lunedì 23 gennaio 2012

a volte si incontrano: DAVIDE


"Si può domandare in tanti modi. Si può domandare ascoltando solo la parte della risposta che ci interessa, che ci sembra immediatamente utile. Si può domandare riconducendo tutto al proprio schema di lettura consolidato. Si può domandare per riempire quei piccoli vuoti di conoscenza che rimangono fastidiosamente intrappolati nelle nostre attività, come bolle d'aria in un flusso d'acqua: sappiamo dove e cosa vogliamo fare, sappiamo la meta verso la quale tendere, il flusso delle nostre azioni è forte, diretto, senza bisogno di tormentarsi in innumerevoli dubbi: se nella corsa verso la meta, verso le mete sempre nuove, capita sempre di incontrare piccoli e antipatici vuoti, bisogna al più presto distruggerli, riguadagnare la compattezza della direzione, lo slancio verso il punto di attrazione. Il paradigma è chiaro, le regole per interpretare gli eventi note, il corso del fiume della nostra vita ben tracciato sulla mappa: solo, permane sempre qualche bolla, qualche macchia opaca che non sappiamo interpretare. Allora domandiamo: ma è un domandare già incatenato, già schiavizzato dal nostro desiderio di sicurezza e di torpore.
Si può anche domandare in un modo diverso. Si può domandare senza imbrigliare quei mostri inquietanti e pericolosi che sono le domande profonde. Si può lasciare libero il demone – certo ci vuole grande forza, grande coraggio –, libero di guardarci negli occhi anzichè legarlo e usarlo come strumento. Si può lasciare che, improvviso e incontrollabile come un vento, infuri, spazzi, forse anche devasti. Ci vuole grande coraggio a lasciare la propria casa per incamminarsi all'aperto, nel deserto, di notte, per seguire una traccia: è poco prudente, poco pratico, direbbe forse qualcuno poco intelligente. Quanto poco prudenti, pratici, intelligenti sono stati i profeti, di tutti i paesi e di tutte le epoche, a incamminarsi nel deserto, a chiedere agli altri di incamminarsi nel deserto con loro. Perchè dovremmo? Sappiamo tutto, abbiamo ogni risposta pronta in tasca, o su internet. C'è qualche incidente di percorso ogni tanto, ma nel complesso si sta bene. Basta non farsi troppi problemi. O, appunto, troppe domande. Nel momento stesso in cui si lascia entrare in casa propria questo ospite, questo straniero che la domanda è, tutto viene sconvolto. La casa, il giardino, la vita di ogni giorno è sempre la stessa: solo, la vediamo con occhi diversi, con quegli occhi nuovi che lo straniero ci ha donato – siamo diventati stranieri anche noi, stranieri a noi stessi. È un'esperienza di dolore: dolore di chi vede il proprio cerchio spezzato, l'equilibrio compromesso, e pure sa che non potrà mai più tornare indietro, mai più abitare nella stessa casa ignorando quel mondo intorno che prima non esisteva e adesso magicamente vede.
È un segno fortissimo domandare, quando più nessuno vuole farlo; quando, diciamo di più, chiedere di sè, degli altri, del mondo è visto addirittura come un disvalore – l'attrito che fa saltare la sacra macchina dell'efficienza. È un segno ancora più forte che a domandare siano ragazzi e ragazze che si affacciano alla vita: quando sono mille le cose che persuadono, che chiedono di "vivere e basta, senza pensare", come un odore troppo inebriante che si prende tutto lo spazio disponibile. Questo è quello che viene chiesto loro: consumare, fornire all'esterno un'immagine vincente di sè, avere successo nel mondo. In questa corsa all'infinito verso un traguardo irraggiungibile, le domande sono solo ostacoli che rallentano. Ed è, davvero, un miracolo, quando un corridore, un corridore giovane, che pure è tutto preso dalla corsa e lanciato verso il successo, si ferma (perchè?) un attimo, mentre gli altri gli sfrecciano a fianco, a contemplare uno di questi sassi, una di queste malattie, di queste maledizioni: allora guarda a destra e a sinistra, e vede il mondo oltre la pista, oltre la pista sempre uguale, sempre battuta, sempre di nuovo percorsa. E ne esce.
Cosa troverà?".


Davide

* "a volte si incontrano" raccoglie una serie di scritti che testimoniano la vicinanza di intendimenti, la fratellanza ideale, fra chi qui solitamente scrive e voci che ho l'onore di ospitare. A volte non sono proprio "gli altri" a dire di noi intimamente più di quanto ci sia possibile fare di persona?

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