria entrata come acqua fresca dopo ore d’arsura, eppure è proprio quello. Una sensazione, nessuna sensazione. La ragazza con il sole dentro alla testa non è ragazza, non ha testa che contenga sole, né un dentro né un fuori. Una cartaccia nel parcheggio deserto, un falco appeso al cielo, i rami neri di una quercia al crepuscolo e la tazza bianca appoggiata sul comodino. Eccola è lì, splende da sempre per sempre. La stessa tazza abbandonata chiudendo la porta ed andando in bagno è proprio lei, la ragazza con il sole dentro alla testa. No, non è lei, è proprio lei. La linea del mare che non si distingueva dal cielo in un tramonto di metà dicembre, un viso lievemente sorridente, ricordi struggenti di mani nei capelli.. Quel forte disorientamento che comunica forza invece di smarrimento allora posso dire di sentirne il profumo. Un futile dialogo al telefono con una persona cara a cui si vuole dire qualcosa, ma non accadrà mai, e prima o poi uno dei due sarà svanito senza che nulla sia stato detto. Finalmente inverno, riposo di vento freddo che striscia la roccia e scioglie la terra in un abbraccio di fango. Un gatto bianco e nero su una finestra del laboratorio analisi aspetta leccandosi il pelo bagnato. Volano ancora zanzare, il gelo, quello vero, tarda. La ragazza con il sole dentro alla testa passeggia nel giardino dell’ospedale, anche se non si vede, anche se si vede perché è il giardino dell’ospedale. Qualsiasi progetto o qualunque cosa sia successa, lascia il posto a tonnellate e tonnellate di oblio. Lì sepolto e lasciato alla terra, tutto torna a farsi nuovamente terra per nuovi progetti e altri avvenimenti che solo apparentemente sembrano nuovi. La filosofa direbbe che il suo progetto è il mare e precisamente l’incresparsi delle onde. La ragazza con il sole dentro alla testa sta intanto a gambe aperte, senza gambe, senza sesso, senza vestiti, senza umori, né respiro né bacino, né braccia, né seni da spremere. Lei è l’attimo in cui assaporo l’esaurimento della spinta a fare, fare qualsiasi cosa, sperare, dire progettare e semplicemente sto. Ovunque intorno brucia di carne non carne. Dunque l’esistenza è un’occasione per scrutare l’ineffabile. Eccola adesso, cosa assai preziosa, stanza dell’oro, scrigno di diamante, ma non è oro e nemmeno diamante.”
Aspetto…


III

Conosco bene il suo corpo, anzi lo conoscevo. Ne conoscevo il peso, l’odore, i sapori. Adesso lo guardo. Guardo un altro corpo, secco, estraneo, ruvido, un alieno caduto da una galassia lontana con pochi peli sparsi sulla testa. Tutto è occultato da una nuova presenza, nuovi odori, sorrisi tesi, pelle dai colori cangianti: si parte da un pallido grigio fino al livido scuro con macchie rossastre. Non è più quel corpo, no, no, è un’altra cosa. Solo gli occhi, sia pur velati, a tratti giallognoli, conservano un’azzurra luce nota, una memoria precisa, ma cos'è questa luce? Andrea fatica a parlare, mi guarda e spesso sorride, quando raccoglie le forze ha ripreso a scrivere sul suo quaderno, scrive cose a tratti incomprensibili, un’algebra di parole, una memoria criptata, una calligrafia pessima. Passo ore qui, anche se è estate non ho voglia di sabbia e mare. Mia madre dice che sono pazza, che mi infliggo una punizione inutile. Le madri ti vogliono sempre incinta e sorridente. Al contrario qui sto bene, sono tranquilla, a tratti piango è vero, ma il vento qui in collina è bellissimo e non aspetterò ancora molto. Non aspetterò ancora molto. Un sapore di vero riempie la stanza e non lo voglio evitare, voglio che mi prenda ogni pezzo di questa carne.
Gli tengo la mano e leggo “ Verdi colline d’Africa” ad alta voce, Andrea sorride ad occhi chiusi. Ieri ha fatto un sogno e l'ha aggiunto nel suo quaderno che io leggo quando dorme:
“Domanda? Si espande, ora dopo ora si espande, il nastro si riavvolge. Le mie labbra di polistirolo, i miei liquidi sintetici da una lingua di sogno, da un sonno chimico, da un mantello acido fatto di case e strade, strade gialle. I capelli sugli occhi, ma la che mio non me li aveva strappati tutti? Dove sono sprofondato? Sono sprofondato dentro e il cervello sfrigola mentre cado. Il corpo a corpo d’ogni attimo, l'incombenza dei concetti, l'intrico delle possibilità, la fame di progetti, lo svolgersi di conflitti: tutto traballa, si fa sfocato. Povero sasso di pelle e ossa lanciato da un aereo cado a rotta di collo, senza saperlo cado, non c’è nulla a cui aggrapparsi, non c’è nulla a cui aggrapparsi. La trappola era dentro un grande prato blu: il campo si è spalancato in un'orbita Andromeda grande come l'aeroporto e sono scivolato dentro. Tu eri lì sul bordo e mi guardavi prima sorpresa e poi disperata, piangevi, silenziosa piangevi. Adesso precipito nel cratere da ore e ore, senza fermarmi precipito. Un'apparenza di fondamento, il fuoco di quel che appare irrinunciabile e poi in un attimo si dissolve. Quando guardo i vestiti, che nell'attrito con l'aria si strappano e si sfilano, non so bene di chi sia quel giubbotto grigio insieme ad una maglietta rossa divisa in due dalla furia dell'aria che tira, torce e taglia. Li vedo mentre schizzano via come aquiloni pazzi a cui sia stato reciso il filo. Sono solo puntini persi nel vuoto. Resto nudo nel vortice senza fondo, nel gorgo enorme. Un suono lontano si fa rapidamente urlo enorme di centomila bocche spalancate. I capelli sventagliati e sbattuti per mesi (o forse anni?) si sfilacciano mozzati uno a uno; la bocca piagata si apre e l'aria strappa labbra e carne a brandelli e la semina nella frattura, nel vortice quotidiano, un pezzo qui uno là. Il monaco sussurra non avere paura, stai tranquillo, lasciati andare. Lo scheletro si spacca ed esplode in una visione brillante di polvere e calce candida. Briciole di colonna vertebrale, schegge di femori, coriandoli di costole schizzano verso l’alto come punti luminosi nella tenebra. Le tue cosce fosforescenti, i tuoi capezzoli di gomma generati da una matematica di sogno, da un'incoscienza indotta, da una dipendenza irrimediabile di stanze, divani e abbracci conosciuti: tutto fatto a pezzi. Ora i pensieri sono estranei. Dove sto galleggiando? Sto galleggiando dentro a due pupille. La cosa era in fondo al precipizio, io sono in fondo al precipizio. Il campo di erba blu, anni e anni sopra quel che era me, si è richiuso. Sono qui nel nero adesso, sono qui da sempre. Immobile aspetto da decenni o secoli? Guardo la sconosciutezza, che sono, nell'attrito con l'aria sola ha resistito alla furia devastante, e non so bene chi sia questa assenza di nomi che pervade tutto come l'azzurro riempie il cielo... Da dove questa voce e queste parole? Da chi sono mai dette o scritte? Io cosa?”.



IV
Dicono che non si dovrebbe stare in compagnia della morte, passare ore con Andrea è effettivamente stare in prossimità della morte, sentirne il respiro, coglierne a tratti la presenza, l’odore. Gli amici dicono che mi faccio una menata assurda, che finirò depressa, esaurita o magari anche peggio. Ma il cielo è terso, si spande a tratti un silenzio impagabile che non toglie ma dà. Certo a tratti mi dispero ma sento anche un’altra cosa. Ne ho parlato anche ad Andrea e mi ha scritto quest’ultima pagina di quaderno come risposta:
“Quando vaneggio della “ragazza con il sole dentro alla testa” tento di dar corpo proprio a questa tua sensazione. Una sorta di perdita di sé, che mi ha gettato alcune notti in un terrore buio e che ora si apre come una porta di luce. Sussurra, mentre qui tutta la baracca va alla deriva, di non aver paura. Sì è un silenzio impagabile ma vibrante, un sapore di casa, di fine degli affanni, di abbandono del peso, della carne e dei liquidi. Rompere gli ormeggi e lasciarsi alla corrente nera delle onde, una corrente che mi fa a pezzi ora dopo ora. Sì ho paura, ma alla fine non ho paura. Questa ragazza con il sole dentro alla testa è uno svelamento, l’evidenza del salice lì fuori dalla finestra, il soffio di polvere che siamo, la fluidità di ogni evento, il teatro del linguaggio e dei corpi.
La ragazza con il sole dentro alla testa parla scandendo un silenzio abbacinante e ribolle in sé, brucia del suo fuoco. Cancellata la prospettiva dei progetti da rincorrere, inchiodato ad un letto d’ospedale, resta solo il muro, la porta del bagno, tu che aspetti, leggi Hemingway e mi tieni la mano, il giardino, la flebo che si svuota, la vena ormai persa…. Se chiudo gli occhi tutto è lo stesso, tutto precipita a rovistare nel cassetto dell’esistenza per darsi e dirsi senza riuscirci mai in via definitiva per arrivare poi qui dove sono. Tutto arriva qui dove sono.

La ragazza con il sole dentro alla testa infrange quel che sento come io, come Andrea e in certi momenti lo disperde, lo spintona e lo fracassa o lo diluisce in un enormità in cui si perde. Sì, sì ho paura. Sono stanco del male certo, anzi non ne posso più, ma non è il solo motivo, ne sono sicuro. Così come tu mi accompagni per un legame profondo, ma non è la ragione esclusiva per cui stai qui nel tedio di ore mute. Allora sono contento che resti, perché sai e soprattutto senti un intimità che stento a dire mia, ma che è anche tua e al contempo della tazza sul comodino, della prossima giovane infermiera e dell’asciugamano verde: guarda è ovunque”.


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