sabato 3 settembre 2011

SILENZIO




Silenzio

Conosco una città
che ogni giorno s'empie di sole
e tutto è rapito in quel momento

Me ne sono andato una sera

Nel cuore durava il limio
delle cicale

Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell'aria torbida
sospesi


Giuseppe Ungaretti



S I L E N Z I O


“Credo che ci sia bisogno di difendere il silenzio in una società come la nostra, che ci sta assordando in un’inflazione semiotica pari solo all’inquinamento materiale che essa provoca.”.
(Ugo Volli)





1) IL SILENZIO: INAFFERRABILITA’ E ASSENZA

"Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.".
(A. de Saint-Exupéry)

Una prima dimensione del silenzio è appunto la sua sostanziale inafferrabilità. Il silenzio è impercepibile come presenza puntuale ma si diffonde e si accompagna all'impossibilità di lasciarsi descrivere efficacemente attraverso il linguaggio, come tento di fare anche io ora. Posso provarci, ma appena mi avvicino sono già uscito dalla dimensione propria del silenzio: l'ho infranto. Sembra che l'unica possibilità che ci è data concretamente sia "fare esperienza" diretta del silenzio, senza poi avere parole o strumenti sufficienti per misurarlo nel tempo e nello spazio, se non attraverso metafore e similitudini. Certo ci sono i decibel ma così abbiamo aggiunto qualcosa di significativo all'impulso di cercare o fuggire questa dimensione che si dà ben prima di ogni misurazione ed in modo squisitamente soggettivo? Del resto gli stessi studi scientifici evidenziano come la soglia attraverso cui parliamo di silenzio e rumore appartengano ad una sfera specificatamente personale, psicologica e interiore. La semplice assenza di suono è silenzio? No. E' interessante pensare due facce del silenzio: da un lato il richiamo ad un'assenza di segnali, ad una pagina bianca necessaria e parallelamente anche al viaggio verso un'esperienza che di fronte all'incolmabile, il deserto di Saint-Exupery, evidenzia la sconosciutezza di noi stessi, l’indecifrabilità di quel che diciamo IO. Non parlo solo degli avvenimenti spiccioli che ci circondano spesso avvolti in una "chiara indecifrabilità", i sentimenti, gli affanni, le cadute e le contingenze...Ma intendo la non finitezza dell'esperienza umana, attraversata da una coscienza che non si lascia "com-prendere" ma sfugge sempre fra le nostre infinite identità, probabilmente sorte proprio per dar risposta all'ingombrante silenzio dell'Esserci della coscienza stessa. Il lato oscuro, l’altra parte, è rappresentato dall'abissalità del silenzio, dalla dimensione da cui proveniamo ed a cui torniamo. Il cadavere tace, così come l'embrione nelle sue prime settimane si espande silenzioso. Sembra che in noi si conservi la memoria di un silenzio domandante da cui proveniamo ed a cui torniamo. Mi chiedo se l’inafferrabilità sia un limite od una preziosa possibilità e propendo per la seconda ipotesi. Un sentiero quello del silenzio che rimanda all’inafferrabile e si collega al sacro, all’abbandono e per un laico al senso di mistero e meraviglia.
Allora in questi anni tormentati il silenzio è tristemente diventato lo spazio da rimuovere, così come il deserto, sua efficace metafora, deve essere trasformato, domato, irrigato, costruito e reso fertile. Nell'epoca della misurabilità e dell'oggettività quel di cui si può fare solo esperienza soggettiva appare superfluo, anzi è faccenda da evitare con cura, una quasi devianza.
Questa rimozione diventa la rimozione del non misurabile, andando ad alimentare l’illusione che la tecnica possa afferrare ogni meta, rendere giardino ogni deserto, rimuovere ogni sofferenza, lenire ogni male, e infine sradicare la morte e fare a meno del silenzio. Ma si tratta solo di illusioni e cos’è un’illusione se non un fattore moltiplicatore della sofferenza?



2) IL SILENZIO E LA PAURA
"Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi spaventa."
(B. Pascal)


Pascal rimanda invece alla dimensione abissale del silenzio, quella per capirci che guarda negli occhi la morte, la mancanza e l'incapacitazione. Ma non vorrei darti l'impressione di delineare per la profondità del silenzio solo ed esclusivamente orizzonti tragici. La paura come panico allude a quello che l'umano stenta a concepire e da cui è al contempo attratto e respinto. Il silenzio descrive la mappa di questo territorio in cui non si dà il finito, ma dove sembra che il nostro animo debba piegarsi, cedere ad una corrente che alla fine non controlliamo. Succede anche nell'amore no?
L'idea di controllo è secondo te plausibile? Controlliamo quel che ci accade o abbiamo l'illusione che tutto questo accada. Facci caso molto spesso applichiamo il concetto di scelta a posteriori ed il silenzio da cui può emergere l’imprevedibile (quale sarà il prossimo suono?) è certamente una delle radici del timor panico.

3) IL SILENZIO UNA CATARSI?
“Le parole ci impediscono il cammino. Ovunque i primitivi stabilivano una parola, credevano di avere fatto una scoperta. Ma come diversamente stavano le cose in verità! Essi avevano toccato un problema e, illudendosi di averlo risolto, avevano creato un ostacolo alla sua risoluzione.
Oggi, ad ogni conoscenza, si deve inciampare in parole dure come sassi, eternizzate, e invece di rompere una parola ci si romperà una gamba.”.
(Friedrich Nietzsche)


L'asperità delle parole, l'essere spesso oggetti contundenti, non è forse un'esperienza che sperimentiamo quotidianamente? La spiegazione, la didascalia a quel che si dà nell'incontro, in qualsiasi incontro, è un parametro oggettivo o spesso è solo un esorcismo intorno a quello che fatichiamo a spiegare? Ma al di là di questo esorcismo cosa abbiamo? A dire che è un esorcismo necessario e costitutivo per ogni essere umano, quindi irrinunciabile. Pensa all'amore a cui mi accenni, si ciba di silenzio, ma chiede poi parallelamente parole, per avvolgere l'incontrollabile in una magia verbale che restituisca quel sentimento come "domato", compreso, condiviso. Mi ha colpito nel discorso di Nietzsche la chiusura finale, ed infatti in amore, ma non solo, alla fine le parole feriscono, "rompono le gambe". Allora ricollegandomi alle tue parole ed al silenzio come approdo dopo tutto quel che colma, parole voci musica, mi viene naturale rivendicare il ruolo insostituibile del silenzio come spazio di catarsi e rifondazione, trasformazione, mutazione..... Quel che mi scrivi è bellissimo, sembra di aver davanti i luoghi che racconti. Soprattutto le tue parole mi permettono di chiarire che non mi interessa contestare il piano verbale, ma dare al piano verbale "fondamento" nel silenzio. Cos'è il canto del muezzin senza il silenzio che lo avvolge come uno scialle nero? Anche quel che scrivi dell'Africa rimanda all'essenzialità della vita in quei luoghi, ed al silenzio che li accompagna. Allora non si tratta di parteggiare per il silenzio o per la parola, ma di ridare relazione alle due polarità là dove indubitabilmente registriamo uno sforzo a cancellare il silenzio. Accade lo stesso con la morte, ospedalizzata, nascosta, de-ritualizzata (chissà quante cose puoi dire tu sulla morte in altri mondi e in altre culture...) sterilizzata e per quanto possibile cancellata. Ma questo credimi è un disastro, così come è un disastro la perdita del silenzio. La perdita del silenzio è la perdita di quello che nel tuo racconto diventa centrale: il ritorno a Sé, l'ascolto di Sé. Ma perché è importante tornare a sé, ascoltarsi? Cosa accade quando manca questo ascolto interiore? Perché nei giorni in cui viviamo, la cultura occidentale sta letteralmente "sradicando" il silenzio, in un caos di sollecitazioni incongrue?
Tornando a Nietzsche cosa accade? Accade che in assenza del silenzio, di quel luogo in cui ci "rifondiamo" come testimoniano le tue preziose parole, ci ritroviamo vittime di una dittatura del linguaggio (lo ripeto linguaggio necessario ed insostituibile ma complementare al silenzio e non attore unico) e quindi per dirla con il filosofo tedesco ci troviamo con le "gambe rotte". Se vuoi il silenzio è un luogo "aperto", "elastico", l'affaccio sullo sconosciuto e sull'originaria assenza di perché. In questa assenza di perchè, nel gettare lo sguardo verso l'incommensurabile abbiamo appunto la possibilità di una catarsi, che ci riporti al linguaggio, ma attraverso un percorso di ascolto e trasformazione.

4) IL SILENZIO, PRELUDIO NECESSARIO AL FARE

“Nella vita, come nell'arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio.”.
(Ludwig Wittgenstein)


Credo che l'efficacia nella comunicazione (il dire di Wittgenstein) stia nel suscitare, come per incanto, anzi mi vien da dire per magia, un desiderio: il desiderio di fare. La conoscenza, la reiterazione, l’inalienabile bisogno di dire e di dirsi e quindi anche una spinta ad andare incontro all'altro. E molti e variegati sono i modi di andare incontro all'altro ed a se stessi.
Quel che trovo di profondo nelle parole del filosofo austriaco, è l'indicare il silenzio come un luogo fertile e originario in cui si attiva oggettivamente e soggettivamente una comunicazione. Può trattarsi di apertura fatta di sguardi o della scoperta della propria “scandalosa” dimensione interiore, per fare un esempio transitivo ed uno riflessivo. Anche qui Petra voglio manifestarti il mio imbarazzo per il progressivo assottigliarsi della dimensione in cui si dà questa comunicazione.
Ma come, si potrebbe obiettare, proprio oggi nella civiltà in cui i sistemi comunicativi si sono moltiplicati, il luogo dove da decenni si parla di comunicazione di massa? Ma credo che questa sia un’osservazione superficiale, non nel senso di inesatta e mal formulata, ma appunto che coglie la superficie della questione. Infatti questa innegabile espansione di molteplici livelli comunicativi, verbali e non verbali, fisici e virtuali, passivi e attivi su cosa si fonda?
Non certo a partire da un ambito silenzioso, da quel dire efficace e difficilmente eguagliabile proprio del silenzio, per tornare a Wittenstein. Mentre il silenzio è la radice di un dire ponderato e che si riverbera in un ritorno a sé, a quell’originario che appunto misterioso si dà, alla coscienza, il dire della società in cui la comunicazione è detta di massa si fonda su segnali antecedenti, si riverbera esponenzialmente sul già detto e non certo sul silenzio, spesso moltiplicando un errore di partenza, estendendo il malinteso, suscitando reazioni eccessive, innescando stati percettivi e coscienziali non richiesti (per fare un esempio posso pensare all’esposizione del corpo nei media, spesso esplicitamente a carattere sessuale). Tutti questi processi a catena, di riverbero e moltiplicazione dei segnali sono un’infezione, un vero e proprio “male”, dove ormai si confondono piani fra loro ben diversi (il virtuale ed il fisico, la rappresentazione e l’autentico, il linguaggio ed il gesto…..) Alla fine siamo sepolti in un cascame di segnali radioattivi, urlati e sbattuti in faccia ad ogni passo, sempre meno decidiamo consapevolmente cosa dire e cosa ascoltare. La coscienza non ha mai un attimo per concedersi a quel che sul piano della comunicazione è più efficace e ricco……Forse oggi possiamo intendere la frase di Wittgenstein come un monito, come la necessità ad un ritorno del discorso a partire da un fondamento e non da un rumore di fondo.

5) IL SILENZIO E’ UN GESTO POLITICO?

“Il rumore è ampiamente usato come espediente di marketing (nei bar, nei ristoranti, negli spazi pubblici, nella radio, nella televisione, nei film) per stimolare il consumo. Detto volgarmente il rumore vende; il mondo degli affari lo sa molto bene, e cerca di sfruttarlo a pieno. (….) Cercherò di dimostrare che queste tecniche di marketing sono finalizzate ad omologare i comportamenti e a limitare l’individualismo; resistervi, quindi, è una presa di posizione politica.”.
(Stuart Sim)


“Della disillusione siamo responsabili noi adulti, che, aderendo incondizionatamente al "sano realismo" del pensiero unico incapace di volare una spanna oltre il business, il profitto e l'interesse individuale, abbiamo abbandonato ogni vincolo di solidarietà, ogni pietà per chi sta peggio di noi, ogni legame affettivo che fuoriesca dallo stretto ambito familiare. Inoltre abbiamo inaugurato una visione del mondo che guarda alla terra e ai suoi abitanti solo nell'ottica del mercato.”.
(Umberto Galimberti)


Sono convinto che la politica sarà sempre più un terreno che avrà come “campo di battaglia” o, per usare un termine meno bellicoso, come luogo del suo apparire, il corpo. Quando dico corpo intendo la carne fatta di umori, organi percettivi, insomma il nostro involucro biologico.
La politica è morta ed ormai è ridotta a guanto dell’economia. L’economia non pensa, l’economia è una tecnica, sempre più brutale, brutale a tal punto da innestarsi nel nostro corpo.
Il rumore a cui fa riferimento Stuart Sim è uno dei modi attraverso cui si fa politica alterando il corpo. Altri esempi potrebbero essere fatti, penso all’alimentazione, agli stupefacenti, al consumo indiscriminato di medicinali ed ai brevetti crudeli imposti dalle industrie produttrici, a tutti gli aditivi che migliorano prestazioni fisiologiche di qualsiasi tipo, alla cosmesi, alla chirurgia estetica…
Il rumore dunque è lo spazio attraverso cui si altera il sistema nervoso e violentemente, utilizzando tecniche nate nei sistemi di detenzione o studiate in ambienti militari, si crea uno stato di panico che cerca lenimento nel consumo. Cos’è un centro commerciale se non “una pentola a pressione” di questo tipo?
Sempre più la violenza si fa subdola, transita attraverso canali nascosti, ci penetra nostro malgrado e ci circonda producendo un’atmosfera inquinata, in cui il corpo soffre e si altera.
Dunque sradicare gli agenti inquinanti, controllare l’assunzione di televisione e centri commerciali, educare al silenzio come ad una dimensione in cui germoglia la consapevolezza di quel che è consumo necessario e relazione opportuna e di quel che è consumo assurdo e relazione distruttiva è a tutti gli effetti un passo politico e azzarderei un passo politico radicale, perché non si perde nelle pastoie dell’ideologico ormai paravento arrugginito dell’economico, ma si pone criticamente e direttamente in relazione con l’economico.
Il silenzio è la presa di coscienza che l’assenza di stimoli, il controllo di tutto quel che va a innestarsi nell’organismo va ponderato attraverso uno spazio vuoto in cui si dia la riflessione, l’opposizione, la critica, e dove alla tecnica del “finto benessere” si opponga il “bisogno di consapevolezza”.
Allora la rivoluzione è un cambiamento di ottica, che si getta oltre un superficiale pragmatismo, disprezza il “sano realismo” criticato giustamente da Garimberti e chiede alla dimensione del silenzio di farsi poi parola, parola che sarà indubbiamente politica e antagonista ai subdoli obiettivi commerciali del rumore.


6) IL SILENZIO NELLE RELAZIONI: UNO SGUARDO VERSO L’ALTRO
“L'esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l'unico attteggiamento capace di far vibrare la corda dell'umanità.".
(Ryszard Kapuscinski)


Sono poco propenso a cercare significati che non possa ritrovare in me stesso. Ma per trovarli credo sia indispensabile l’indicazione di un “altro”, che sa qualcosa, che sostanzialmente si conosce meglio di quanto io conosca me stesso.
Vincenzo mi ha fatto leggere Kapuscinsky ed in effetti concordo sulle tre possibilità di fronte ad un incontro con l’altro: conflitto, dialogo, indifferenza. Sembra che l’indifferenza alberghi come stato di quiete nella parte di mondo in cui vivo, mentre i conflitti siano il terreno su cui l’economico si confronta per depredare risorse materiali ed umane nel resto del pianeta. Il dialogo langue.
L’indifferenza in cui siamo calati è ben descritta anche da Galimberti ne “L’ospite inquietante” e spesso tracima in un deserto emotivo in cui l’altro non è niente, se non un oggetto vivente che come tale viene pensato su orizzonti raccapriccianti.
Credo che l’atteggiamento fondamentale che si è dissolto sia l’ascolto. Ad esempio quel che si sente in Kapuscinsky è il polso di un uomo che era curioso e che quindi avvicinandosi all’altro si poneva anzitutto delle domande. Ma nei fatti come può manifestarsi la benevolenza di cui parla il giornalista Polacco? Penso che un fattore importante della benevolenza sia l’ascolto. Il sintonizzarsi verso l’altro anzitutto ascoltando, accogliendo, “contenendo in sé” quel che arriva dall’altro, come ha detto Nicola all’ultimo incontro della scuola. Ma l’ascolto e l’apertura non hanno come presupposto un silenzio interiore? La domanda, se sincera, non ha al suo seguito uno spazio attentamente silenzioso? L’indifferenza ed il conflitto non si connotano evidentemente proprio per un’assenza di domanda?
Allora educare al silenzio non è anche intraprendere un cammino verso l’ascolto, la domanda, ed appunto la benevolenza a cui ci rimanda con tanta passione Kapuscinsky?

7) IL SILENZIO, MEMORIA E PASSO VERSO IL SACRO

Il Sacro congiunge al Divino. Il Divino avvicina a Dio.
(Martin Heidegger)


Infine il silenzio è quel che avvolge la memoria delle persone che abbiamo perso, delle relazioni finite o sospese, di quello che anche intendendo noi stessi come coscienza e corpo, ci appare passato o definitivamente trasformato. Sono convinto che il legame fra memoria e silenzio sia indissolubile. Per riprendere un tema caro a te ed a Vincenzo, anche l’altro ci viene incontro spesso circondato da assenza di linguaggio, avvolto in un silenzio di parole o da parole che non si lasciano comprendere, che sono “silenzio di significato”.
Le persone amate che ci hanno lasciato spesso ci accompagnano nell’animo, con immagini mentali, oggetti, parole, scritti, ma della loro presenza/assenza cogliamo anzitutto uno struggente silenzio, che non è affatto niente, non è vuoto indifferenziato, ma che anzi al contrario è grande pienezza, compagnia e spesso sorprendentemente guida in momenti di incertezza e difficoltà.
Al contempo, il silenzio della morte o della mancanza è anche angoscia profonda, ed in questi casi la memoria non è guida ma sofferenza, senso di mancanza, dolore intenso.
Allora il silenzio della memoria è gravido di contenuti, porta con sé molteplici significati. Ma questi significati “trasportati” dal silenzio sono comunque e facilmente disponibili e accessibili?
Penso di no, penso che questi come altri significati, debbano trovare una disposizione d’animo che si predisponga ad accoglierli. Se non si prepara la coscienza, aprendola alla meditazione, all’ascolto, al pensiero ed alla preghiera ci si presenta di fronte al silenzio sordi, avvolti in una nube di caos e quindi incapaci di cogliere quel che ci porta il silenzio.
Chiudo questa lettera accennando al silenzio come messaggero del Sacro. Indubbiamente, anche come non credenti viviamo momenti in cui si dà la percezione del Sacro, come ad esempio nella meraviglia per Esserci e per l’Esserci (questo ad esempio Petra, mi hanno suscitato le tue parole “africane”: meraviglia). Ebbene un sentire così intimo, che scorre sempre come un fiume enorme ma nascosto a grande profondità, coperto dal caos di quel che fuori e dentro ci riempie, potrebbe essere colto senza incamminarsi lungo una via silenziosa?










BIBLIOGRAFIA

Stuart Sim Manifesto per il Silenzio Feltrinelli 2008
Friedrich Nietzsche Aurora e frammenti postumi Adelphi 1964
Ray Monk Wittgenstein Bompiani 1994
Blaise Pascal Pensieri Einaudi 2004
A. de Saint-Exupéry Il piccolo principe Bompiani
Martin Heidegger Sentieri interrotti La Nuova Italia 1968
Ugo Volli Apologia del silenzio imperfetto Feltrinelli 1991
Giuseppe Ungaretti Vita di un uomo-tutte le poesie Mondadori Meridiani
Umberto Galimberti Il corpo Feltrinelli 1987
Umberto Galimberti L’ospite Inquietante Feltrinelli 2007
Ryszard Kapuscinski L'Altro Feltrinelli 2008

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